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Dÿanèra Ad Eleusi: La Folgorazione Ontologica: Il Pensare Sistematico E Non

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Premise (Not printed if this snippet is included)Le violazioni di copyright saranno affrontate.This text has been included into projects that deal with similar topics: L' Essere E Il Significato
«Si potrebbe dire che ciò che differenzia la filosofia antica dalla filosofia moderna sia il fatto che, nella filosofia antica, non siano soltanto Crisippo ed Epicuro a essere considerati filosofi, poichè hanno sviluppato un discorso filosofico, ma sia considerato tale ogni uomo che viva secondo i precetti di Crisippo o di Epicuro.» (Pierre Hadot)  
 
«Liberazione al solo udire» (Bardo Thos Grol)
La asistematicità nel pensiero, ovvero la apparente inidoneità a perseguire una trattazione od una dimostrazione in maniera tanto esaustiva quanto logicamente inappuntabile e rigorosa, viene di solito addebitata ad una deficienza nel pensatore.  
 
In realtà simile imputazione cela, inavvertito, un pregiudizio assiologico: e cioè quello di colui che, denunciata la presunta asistematicità in un pensiero altrui, la attribuisce senz'altro o a colpa o a carenza del pensatore inquisito, e ciò facendo gli ascrive anche, tanto preliminarmente quanto inconsapevolmente, un interesse nei confronti della sistematicità assunta quale valore imprescindibile; ma non è affatto detto nè che il pensatore coltivi la sistematicità come proprio interesse, nè che ne condivida il medesimo posizionamento privilegiato che l'osservatore critico gli accordava lungo la propria scala di valori.  
 
Ci troviamo pertanto in una situazione non dissimile da quella di colui che, convinto della desiderabilità ineludibile di eunomie quali ad esempio quelle che designiamo con i sostantivi di "armonia" e "felicità", dia anche per scontato che esse siano necessariamente agognate e perseguite da qualsiasi altro interlocutore: l'osservatore nemmeno riesce a figurarsi la possibilità, tutt' al più improbabile ma certamente tutt' altro che inaudita, che l'interlocutore possa essere sospinto da prospettive diverse, diciamo pure tantriche ovvero orientate alla liberazione attraverso l'ossequio alle deità irose (forse, Dioniso o Ecate?) piuttosto che a quelle benevole (forse, Apollo o Artemide?).  
 
E' invece possibilissimo che la asistematicità di un pensare possa essere frutto non tanto di una difficoltà nel padroneggiare le asperità del sistematico, ma soprattutto ed innanzitutto di una deliberata e ponderata intenzione di perseguire il sapere non nella sua versione di sistematicità meticolosa ma piuttosto nel tentativo di addivenire a quella che io definisco: la folgorazione ontologica - la totalità in un istante.  
 
Con tale locuzione io intendo questo: un satori filosofico, un eureka dialettico che insorge inatteso dalla compagine serrata, un deliberato perseguimento del nouminoso che sopraggiunge dilacerando un tessuto logico allorquando sia stata conseguita una massa critica sufficiente a precipitarne la condensazione.  
Oppure, in maniera meno rocambolesca e meno salgariana, la nota e veneranda distinzione fra erudizione e cultura: la prima vede il sapere come sforzo puntuale ed estensivo teso a riprodurre a comando la totalità dei segni un tempo contemplati (una manualistica, un corso di filosofia), mentre la seconda vede il sapere come uno sprofondarsi intensivo del materiale noetico fino a quando la lunga frequentazione con i suoi segni produca non tanto un dizionario quanto un costume, non tanto una trattazione quanto una fisiologia, non tanto una computabilità quanto una abitudine, non tanto una maschera quanto una personalità, non tanto una docenza quanto una biografia; in breve, una frequentazione con i segni del sapere che s'inveri in ciò ch'essi iscrivono sul volto piuttosto che su di una lavagna.  
 
Nel desiderare la folgorazione ontologica, si desidera l' escatologico apocalittico: apocalittico perchè apocalisse significa «disoccultamento», ed escatologico perchè eskhatos significa «postremo altrove, aldilà» - i due termini sono dunque assai sinergici, perchè cosa si potrebbe mai svelare se non che qualcosa che riconosciamo come decollocata rispetto alle consuete allocazioni dell' aldiqua (qualsiasi cosa con quest' ultimo si voglia designare)?  
 
Si invoca quindi una trascendenza dell' empiria (i «fatti») che alle coalescenze inerti dell' empiria strappi il senso ultimativo di un altro discorso, dapprima noninteso epperò nell' empiria positivamente accluso e custodito, che ce la descriva riallineando tutti i suoi paradigmi abituali lungo le vertigini di una ricomposizione che trascendendola non la svilisca, bensì la rivaluti alla luce di uno statuto e di un vangelo affatto novi.  
Inebriarsi in siffatti cieli è già munito di per sè di una carica seduttiva, di una valenza hedonistica nel senso meno volgare del termine prima ancora che di una valenza gnoseologica, che è cotanto forte da pervenire ad autocertificarsi come movente del tutto plausibile nella sua desiderabilità: ci sarebbe piuttosto da stupirsi di come, avendolo per una volta sola contemplato, avendo anche per una volta sola avuto quella che çantideva chiamava «la idea della illuminazione», possano le persone accontentarsi di qualcosa di meno, e cioè di un mero sistema.
«Chi voglia guarire le centinaia di dolori che accompagnano la vita, non deve mai dipartirsi dal pensiero della Illuminazione (...) [tenendolo a mente], come con l' aiuto di un eroe ci si sottrae dai pericoli»  
(çantideva, Bodhisattvacaryavatara)
La semplicità del summenzionato passaggio ne dissimula lo spessore: esso ci confida le facoltà di cui è munito l' attenersi ad un obbiettivo e ad una chiave di lettura metalogici lasciando ch' essi si facciano onnipervasivi, ovvero il cui spunto e proposito lasciamo che ci si rinnovi stimolato da qualsivoglia circostanza in cui possiamo incorrere, quale onda che perpetua si frange in risacca qualsiasi scoglio sul suo tragitto incontri. In tal modo, ogni vicissitudine ci interpella: e per quanto dozzinale o catastrofica possa essere, ci parla sempre e comunque linguaggio abissale, idioma profondo.  
Trattandosi di obbiettivo insorto e prescelto sulla base di motivazioni unicamente positive, la sua ossessività è da intendersi come chiaramente pronoica piuttosto che compulsiva e paranoica, e l'effetto che ne consegue è quello di conferire alla personalità una parametrizzazione viva, e non meramente teoretica e spenta, entro i cui argini una tensione proattiva verso la crescita e la autorealizzazione si coltivi e possa maturare.  
Perchè questo, e non altro, dovrebbe essere l' auspicio di ogni vivente: quello di utilizzare e sfruttare ogni scienza ed ogni sistema per accrescersi come persona, piuttosto che quello di trascurare la persona onde asservirla ad un sistema o ad una disciplina - fenomeno quest' ultimo spesso ribattezzato: apprendere ed indi svolgere una professione, nel mentre che svolgiamo la quale troppo spesso ci dimentichiamo che quel che andrebbe davvero svolto e appreso è piuttosto ψυχή, cioè psychè, e che quello che va davvero accresciuto è il patrimonio emotivo prima ancora di quello pecuniario, se ci teniamo (e spesso non ci teniamo) a rimanere una persona prima ancora che ad essere un (talora più o meno millantato) professionista di dubbio ma travolgente successo.  
Ed ho voluto definire tutto ciò come un accontentarsi di qualcosa che è "di meno", perchè mi appare del tutto ovvio che la persona, che genera il sistema, qualora privilegiata rispetto al sistema può provvedere ad entrambi, cioè e alla persona e al sistema, ma al contrario la persona che è stata rassegnata e a cui si è abdicato onde consacrarsi e ricapitolarsi (riesumiamo un vecchio termine di cui si è fatto un certo ab-uso: feticisticamente) nel sistema, spesso finisce con il non riuscire più a provvedere a nessuno dei due: ed è allora molto poco quel che si è guadagnato ed è invece davvero molto quel che si è perso.  
 
Il dogma della incomunicabilità fra theoria e vita, secondo il quale la teoria è sempre ininfluente mentre solo la vita è irrinunciabile, è stato reificato in tempi recenti: in passato una tale distinzione era non solo improponibile, ma più semplicemente inimmaginabile.
«A vederla così la filosofia non può essere un lusso, perchè è legata alla vita stessa. Parrebbe piuttosto un bisogno elementare dell' uomo (...)  
Il dramma della condizione umana è che è impossibile non filosofare e nello stesso tempo è impossibile filosofare. (...)  
"Tutte le cose eccellenti", dice Spinoza, "sono tanto difficili quanto rare". Ma come possono quei miliardi di uomini oppressi dalla miseria e dalla sofferenza raggiungere questa consapevolezza? Essere filosofo non significa forse anche soffrire per questo isolamento, questo privilegio, questo lusso, e tenere sempre presente allo spirito questo dramma della condizione umana?»  
(Pierre Hadot)
Quel che Hadot dice è che, posta innanzi alle pressanti necessità pragmatiche della vita, la filosofia appare come un lusso sfrenato. Stando così le cose, Hadot ne conclude che occorrerebbe orientarla ancora di più verso obbiettivi collettivamente redentivi e filantropici, onde riscattarla meglio da questa sua colpa originaria il cui rimprovero continua evidentemente a reperirla interessata e mai del tutto affrancata.  
Tuttavia, al contempo si riconosce alla filosofia una dislocazione apicale lungo una graduatoria di bisogni e di valori che sembra rievocare la piramide di Maslow.  
Ma la necessità di giustificare il filosofare insorge solo allorquando si persista, in maniera più o meno sottaciuta, a percepire e soppesare il filosofare come subalterno agli imperativi della remunerabilità valutaria.  
 
Eppure nel mondo antico, dai presocratici fino ai primi secoli del cristianesimo, vivere con delle problematiche psicologiche e spirituali (e cioè teoriche) deliberatamente lasciate irrisolte, o risolte con soluzioni posticce e meramente sedative, era qualcosa che svuotava di significato il vivere stesso e nient' affatto la filosofia. Era qualcosa che affliggeva l'essere, e non che depredava i conti in banca; qualcosa che squalificava gli individui, e non le loro dissertazioni: perchè era l'individuo che nobilitava il teorema conferendogli credibilità con i suoi comportamenti, e non il teorema a riqualificare l'individuo che lo propugnava.  
E fra la negligenza spirituale dell' uomo abbrutito dalle carenze materiali e la negligenza spirituale dell' uomo interamente appagato ed esaudito dalle diversioni del (per l'appunto!) lusso, non si ravvisava alcuna differenza nè nel livello di degrado conseguibile nè in quello d' imbarbarimento conseguito: trascorrere l' esistenza leggendo il mondo attraverso le filigrane dell' involgarimento costituiva una aberrazione calamitosa sulla quale continuava a gravare sempre e comunque un tasso di corresponsabilità inescusabile, indipendentemente dal fatto che a tale licenza ci avesse sedotti l' opulenza o costretti l' indigenza.  
Nei fatti, tanto Epitteto che era uno schiavo cresciuto in una famiglia di schiavi quanto Seneca, che era un senatore plurimilionario, sentirono spontaneamente e parimenti la filosofia stoica come una necessità improrogabile da cui tragicamente dipendevano le loro stesse sorti e vite, e non certo i loro differenti patrimoni.  
Diogene visse dentro una botte di legno marcescente, Marco Aurelio nella sfarzosa reggia marmorea del Palatino: entrambi propagandarono il senso della vita secondo le stesse modalità, ed entrambi risultarono infine fededegni, perchè tra i loro atti ed i loro proclami virtuosi non si rinvenirono scarti inopportuni o laceranti, e perchè il loro capitale non gli fu di ostacolo nell' autocontrollo e nel pensar chiaro - quando si malversa, la vera macchia dimora nell' anima, e frode intellettuale e frode carnale o coesistono o non sussitono.  
Sopravvivere con poco denaro era un male con il quale si poteva convivere, e le cui inclemenze la mente poteva anche, dopo tutto, arrivare a signoreggiare; ma vivere con una mente incolta autoincoraggiandosi ed approvandosi in tale indugio, no: questo non era possibile, e anzi non era nemmen vivere. E non lo era nè da abbienti nè da nullatenenti: nel primo caso era tutt' al più un pochino più imperdonabile.  
 
Non si intende sostenere che nel mondo antico tutti fossero filosofi: si intende però riaffermare che, quando lo erano, lo erano lungo tutte le latitudini e longitudini.  
Quando Seneca scrive a Lucilio che alcuni sanno più parlare che vivere, non intendeva avvalorare o promuovere il primato dell' una cosa sull' altra; e neppure credo intendesse biasimare particolarmente od unicamente l' incoerenza e la codardia delle condotte e delle discrasie umane.  
Credo piuttosto che egli volesse richiamarsi ad un connubio tanto più ampio quanto necessario fra le due cose, fra parola e vita, logos e bios, che ai suoi tempi era ancora dato per scontato: la sua frase, cioè, non dovrebbe essere avvicinata passandola attraverso i filtri dell' epoca moderna che logos e bios han separato, processo sul quale Seneca non poteva soffermarsi più di tanto non disponendo di alcuna familiarità con esso tanto consuetudinaria quanto la nostra.  
Infatti la dicotomia tra parola e vita, la filosofia come occupazione anzichè preoccupazione, la figura dell' intellettuale o del docente di mestiere che vivono di una parola maturata e fruita non nella e per la vita bensì preminentemente nella e per la professione svolta, il fenomeno oggi ubiquitario per via del quale ci si siede ad una scrivania con l'obbiettivo (o la pia speranza) impersonale di produrre un best seller oppure per leggere una dispensa onde passare un esame piuttosto che per risolvere un problema soggettivamente esperito come pressante ed angoscioso ovvero idoneo a dannare un' anima e a rovinare un' esistenza intera fintantochè lasciato insoluto, costituiscono delle dissociazioni a noi contemporanee ma che nel mondo antico non perduravano; ed erano insussistenti non perchè proscritte, ma perchè impensabili - tanto è vero che quando iniziarono ad affacciarsi con la sofistica, incontrarono una vigorosa resistenza che attestava quanto fosse invece invalso e prevalente il costume opposto.  
 
Quindi io penso che Seneca intendesse disapprovare non coloro che scindono parola e vita perchè, insediandosi al di là di entrambe in quella landa nella quale con la parola si fanno i soldi e con la vita li si spendono, hanno tratto dalla prima una carriera anzichè la salvezza (personaggio questo praticamente inesistente ai suoi tempi); bensì coloro che, situati al di qua di tale strumentalizzazione di parola e vita, ancora ignorano che esse sono lo stesso transito e la stessa cosa, e che si combatte impugnando entrambe le spade in modalità dual wield: poichè trovo molto stupido morire avendo ancora un' arma nel fodero (Musashi, Il libro dei cinque anelli).  
Perciò, e peraltro assai stoicamente, la frase potrebbe essere da recepirsi e ascoltarsi munendola della serena intonazione di una constatazione intrisa di un tocco di pathos, magari disincantata ma purtuttavia imparziale ed almeno in parte empaticamente compassionevole o forse anche lievemente elegiaca e rassegnata, più che con l' accento ed il furor dell' ispida ed accigliata istanza censoria; ed allora sì che, come ci si aspetterebbe dal calibro e dalla tempra di Seneca, essa si fa anche sentenza formativa, e conserva una coerenza scevra da ogni banalità: perchè con Seneca ricadiamo nel dettato di quella fenomenologia olistica che nel mondo antico era ancora sostanzialmente incorrotta e che univa parola e vita nella sintesi phronetica, a proposito della quale vi fu chi in tempi recenti scrisse:
«Se si deve fare riferimento al concetto di intellettuale quale lo intendiamo noi oggi, allora se ne dovrebbe necessariamente concludere che nella antica Grecia e nella antica Roma, di intellettuali, non ve ne fu neppure uno.»  
(citazione in Giovanni Reale, Storia della Filosofia Greca e Romana, vol. 5)
Una cosa che sfugge a molti quando si tratta di Stoa, è, sviàti dalla sua grave serietà, il suo lirismo: sommesso solo all' apparenza, in accordi sonori e possenti rieccheggia intenso e struggente se solo ti inoltri un po' tra gli asfodeli - guarda meglio, impara ad ascoltare: essi non son glauchi ed esangui, ma cristallini e puri; e se tu canterai potrai udire come risuonano, trillando coralmente nel propagarsi panico dell' onda che cresce e che sinfonica monta e poi lenta degrada per spegnersi in uno still vitreo e incantato dopo aver riverberato dalla pianura su su infin alle remotissime colline. Cantami ancora, o Musa!  
 
Ma non vi può essere alcuna Illuminazione se ti senti messo in gioco a turnazioni ed a porzioni, anzichè ontologicamente: ovvero in ogni istante e tutto intero.  
Se ti puoi permettere di disarticolare la tua esistenza disseminandola di destini vissuti come insulari, taluni salariati ed altri no e per ciò stesso tacitamente accreditati di diverse levature ed apprezzamenti, ciascuno soggiacente a svolgimenti segregati gli uni dagli altri (l'odissea del lavoro da quella familiare, quella sentimentale da quella extramatrimoniale, quella hobbystica da quella didattica, quella ricreazionale dallo psicodramma, quella vespertina da quella antelucana, e quant' altro), le visitazioni della folgorazione ontologica ne risulteranno automaticamente disabilitate.  
 
La progettualità ed il pensare nei quali si ritrova immersa la amplissima maggioranza degli esseri umani sono un progettare ed un pensare limitati al quotidiano: anche quando il loro pensiero sembra proiettato poco più oltre, lo è solo in quanto questo oltre si rivela funzionale o a satisfare o ad ostacolare l' adesso. La aspirazione alla totalità dell' essere, già degradata nello spazio dai vari ruoli che vi si disputano il soggetto, viene a parcellizzarsi anche nel tempo poichè ridotta ad attenersi all' episodico.  
Non si tratta nè di una constatazione pessimistica, e nemmeno di un rimprovero: si tratta solo di un fatto, per acclarare il quale sarebbe davvero sufficiente null' altro che osservare per pochi minuti gli esseri umani, magari mentre siamo in coda al supermercato: «people watching», prassi che Desmond Morris ritene tutt'altro che inidonea a formarsi pareri spesso pertinenti. La impressione di essere protesi idealisticamente, non te la danno proprio: nemmen vaga, ed anzi invero se una impressione ti danno, è quella contraria.  
Molti di loro (ed ancora una volta: non è un rimprovero) non sanno neppure che vi è stata una cosa chiamata "seconda guerra mondiale", nè sanno cosa significhi "Shakespeare". Questo non fa di loro nè degli esseri irrevocabilmente predestinati alla malvagità, nè delle persone che non possano essere intensamente amate, e certamente non ne fa degli esseri incapaci di elevazione. Ne fa però degli esseri che sembrano addirittura più dormienti degli altri - sleepwalkers. Alcuni acquisiscono mansioni dirigenti: se ti aggiri abbastanza a lungo davanti ad una panchina occupata, è probabile che finisci con il coricartici sopra non appena si libera.  
 
Il «pensiero dell' Illuminazione», l' idea che c'è di più che questo, è coltivata da pochi.  
In tal senso la frase di çantideva si traduce non solo in bodhi (che è ciò a cui realmente intende riferirsi) ma in adeguato sinonimo di un afflato universalistico più generalizzato: ogni essere umano che desidera qualcosa di più che il quotidiano, sta già padroneggiando o almeno maneggiando una particola del «pensiero dell' Illuminazione».  
La bodhi a cui çantideva, e con lui tutto il buddhismo, sollevano tale pensiero consiste nel renderlo monocratico: evolversi deve scientemente farsi pensiero dominante.  
 
Ma sia chiaro questo: «il pensiero dell' Illuminazione» non è nè una consolatio philosophiae nè un esercizio spirituale palliativo o catechistico volto ad una oculata reggenza o ad una saggia narcotizzazione dei dolori man mano che essi infierendo si avvicendano: tutt' al più, sbagliando, si potrebbe sospettare lo stoicismo di esser questo.  
Al contrario, «il pensiero dell' Illuminazione» è finalistico in quanto è ispirato da un dichiarato intento teleologico: esso si ripromette il conseguimento di un istante, forse vagheggiato ma da taluni riportato invece come conseguibile ed anzi ben conseguito, di preclara intellezione, dalla assiduità di tale esercizio spirituale preparata, e che sarà tanto suprema quanto risolutiva, ovverossia dopo aver sperimentato la cui catarsi nulla sarà mai più come prima.  
La reiterazione continua del «pensiero dell' Illuminazione» a fronte di ogni vicenda ed avversità costituirà il miglior viatico non tanto per assicurare la metabolizzazione contingente delle traversie, quanto per propiziare il concreto avvento di una folgorazione ontologica dalla portata e dagli effetti indimenticabili intramontabili ed imperituri: e cioè della Illuminazione stessa.  
Più le afflizioni imperverseranno su colui che è animato dal «pensiero dell' Illuminazione», più contribuiranno alla loro medesima rovina accelerando la condensazione di quella «perfetta visione» ultimativa che le debellerà tutte, ineccepibilmente e senza infingimenti.  
Il «pensiero dell' Illuminazione» non è concepito per accompagnarti fino alla morte, ma si estinguerà mentre sei ancora in vita (Jivanmukta: «liberato mentre ancora vivente») nel momento in cui autorealizzerà un' «Illuminazione» senza ulteriori aggettivazioni o premesse, ottenuta la quale non occorrerà più applicare alcuna esegesi delle nostre venture onde averne ragione; e quando anzichè come conseguimento da acquisire se ne parlerà come status entro cui si dimora, esso si nomerà (e senti come tuona): Nirvana!  
 
E questa sublimazione sarà tale infino al punto che -così ho udito- «tu non più rinascerai».  
Non sono del tutto sicuro di cosa si intenda con l'ultimo auspicio, ma almeno una cosa esso rende indiscutibile: albergando «il pensiero dell' Illuminazione» non si sta temporeggiando con le afflizioni della vita in attesa che esse alla fine trionfino comunque, ma si vuole predisporre una vittoria decisiva su di esse: si vuole vincere, e lo si vuole talmente tanto da mirare addirittura ad una apparente contesa con le potestà intangibili della morte.  
Ed è per questo che io ritengo che i propositi morali del «pensiero dell' Illuminazione» non siano suscettibili nè di venir semplicisticamente fraintesi con "una morale da schiavi", locuzione con la quale Nietzsche apostrofava il Cristianesimo (per inciso, io non penso questo del Cristianesimo e certamente non del Cristo e degli Apostoli), nè altrettanto agilmente tacciabili di poterlo essere o sospettabili di potervi degenerare: «il Vittorioso» è, espressamente, uno degli eponimi più ricorrenti del Buddha, anche se il percorso che conduce a tale autoaffermazione è talmente irto di rischi che qualsiasi tentazione di fatuo trionfalismo verrà automaticamente stemperata e scongiurata dal ricordo dei pericoli incorsi e della asperità della lotta senza quartiere ingaggiatavi. Qui ci si gioca veramente tutto: ed innanzi alla sfida di Golia, Davide si presenta tutto intero e tutto solo. Prima della Illuminazione però si convive con la metodologia del «pensiero dell' Illuminazione».  
Un pensiero così inteso viene paragonato ad un «eroe salvifico» poichè, intervenendo in ogni evenienza ivi incluse quelle infauste, le reinterpreta subito non come disdette cui angosciosamente soccombere ma come preziose occasioni per accrescere il possesso di sè attraverso la elaborazione della angosciosità indotta e soprattutto -e qui sta la vera tonalità originale del Buddhismo- attraverso la pressione crescente che il negativo esercita nel convincere il soggetto che in queste congiunture sfavorevoli s'annida davvero qualcosa di molto misterioso da capire e su cui soffermarsi, e non da subire o da cui rifuggire.  
Qualcosa di indecifrabile epperò da decifrare, qualcosa di impenetrabile epperò da penetrare, qualcosa di imperscrutabile epperò da scrutare, qualcosa di invincibile epperò da vincere.  
In breve, nel dolore si presagisce una allusività da cogliere ed esplorare; e:
«Per quanto innumerevoli siano le creature viventi,  
io giuro che le salverò.  
 
Per quanto indomabili siano le passioni,  
io giuro che le domerò.  
 
Per quanto sconfinati siano i libri del Dhamma,  
io giuro che li apprenderò.  
 
Per quanto incomparabile sia la grandezza del Buddha,  
io giuro che la conseguirò.»  
 
(i quattro Grandi Voti del monaco buddhista)
Nel far questo «la idea della Illuminazione» conferisce un primato egemonico non alle cose che circondano e seducono l'essere (non si tratta, cioè, di migliorarsi per impossessarsi meglio delle cose stesse: questo si chiama egoismo, e non occorreva reinventarlo) ma all' essere che quelle cose percepisce, al fine di recuperare una supremazia data non più dalla manipolazione strumentale delle cose, ma dalla emancipazione da esse.  
Si intuisce cioè che non si concreta alcun dominio nella accumulazione acritica degli oggetti, e men che meno nella disperazione per il non riuscirvi; e ciò perchè si presente chiaramente che non sei il padrone di quel che ti -duce: e non lo sei nè se lo compri e nemmeno se lo uccidi poichè in entrambi i casi rimani -dotto dalla cosa, che ti ha prescritto le tue azioni.  
E per cortesia non si dica che gli oggetti appagano i bisogni, quasi che ingordigia ed insaziabilità ci fossero fenomenologicamente sconosciute: che bisogni appaga colui che, possedendo un castello, ne esige altri dieci?  
L' oggetto cui aneliamo o ci tiranneggia o ci rovina: e quanto alla seconda evenienza, è stupefacente con che elevata frequenza riesca a farlo riscuotendo pieno successo.  
Per l'oggetto ci struggiamo o ci distruggiamo, ed esso ci avvince in almeno due reticoli: quello delle percezioni che dell' oggetto abbiamo, riguardo alle cui inevitabili adulterazioni la scienza stessa ci ammonisce; e quello delle propriocezioni che ce ne facciamo, ovvero dei cosiddetti giudizi, dalla cui indiscutibile fallacia veniamo fronteggiati ogni giorno. E dibattendoci quotidianamente fra tali insidie, non sorge mai l'alba al tepore del cui sole noi si possa finalmente sospettare d' esser quasi come mosche, adescate ed intrappolate da un ragno nella sua finissima tela imperlata di rugiade.  
Quel che il buddhismo enfatizza è che tematiche come le summenzionate non hanno solo un ineffabile indotto morale: hanno prima di tutto una palpabile genesi telecettiva, eccioè suscitano quel che oggi definiremmo formidabili complicazioni ed interrogativi neurofisiologici; e la hanno sia nella circoscrizione delle esterocezioni che in quella delle interocezioni.  
Non è che i quesiti morali ne emergano in qualità di derivazioni subordinate: è che chiunque preferisca muoversi sui piani più riduttivistici della scienza, prediligendo le formulazioni fisiche di un problema a quelle metafisiche, si ritrova già accontentato. Anzi: a scopi didascalici, sarebbe anche ammissibile (ma non commendevole) avvedersi solo in un secondo istante che una siffatta genesi sensoriale promuove irresistibili ed irrefrenabili ricadute etiche: infatti se io debbo diffidare di quel che mi sembrava palese ed ovvio, allora sono proprio le sorti dell' Ordinamento dell' ineffabile, che all' ovvio si contrappone quasi per definizione, a risultarne automaticamente risollevate.  
Il «pensiero dell' Illuminazione»: rendersi conto che tutto ciò ci accade.  
 
Ed anche per questo, cioè perchè non può darsi alcuna Illuminazione che non recluti la totalità ontica dell' essere, che la folgorazione ontologica appare più seducente ed attinente ai fini gnoseologici dell' approccio sistematizzato il quale ineluttabilmente procede per tappe e, nel perseguirle, spesso non ha a mente altri scopi che l' ultimazione od il perfezionamento di una tassonomia o di una disciplina, ma non di una vita.  
E stavolta questo che se-duce, si direbbe ortico, si direbbe quello giusto: poichè anzichè sviarci verso gli oggetti ci riconduce ai soggetti, e relazionandosi con il infrapsichico ad esso ci riavvince. Anzi vien piuttosto da chiedersi come si sia potuto pensare che ve ne sia mai stato un altro di , fino al punto di lasciarsi persuadere della sussistenza di una vita autonoma degli obietti totalmente disincarnata dal teatro dell' osservatore; perchè se io concupisco un oggetto fino al punto di raffigurarmelo come irrinunciabile, lo sto contestualmente munendo di irrefutabile autonomia e con ogni probabilità, onde riuscire a farlo, gli sto conferendo proprio aliquote della mia.  
 
Non si intende chiarire se possano o non possano darsi oggetti necessari ed interamente autosufficienti, perchè giunti su queste soglie tutto ciò si fa praticamente irrilevante: si intende invece dire che non si capisce come sia possibile appressare, accedere o circuire con tanta serenità e disinvoltura l' oggetto bramato (come quasi sempre facciamo) una volta che ci si sia avveduti di quale intricato, smisurato, subdolissimo ed infido circuito intellettivo lo antecede: che cosa stiamo facendo?
«In quello che è il dubbio sull' esistenza o la non esistenza del mondo non posso avere una opinione sicura in base alle parole altrui. Quando avrò da solo compreso la verità con la ascesi e la quiete della mente, accetterò ciò che vi è di sicuro al riguardo.  
 
Non posso accettare un punto di vista nato dal dubbio, poco chiaro e in contraddizione con sè stesso. Quale saggio potrebbe procedere in base alle convinzioni di un altro, come un cieco guidato da un cieco nella cieca oscurità?»  
(Asvagosha, Le Gesta Del Buddha)
Nel momento in cui ci si muove sul terreno di questa ulteriore dissociazione, cioè non quella senechiana fra logos e bios ma quella fra soggetto e oggetto, più che alla domanda «dove sei, Adamo?» (che affascinò Heinrich Boll * ), dovremmo forse rispondere all' altra interrogazione celeste: «che hai fatto, Caino?».  
Perchè una volta a contatto con l' incognitum di perchè come e cosa stia accadendo nelle fisionomie e nelle peripezie delle nostre predilezioni oggettuali, come poter escludere attendibilmente che non ci si stia macchiando addirittura dell' inverosimile, flirtando con potenzialità omicide pronte ad erompere? E come escludere plausibilmente che accettando di autoamministrarci e autodeterminarci nel mentre che siamo immersi in cotanta ignoranza di cotali intrecci, noi non ci si stia muovendo nella nescienza proprio come un ubriaco alla guida?
«Gli elefanti non domati quando sono in foia non fanno in questo mondo tanto danno quanto ne arreca quell' elefante che è lo spirito incompreso.»  
(çantideva, Bodhisattvacaryavatara)
E siccome non sappiam rispondere alla domanda che ci chiede «che cosa stiamo facendo», lo facciamo e basta. Complimenti: una genuina azione da uomini maturi, condita da una vera riflessività degna di uomini davvero smagati.  
 
Questi problemi non vennero sentiti dalla antichità, occidentale od orientale che sia, come esistenzialismi sovrastrutturali e frivolezze, bensì per quel che sono: preoccupazioni capitali e pertanto ostative a qualsiasi intrapresa se non preliminarmente risolte, e risolte senza residui ed in maniera del tutto esaustiva e non inquinata dall' autocompiacenza. Se sopraggiunge consapevolezza di tale còmpito, il sapere non può più permettersi il lusso di farsi professione retribuita: poichè il livello vitalistico che i suoi interrogativi vanno a coinvolgere e sollecitare è troppo radicale per potersi consentire simili evasioni - si lotta per l' esistenza, e nessuno sente il bisogno di farsi pagare onde salvare la propria vita, o dovrebbe dichiararsi pronto a rinunciarvi in mancanza di committenti.  
 
In tale ottica il pauperismo penitenziale del francescanesimo occidentale e dell' ascetismo orientale (le cui mortificazioni lo stesso Buddha Sakyamuni finì col reputare inessenziali, o comunque non imprescindibili, rispetto al fine) non era nè requisito vincolante nè istruzione inderogabile: era coerentissima esasperazione sillogica delle premesse.  
Il soggetto deve conseguire un rapporto con gli oggetti che non si lasci più condizionare passivamente dalla malia che glieli fa agognare, ma deve riappropriarsi del macchinoso commercio mentale che con essi subdolamente e clandestinamente svolge, riconoscendone coraggiosamente la problematica enigmaticità e confrontandone consequenzialmente tutta la inaffidabilità: e nelle convulsioni di questo tentativo, cioè nella attesa di addivenire ad una autochiarificazione definitiva al riguardo, vi è chi ha preferito sbarazzarsi del tutto degli oggetti piuttosto che perseverare a compromettervisi in relazioni così equivoche.  
 
Si sarebbe anche potuto incoraggiare l'intrattenimento con gli oggetti, qualora il loro potere di contaminazione e corruzione cerebrale potesse essere distintamente ed imperterritamente riconosciuto come tale e pertanto utilitaristicamente sfruttato ai soli fini del conseguimento della Illuminazione piuttosto che della profittazione: ma giunti al cospetto della virulente strapotenza del contagio oggettuale, fare assegnamento sulla prevalenza e sopravvivenza di tale inclinazione appariva temerariamente inverosimile ed utopico.  
E comunque, una volta attraversato l'intero guado che reca alla Illuminazione, cosa sarebbe accaduto? Ci si sarebbe semplicemente rivolti indietro per ricominciare a reclamare gli oggetti, per quanto stavolta gestendoli con maggior pertinenza? O non sarebbe stato piuttosto possibile che l' itinerario si rivelasse così rigenerativo da farci riscoprire gli oggetti, ma stavolta come positivisticamente superflui e mistificatorii, smascherandoci nel frattempo ergonomie alternative ed ἐνέργειαι più efficienti?  
 
Il tragitto che percorriamo dal soggetto agli oggetti può apparire strutturalmente identico sia quando origina da un attore Illuminato che non, poichè in entrambe le circostanze si è capaci di abbordare l' oggetto.  
In un caso ci accingiamo senz'altro all' impresa, ovvero anche se sostanzialmente ignari tanto delle implicazioni racchiuse nei nostri moventi quanto delle sue controindicazioni; e questo perchè la irrefrenabilità della propulsione pulsionale che ci sospinge o (anche più spesso!) la sua efemeralità vengono giudicate parametri più che sufficienti ad intraprendere l'azione: ci basta la scelta oggettuale che ci si autoimpone, ed il comprendere si fa importuno rispetto al predominio conferito dal mero fatto d' aver scelto.  
Nell' altro caso, invece, si sarebbe disinclini perfino a muovere un dito fintantochè il rapporto libidico che ci avvince all'oggetto e che con esso ci pregiudica non venga ad esserci integralmente chiarito in tutti i suoi costituenti ed aggregati: il conoscere viene valorizzato propedeuticamente, ed una scelta di-viene praticabile solo successivamente.  
Il Signore ha detto al mio Signore, eccioè la Mente ha detto alla mia mente: ogni pensiero è un' anima - e:
«Non tutti gli uomini antichi smisero di preoccuparsi di sè stessi.  
Se ci preoccupiamo della nostra mente quando camminiamo, stiamo in piedi, stiamo seduti o stiamo distesi, giungiamo ad ottenere la virtù e la gioia. Coloro che invece soffrono perchè si preoccupano di fama e profitto, io li chiamo sciocchi.  
Quindi preoccuparsi per sè stessi è uguale per tutti gli uomini, epperò è diverso.»  
 
Suzuki Shosan *
Collaterali inattesi, e variamente stupefacenti, intervengono in ogni caso allorquando si intraprenda questo percorso: ma in una sola fra le due evenienze potranno esser ribattezzati come certamente positivi.  
La mente è paragonabile ad un veicolo, tanto che si parla di Grande Veicolo o Mahayana e di Piccolo Veicolo o Hinayana: ed ogni veicolo è sempre il medesimo, la mente rimane fenomenologicamente sempre la stessa, ma si guida in almeno due maniere e stili differenti.  
Dunque la illustrazione allegorica più appropriata, volendone escogitare una, non è tanto quella tra chi effettua impraticabili calcoli complessi prima d'attraversar la strada e chi invece si accontenta d' attraversarla; bensì, data la potenza degli apparati in gioco, si riconferma essere quella che intercorre tra chi avvia la accensione di uno spaventoso bolide in stato di ebbrezza, e preme sull' acceleratore, e chi no fintantochè non si sia assicurato d'esser ben sobrio.  
Magari gli va bene per un po', e magari anche per un altro po' intanto che occasionalmente travolge i passanti che a malapena intravede; o magari gli va bene per quanto basta.  
O magari no.  
 
Dottrine scettiche o taoiste, che riconfluiscono nel concetto di Illuminazione con i loro corredi epistemologici di inazione ed atarassia, di apatia afasia e parresia, non diffidano pregiudizialmente della azione e del desiderio, nè ne scoraggiano permanentemente la frequentazione. La raccomandazione è invece provvisoria, e risulta vigente per quel tanto che desiderio ed azione, nel loro stato brado, vengono intuiti come troppo, decisamente troppo opachi per poterli considerare convincentemente affidabili ed attendibili.  
Per redimerne tale condizione, non si tratta di affiancare all' esercizio della azione e del desiderio i più sofisticati equipaggiamenti cinici e machiavellici: porre tutta la propria intelligenza tattica e strategica al servizio di un appetito non lo riscatta affatto dalla sua incomprensibilità, ma si limita a collaborarvi lasciandolo ancora del tutto intatto ed incontrastato nella sua inspiegabilità e nei suoi despotismi.  
Tu puoi volere, e puoi anche agire e desiderare; ma lo puoi solo dopo che sarai assolutamente certo di cosa siano volere, cosa desiderare, e cosa agire: troppo alta è la posta per potersi permettere approssimazioni.  
Mesdames e messieurs, la vostra vita e quella degli altri sul piatto che ruota: fate la vostra scommessa, il banco attende fiducioso.  
 
Ma a tal punto, quale tipo di dispositivo probativo potrò accreditare come sufficientemente rassicurante nel ratificare che io finalmente so cosa significhi ed implichi il volere, cosa il desiderare e cosa l' agire?  
Il concetto di «pensiero della Illuminazione» ci soccorre in merito.  
Nel contesto della Illuminazione, non si tratta di rispondere agli interrogativi sopravanzando delle ipotesi, e nemmeno di escogitare il soccorso di sistemi filosofici più o meno persuasivi. Si tratta di qualcosa di molto più ambizioso.  
Quando si parla di folgorazione ontologica si tratta di approdare ad un livello cognitivo ove ogni risposta ai quesiti insorti si rifiuta di pacificarsi entro margini euristici inferiori a quelli del picco massimo d' autoevidenza esperibile.  
Finchè nell' intimo del mio essere il tormento o l'ascesi non hanno escavato dalle miniere del dubbio un prodotto speculativo tanto immacolato quanto innegabile da potersi fare concorrenziale addirittura (ed anzi quantomeno) rispetto all' autoevidenza con cui nel mio discernimento io incontro i fatti sensibili, non lo reputerò risposta valida bensì ancora una volta voce illusoria.  
Per questo la Illuminazione non è scherzo, e molti la ritengono associata a poteri sovrannaturali: le cosiddette siddhi; lo psichico, incalzato a produrre riscontri ideografici la cui inconfutabilità sia commensurabile al reale, inizia a far trapelare una sua attitudine ad influenzare e manipolare il piano fisico intercettandolo sul piano fisico stesso, quasi si trattasse d' invocazione e sortilegio.  
Un Buddha compiuto, infatti, ottiene paraphernalia mistiche quali chiaroveggenza e chiarudenza; ed indipendentemente dall' opinione che ci si può formare in merito a siffatte radicalizzazioni, cos' altro denotano esse se non che la confidenza nutrita nella qualificabilità dello psichico a sopperire evidenze autoctone equipollenti a quelle fisiche?  
 
Invero, sia che se ne parli una volta pervenuti in questi àmbiti, sia che se ne parli quando ne è al di fuori e imperversa incontrollato come un branco di elefanti indomiti e rabbiosi
«Non c'è nulla di più temibile dello spirito»  
(çantideva, Bodhisattvacaryavatara)
Affermazione che potrebbe accingersi a disputare soltanto chi volesse ostinarsi a sostenere che i pericoli maggiori in cui possiamo incorrere siano gli occasionali cataclismi naturali (non per questo meno drammatici: non si contesta ciò) piuttosto che quelli sistematici indotti o introdotti dall' uomo stesso e dalla sua psichè ottenebrata.  
 
Il problema è tutto nella autorappresentazione subiettiva dei cosiddetti oggetti. Immaginare che gli esseri umani siano istigati al male dal denaro e dal potere significa essersi fatti una idea della pericolosità dello spirito non nativa, bensì ancora una volta addossata agli oggetti, e largamente inferiore alle sue capacità fattuali: la realtà essendo che l' essere umano ha ampiamente dimostrato d' essere perfettamente capace di compiere qualsiasi genere di follia e di insensatezza gratis, spesso avendo una rappresentazione del proprio interesse del tutto distorta dalle interferenze mentali, e che anzi di solito è proprio così che le compie. L' oggetto non è redentivo.  
 
In qualità di obscurissima entia sono stati citati oggetto e azione, desiderio e volontà: ma non si trattava di una enumerazione prescrittiva, bensì esemplificativa. Infatti incertezze analoghe ed altrettanto gravi ci assediano e ci pressano. Proprio mentre scrivo, io non so quali siano le operazioni mentali dietro le mie parole; e per quanto le parole mi paiano rivestire una non aleatoria importanza che preavverto, mi avvedo anche che in quanto alla natura delle operazioni che le generano sono stato da sempre totalmente immemore ed ignaro: il che costituisce un motivo in più, e non in meno, per tenere a cuore l' Illuminazione.  
Anzi, sospetto di non trovarmi neppur qui.  
Talora sento di essere una specie di drone, una marionetta mossa da invisibili fili, un avatar che da postazione remota viene telecomandato da un pilota iperuranico che sarebbe il mio vero , e che mi sovrasta dalla sua ubicazione siderale: e che ode attraverso le mie orecchie, vede attraverso i miei occhi, e ingoia esperienze attraverso la mia bocca; per quello che ne sappiamo, l' apparato neurofisiologico potrebbe essere, più che il produttore monopolico, un recettore di coscienza: potrebbe essere un apparecchio radio che si sintonizza e capta una trasmissione ed emette una eco di ritorno o rilascia dei ping; ed esserselo raffigurato diversamente così a lungo, sarebbe stato tanto ingenuo quanto colui che, udendo un jukebox, vi si accostasse e lo scuotesse al fine di stanarne i musici evidentemente ed indubbiamente ripostivi dentro.  
Talaltra invece nemmen so se esistete voi: vi vedo, ma sinceramente me lo chiedo; e mi chiedo se questa mia vita non sia tutta una gigantesca messinscena ipnagogica imbastita da terapeuti che, intenti attorno al mio capezzale, cospirano indefessi per ottenere il mio risveglio dal grande coma dal quale potrei ritrovarmi inondato ed addentro al quale, signori, potrei essermi persuaso della vostra sussistenza; perchè se così fosse, non ci sarebbe alcun modo per me di evincerlo nè di accorgermene, se non che dopo essermi riscosso nel risveglio e, sbalordito ed abbacinato, sentirmi dire da dottori sconosciuti e sorridenti ed oramai compiaciuti: «Finalmente! Alla buon ora! Bentornato».
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La folgorazione ontologica implica pertanto una fiducia dell' essere e nell' essere (nell' essere inteso sia pascalianamente come un dio imprigionato dentro l'essere, che nei confronti degli esseri viventi), una fede e quasi una confessione, nella sua capacità di rivolgersi o attingere ad un substrato apocalittico ovvero idoneo a rilasciare una Rivelazione sul mondo.  
E un tesoro simile sta nella persona, non nel libro: la persona è la miniera, e il testo ne è il minatore - non viceversa. La sophia è ostetricia: e quando un testo è letto bene, lo saprai perchè è il testo che inizia a leggere te.  
 
Se il sapere trova un suo sinonimo nel libro o, più in generale, in quel che Roland Barthes definiva «il testo», allora la saggezza nel leggere lo è anche del sapere. E quando il sapere non è più rivolto a scopi fittizi ed anomici in quanto eteronomi, quali ad esempio il leggere per ingiunzione ed aggiudicarsi così un buon voto alla tesi di laurea, avviene l' ignizione e parte la trascrizione inversa: non sei più tu che decifri il libro, ma è il libro che adesso decifra te.  
Quando un passaggio non ci dice niente di coinvolgente in un senso o nell' altro, e nessun sommovimento nè di fede nè di vibrante ripugnanza ci scuote mai, non è perchè non ha niente da dire il passaggio ma perchè non abbiamo niente da dire noi.  
Epicuro scrisse:
«E' vuoto l'argomento di quel filosofo che non riesca a guarire alcuna sofferenza dell' uomo: come non abbiamo alcun bisogno della medicina se essa non riesce ad espellere dal nostro corpo le malattie, così non abbiamo alcuna utilità nella filosofia se essa non serve a scacciare le sofferenze dell' anima.»
Ma l' imputazione che Epicuro muove unicamente al redattore, e che surrettiziamente ma inappellabilmente lo ridicolizza relegandolo nelle vesti di un Pangloss, è dimentica della inevitabile connivenza del lettore: un hollow man non potrà comprendere compiutamente la pienezza di un pleroma, e per trattare la tua ferita il miglior dottore è quello che venne analogamente vulnerato - perchè la luce può anche risplendere nelle tenebre, certo: ma le tenebre la capiranno?  
 
C'è gente che si è avvicinata alla onniscienza recitando abbastanza a lungo la semplice formula «Namu Amida Butsu», altri contemplando un singolo monogramma semeiotico come l' aleph ed alcuni addirittura attraverso la contemplazione del vacuo nulla dello zazen: noi invece ce ne stiamo qui con interi canoni Buddhisti a disposizione nelle biblioteche, e con i Veda, e con La Commedia Umana e con quella Divina, con la Bibbia e con Seneca ed Epitteto; ma li lasciamo ad impolverarsi sugli scaffali perchè la intera enciclopedia britannica ci strapperebbe a malapena uno sbadiglio: indubbiamente, la responsabilità di questo stato di cose è da addebitarsi alla futilità ed alla inutilità pratica del testo, e non certo a noi!  
Il motivo per cui Hegel (o Jaspers, o Sartre, o Heidegger, o Husserl - o chi per loro) ci risulta difficile da capire, non risiede davvero in Hegel ma nel fatto che noi non abbiamo mai nemmen tentato di capire nè noi stessi nè quel che ci succede: come potremmo allora anche solo sperare di capire Hegel? Ma Hegel ci sta leggendo proprio mentre non lo capiamo, e racconta di noi capendoci alla perfezione - ben sa che c'è poco da capire con esseri che non risparmiano sforzi per esser cotanto orgogliosamente dappoco.  
Chi cerca nel testo qualcosa di diverso da sè stesso, è fatto o per non lasciar traccia o per tramandare sempiterna infamia. Ma tu non fare così: tu dai valore a te stesso, e permetti che Hegel ti parli di te. Non rubricarlo onde neutralizzarlo, per non essere rubricato e neutralizzato a tua volta. Non criticarlo, se non che per scoprirti criticato. Ogni libro parla di una cosa sola: di te.  
Capire significa riconoscere in sè l' identico, l'isomorfo rispetto a quel che abbiamo ispezionato. E quando un libro dirà bianco ed un altro nero, tu dì di sì ad entrambi, e vai su e giù nel rollercoaster del disgusto di te stesso, elazione e redenzione, poichè tu puoi essere tanto bianco quanto nero ed entrambi contribuiscono alla tua comprensione, e ti qualificherai meritoriamente non certo per esser nato o già tutto bianco o già tutto nero, ma per aver scelto cosa essere pur essendo stato generato e conteso da entrambi.  
Fa' pace con il male, perchè il male sei tu: e allora sarai davvero pronto per il coraggioso melanconico disperato e possente bene, per Sophrosyne.  
 
Vale notare che la presenza della summenzionata fiducia rivolta all' essere non è più ingenua di quella riposta nella idoneità degli schemata sistematici a supplire risultati di portata soteriologica. Infatti ogni sistema, anche se non lo ammette, mira ad una qualche salvazione e quando non lo ammette è sol perchè non lo ha ancora autochiarificato a sufficienza a sè medesimo: tanto varrebbe dunque puntare direttamente al bersaglio vero, alla "redenzione".  
 
Perchè se è vero che calcoli accurati (ovvero sistemici) possono salvarci dall' armagheddon siderale di un asteroide in traiettoria di collisione con il pianeta terra, è anche vero che fu in momenti di folgorazione ontologica e non di lezione accademica che sia Archimede che Newton si avvidero delle implicazioni profonde dei loro schematismi e dei loro sistemi, in assenza del qual momento essi sarebbero rimasti per l'appunto solo schemata in attesa di quella fecondazione finale che si propone sempre come uno scarto subitaneo, come un quantum leap sintetico, rispetto a tutto ciò che la antecedeva, e come ciò che davvero si intendeva perseguire; il fatto che non ci si sia avveduti a priori di questo finalismo che ispirava il sistema, significa solo che ci troviamo in presenza di una retroazione che ci fa ripiombare nella eterogenesi dei fini.  
 
E nel mentre che la folgorazione ontologica sembra incoronare tutti gli schemi che la precedevano, epperò sembra anche regnarvi sopra in una maniera sovrana che sopravviene a manifestarcisi e a sorprenderci come fondamentalmente irriducibile e mai del tutto consequenziale o riconducibile a quanto sembrava averla allestita.  
Dunque il vero obbiettivo del sistematico è in realtà, allorquando perseguito fino in fondo, quello di sfondare l' orizzonte del sistema stesso che accudiva.  
 
Invero, fra fatalità improvvida e conseguenze intese trascorre la stessa differenza che intercorre fra folgorazione ontologica e orientamento sistematico: perchè non è davvero che noi vediamo il mondo, l' aldiqua scientifico, e neppure l'aldilà metafisico, come nel mito della caverna di Platone: ovvero come ombre proiettate su di una parete da un fuoco, da fiamma ferma simile ad uno steady state situato da qualche parte nel loculo ove ci aggiriamo, e quindi per segni offuscati e incerti, per sagome mimetiche (simboli, metafore, linguaggi), per lallazioni ed ombre con le dita di quel che realmente è.  
 
Bensì piuttosto io direi che, quando noi vediamo, noi vediamo davvero sia il mondo aldiqua che quello aldilà, invece, come per una detonazione, come per un big bang: non attraverso i servigi di fuoco stanziale, ma attraverso quelli di fuoco breve.  
 
Così come quando traverso il buio cupo e temporalesco del bosco più folto e nelle vastitudini dei campi di segale più estesi che nottetempo daddentro a latebre inaccessibili ed imperscrutabili vengon imperterritamente spazzati e prostrati da vento impetuoso esalando profumo sferzante, la folgore improvvisa saetta: e, intonando nella cratofania di un istante cotanto indubitabile ed autoevidente et gravido e fatale, squarciando la tenebra più impenetrabile della notte più confuscata e di caligine foscoscura, dirada ogni orizzonte e, straziatene la coltre, panorami inauditi ci appalesa smaglianti; e per un memorabile nanosecondo al fulmicotone possiamo intravvedere attoniti tutto dattorno un madido mondo scintillante e vertiginoso e quasi sconfinato et inimmaginabile et insospettabile, e vivente; e quindi l' impensabile, e con esso poi sovrumani silenzi e misteriosofiche quïeti di là da quello, e cïeli ulteriori, e di nimbi cumuliformi purpurei i drappi, e d'alberi spettrali le sagome; e nella frammentaria lacerazione che tuonò e che fiammeggiante si schiantò, ci si disvelerà un cosmo intero collocato da sempre proprio lì, proprio accanto a noi, e che ci assediava e che ci circoscriveva, ed or ora appena balenato: fugace epperò indimenticabile, transitorio epperò trasfigurante, ma infine e soprattutto oramai finalmiente certo.  
 
Il dio a cui noi credevamo, o non credevamo, o cui non sapevamo bene se credere o se non credere, era seduto giusto lì, calmo composto e silente, da sempre esattamente davanti a noi: e ora che subito, rocambolato via il lampeggio della folgore, siam tornati a brancolare nel buio, se osassimo tendere verso d' Esso la mano, se solo osassimo tanto, cosa succederebbe? Potremmo toccarlo, e ricambierebbe Egli?  
 
Come se la verità fosse innanzi a noi, proprio qui: proprio davanti al tuo naso, sai.  
E sol che tu sollevassi il tuo pollice e tracciassi con esso un' invisibile e piccola fantasmagorica linea davanti allo spazio che sta immoto innanzi al tuo volto, forse i margini di quella riga subito si spalancherebbero per riavvolgersi a latere e dispiegare innanzi al tuo sguardo incredulo e stupefatto un mondo brulicante di esseri e nessi, da sempre coesistenti e palpitanti al di là di quella sottilissima pellicola che te ne precludeva la percezione.  
 
Non è tanto una caverna dunque, quanto piuttosto un campo aperto, la heideggeriana «radura», e non è tanto una prigione quanto è che, essendo questo campo di grano molto molto oscuro, non ci azzardiamo a correre lungo il crinale d'un sentiero così periglioso - in realtà nemmen sappiamo bene dove ci troviamo: non si cammina grazie alla vista, è noto.  
 
Tu dirai che son fole; ma prova ad immaginare per un attimo cosa sarebbe accaduto se nessuno avesse giammai posseduto il campo visivo - ed avrebbe potuto ben accaderci essendo infatti e precisamente già accaduto: a molti invertebrati; ebbene, ignoreremmo l' esistenza niente di meno che delle stelle.  
E qualsivoglia spiegazione avessimo trovato per giustificarci il calore del sole, sarebbe stata comunque quella sbagliata.  
Orbene se tu puoi immaginare agilmente le conseguenze di questo, cosa è che ti impedisce di immaginare le conseguenze di quest' altro e cioè che noi, oltre al quinto che abbiamo, si possa invece mancare di un sesto e magari anche di un settimo senso? Perchè il fatto che questa ipotesi non sia falsificabile, non dovrebbe autorizzare la disonestà intellettuale del non ammettere che purtuttavia essa è anche assai probabile.  
E se davvero ci fosse qualcosa della magnitudine de le stelle che noi non percepiamo affatto, per niente, ma che ciò nonostante sussiste e di cui possiamo ben subire le ripercussioni pur non riuscendo a spiegarcele e forse nemmeno a raffigurarcele come tali? Che cosa non ci si chiarirebbe se possedessimo codesto senso mancante? Forse certe irrazionalità che oggi ricadono nella inesplicabilità ch' abbiam nomata dominio del fato, ci diverrebbero invece lampanti, e perfettamente e consequenzialmente esplicabili e prevedibili.  
Dunque tu «non abbandonare mai il pensiero della Illuminazione»: ne potresti aver bisogno sul serio.  
 
Quel momento, quell' istante preziosissimo nella tormenta per accattivarsi il quale v'è chi ha speso una vita tutta intiera, non si lascia mai ridurre a mera conseguenza della ostinazione della pioggia, a risultato inteso dalla metodica pluviale, a esito del sistema: quando piove può succedere che lampeggi, ma non stava piovendo per quello, e il lampo ci rivela molto più della pioggia che cade e che rovescia.  
Non voglio apprendere la vera natura delle cose attraverso le ombre platoniche proiettate sulla parete di una caverna da un fuoco calmo che crepita nel bivacco dell' accampamento: voglio invece apprenderla nel battibaleno convulso che in uno sprazzo catartico e tempestoso me la disponga tutta e chiara - così da poter dire, e raccontarlo ai nipoti ed ai nipoti dei nipoti: «sì, ho avuto la mia visione».  
 
In tale eventualità e prospettiva, il sistematico non viene scartato da alcuni pensatori per convenienza e senza un estimo sufficientemente accurato tanto dei suoi pregi quanto della nostra idoneità a perseguirlo, ma di proposito ed in seguito a coscienziosa disanima e degli uni e degli altri, delle virtù sue e del vizio nostro - e ciò nonostante scelta precisa venne fatta: non si tratta di resa, di desistenza dal sistematico per incompetenza conclamata, ma di abbandono volontario per vocazione irresistibile.  
Io so che questo può essere, dunque scelgo questo.  
 
Occorre convincersi che, essendo tutto ciò possibile, bisogna per ciò stesso negoziargli uno spazio: il pensatore asistemico (magari l' aforismatico come Nietzsche) potrebbe non essere un inetto, ma il seguace di una altra Eleusi * - qualcuno che davanti al buio non rifugge ma osa il tuffo e grida: io ti sono fedele da sempre, oh Dianera, Tu Dea nera, tu Diana O-Scura, tu Artemide Nigra, tu occhiazzurra di fosforo glaucopide, che bronzo corrusco e battuto scambi restituendoci nell' etterno fulgido acciaio sopraffino!
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