Below you can find the text of the snippet you want to read, and the list of the other snippets by this author if available. What are snippets?
Snippets are texts you edited that either you or other Full Poster members may reuse elsewhere on Full Poster, for instance inside blogs, as if they were quotations. Publishing a snippet implicitly means you accept it will be available to other members too for inclusion. If your snippets are included in the texts of other members, it will be printed a link that credits you as the author of the included snippet. Snippets are very useful in case of long quotes, exemplary descriptions or codes that you plan to use often, because they spare you the need to type their texts again, and they increase your visibility via the products of other members. If a member has banned you from his/her friends you will not be able to include his/her snippets as long as the ban is active. To Insert a snippet you must know its unique Identification Number, and then use the following syntax: either a white space or a new line, then an exclamation mark immediately followed by the identification number of the snippet to import, and then again either a white space or a new line: !1234567 You can't insert snippets within other snippets. See the list of the snippets by all authors.
State per leggere quello che è, probabilmente, uno dei saggi epistemologici più singolari che siano stati scritti negli ultimi anni.
Per cui: en garde!
Le Apparenze Ingannano
Quanto è stato conseguito in Tradizione E Tradimento: Tradizione Uno, è meno ovvio od accessorio di quanto si possa immaginare.
Le apparenze infatti ingannano, poichè quello scritto accampa argomenti che non sono del tutto sconosciuti e, conseguentemente, a prima vista forse neppure oltremodo significativi.
Ma, intanto, li accampa in maniera serrata; così facendo ha già il merito di riproporli sotto una luce più vivida, a significare che la loro portata necessita di una disanima e di una attenzione molto più polarizzata di quanto gli sia stato prestato in passato.
La loro apparente natura di argomenti pacificati è una dissimulazione ben lungi dal rivelarci tutto ciò che racchiudono: la percezione di avere a che fare con una problematica già risolta e riconciliata è indotta molto più da quel che in essi non ci può perturbare in quanto non ancora affiorato e chiarificato, che dall' avere raggiunto quella soglia investigativa conclusiva oltre la quale una controversia viene consegnata agli archivi della storia. Si tratta di un cold case filosofico.
Inoltre, avere smascherato nella Tradizione Uno il ruolo di ipostasi dell' insensato, costituisce una problematizzazione di non poco conto: poichè le questioni che tale visualizzazione della Tradizione comporta, e le domande cui si predispone a rispondere, non si sono ancora articolate nella coscienza collettiva in tutte le loro sinistre implicazioni - ivi inclusa quella per cui quanto attiene alla Tradizione, si propaga inesorabilmente anche alle sue sinonimie non ierofantiche: alla tradizione intesa sociologicamente come consuetudine relazionale invalsa nel gruppo osservato.
Avere ricapitolato la Tradizione Uno sotto le latitudini di una unica e famigerata sfida all' essere, sempre la stessa e giammai diversa, ovvero quella nichilista a prescindere dalle sue più o meno pittoresche varianti manifestative, implica che quel che è stato anche detto è che il Male è uno solo ed è sempre il medesimo, in maniera del tutto indipendente ed irrelata rispetto alle sue innumerevoli successioni ed avatar mundani; per cui non si tratta di dare risposta ad una pluralità di problemi ovvero a diversi tipi di male, dissanguandosi lungo tragitti ermeneutici interminabili, ma si tratta invece di fornire una risposta sola: quella al male e non ai mali; risposta la quale, una volta conseguita, sarà idonea a risolverne tutte le possibili declinazioni e versioni, avvicendamenti, potenziamenti ed affievolimenti.
Il discorso che soggiace al male è unico, è monocorde: non si deve consentire a tale astuzia del male, quella cioè di presentarcisi polimorfico, di irretirci e sviarci lungo lo sgranarsi di apparizioni spettrali molteplici.
Il cortocircuito che costituisce la fibra della sfida che il male muove all' essere, l'interrogativo che gli soggiace e ch'esso incessantemente ripropone, è immutabile e perenne: è come una domanda ogn' ora ripetuta in dialetti ed idiomi diversi, nella speranza d' addivenire a quella verbalizzazione consona a renderla intellegibile e che, rendendola intellegibile, ne dissolverà infine l'inganno protervo e le numerose malie.
In questo senso cosa è la Tradizione malintesa (il che coincide proprio con la Tradizione maggioritariamente intesa) se non che il compattamento monumentale di molti precetti che pertengono ad un unico disegno?
Molto bene dunque la Tradizione Uno si presta a disvelarsi come templio prototipico ed arca del Male inteso quale canone monolitico ed unico ininterrottamente rimodulantesi negli infiniti contrappunti e morfemi da esso sussunti.
Se il male si identifica con il nichilismo, allora esso deve condividere con il nichilismo il medesimo obbiettivo: denegare la possibilità e l' opportunità della ascrizione dei significati.
La sorprendente differenziazione di ruoli che si potrebbe semmai operare fra le due entità è la seguente: il nichilismo denega il significato, il male tenta di inocularne uno egodistonico; e per quanto alla fine quest' ultimo proponimento vada a coincidere con l'intento nichilista, fintantochè non vi coincide, fintantochè s'intrattiene sul percorso che reca a quel ricongiungimento, si profila come una preziosa occasione da tesaurizzare per pervenire ad una comprensione di cosa i significati siano: perchè giammai sentiamo cotanto vivo e cotanto incalzante un significato, che quando cotale significato ci si impone come sgradevole, lasciando così trasparire tutta la propria fisionomia fenomenologica ed il proprio dilacerante carico.
Peraltro il fatto che sia stato possibile configurare una Tradizione Uno fa pensare che, dal momento che sussiste la non infondata possibilità dialettica di conferire una numerazione cardinale alle prospettive della Tradizione, sia anche contestualmente comprovabile che una plausibile percentuale di inusitato debba davvero ritrovarsi custodita nella precedente trattazione visto che ci si è appalesato come ben concepibile, e niente affatto come inconcepibile ed ingiustificato, un termine che la designa.
Non ho voluto classificare questa Tradizione ribattezzandola con un prefisso quale archeo o paleo, nonostante questi prefissi sembrassero i più qualificati per proporsi come candidati atti a fondare validamente un simile neologismo.
Ho preferito invece lasciare impregiudicato questo aspetto lessicale, cosicchè sia il lettore ad intercambiare Uno con il valore che preferirà assegnarli.
Come nel primo verso del Tao Te Ching ove le traduzioni abbondano, tanto che secondo me essendovi fra le significazioni di tao anche quella di 'magia' oltrechè di 'via' la traduzione corretta sarebbe "L'incantesimo che sia vero incantesimo, non è un incantesimo", analogamente tu, o lettore, potrai tradurre Tradizione Uno con il nome dei lineamenti che tu ci vedi e che risulteranno più indicativi nel contesto del tuo vissuto e del tuo comprendere.
Tradizione E Autoinganno
La Tradizione Uno imputa tipicamente l' ossequio della propria precettistica alla necessità, tramite tale osservanza, di satisfare il dio che quella tradizione avrebbe rivelato e che quindi a quella tradizione presiede.
Ma quale intellezione ha tale Tradizione, e quale abbiamo noi, riguardo a questo dio?
Si tratta infatti di un rinvio ad una cognizione la cui lacunosa definibilità appare funzionale a fondare la autorevolezza della prescrizione: quanto meno il dio è noto, tanto più diviene necessaria l'ottemperanza scrupolosa ai suoi precetti, in modo da compensare l'ignoranza con la competenza.
Di più: come ben scrisse Karl Jaspers
«E' possibile spiegare qualcosa senza comprenderlo.»
Dice inoltre Heidegger in «Chi è lo Zarathustra di Nietzsche?»:
«Ciò suona strano alle nostre orecchie, e di fatto lo è, finchè ci restano estranei i pensieri fondamentali che reggono la metafisica (...) E a loro volta questi pensieri ci restano estranei finchè invece di pensarli davvero, ci limitiamo a darne delle esposizioni.»
La riflessione, pur chiarissima, rimane tuttavia inefficace nella misura in cui si affida all' auspicio di un non meglio definito "pensare davvero" come controcampo di un altrimenti assai ben definito "limitarsi a darne delle esposizioni": perchè se non sappiamo in maniera sufficientemente univoca cosa significhi "pensare davvero", siamo invece assai ben familiarizzati con cosa s'intenda alludendo al mero fornire delle esposizioni, essendo quest' ultimo quel con cui facciamo convenientemente coincidere la pienezza della ortoprassi religiosa e di cui consuetudinariamente ci accontentiamo.
E' precisamente ciò di cui si accontenta anche la Tradizione Uno.
Il motivo per cui, negli sforzi epistemologici summenzionati, all' ignoranza sopravviene la competenza, alla spiegazione non si accompagna la comprensione, alla esposizione diligente si contrappone un pensare aggettivato da un "davvero", eppure nonostante il soccorso di cotante alternative sentiamo di non essere ancora riusciti a delineare con chiarezza sufficientemente puntuale in cosa queste antitesi si differenzino rispetto alle loro tesi, risiede nel fatto che tutte alludono tacitamente all' autoinganno del soggetto.
Se infatti non sussistesse quella autodisonestà intellettuale sulla scorta della quale noi diciamo a noi stessi di aver perfettamente penetrato quel che non abbiamo penetrato per niente, la competenza non servirebbe più per ovviare alla ignoranza, nessuna spiegazione antecederebbe mai una comprensione, e l'aver pensato ci sarebbe sufficiente senza dover auspicare un ripensamento che stavolta ci sveli cosa sarebbe il pensar "davvero": infatti pensare senza aggettivi dovrebbe bastarci, dacchè se si pensa si dovrebbe sempre e solo pensare davvero, diversamente dal che dovrebbe appalesarcisi come del tutto ovvio che non abbiam pensato affatto.
Nel momento cioè in cui perdiamo il raccordo con noi stessi, e mentire a noi stessi diventa coessenziale al nostro vivere, smarriamo fatalmente anche quel contatto con quella retroregolazione positiva o negativa che è la sola funzione biologicamente affidabile, incaricata di convalidare la sussistenza dell' integrità incorrotta del nostro essere e della sua intima coerenza: venendo a mancare questo è inevitabile che il già definito si tramuti improvvisamente in indefinibile e che terminologie altrimenti ovvie ci si facciano ora incontro come enimmatiche, se quanto è deputato a corroborarne la veridicità e la validità ed a puntualizzarne l' accezione è stato intenzionalmente spento onde consentirci la possibilità della menzogna.
Scrive Husserl, parlando in prima persona ma proponendo il suo io quale mero esemplare dell' insieme in cui esso ricade, ovvero quello del genere umano:
«Io non posso credere alla coesistenza di contraddizioni - e per quanto faccia, ogni mio tentativo fallisce contro ciò che io sento come una resistenza insuperabile. Questo non poter credere, si potrebbe argomentare, è un' esperienza vissuta evidente: comprendo perciò che per me, e quindi per ogni altro essere che io penso a me analogo, è impossibile credere a ciò che è contraddittorio.»
Ma in realtà non è affatto impossibile credere a dispetto delle aporie: anzi. E quella resistenza è tutt' altro che insormontabile: al contrario, è assai facilmente aggirabile.
Infatti è sufficiente disattivare le facoltà propriocettive, per far contestualmente ed immediatamente cessare la ricezione stessa del canale deputato a rilevare le incompatibilità antinomiche ed a notificarcele.
Al fine di disturbare od inibire del tutto siffatti segnali, non è nemmen necessario un ausilio farmacologico: per denegare che sentiamo quel che sentiamo, o per assegnare a quel che abbiamo sentito una valenza aberrante, basta disinserire il cervello - operazione banale, nell' effettuare la quale si può conseguire precocemente la maestria, e che chiunque è in grado di compiere con disinvoltura professionale sol che vi si dedichi con quel minimo di regolarità che consenta al disuso di atrofizzare l'organo, e ai risultati ora incontrastati di raccomandarci la loro vantaggiosità.
«La psicoanalisi è uno studio sistematico dell' autoinganno e dei suoi motivi»
Sennonchè, trattandosi di fenomenologia oramai epidemica, più che confinare questo intento ad una disciplina settoriale quale la psicoanalisi, lo si dovrebbe estendere alla interdisciplinarietà della stessa vita vissuta, e con ciò restituirlo al patrocinio della filosofia intesa nella sua nozione antica di sintesi onnicomprensiva d'ogni sforzo olistico volto a cogliere "davvero" il vivere e l'esserci a prescindere da qualsiasi titolarità accademica.
Quando Husserl si lamenta che i suoi avversari lo osteggino accusandolo di profferire «analisi "meramente verbali", "grammaticali", e "scolastiche"» e che decantino un percorso alternativo cosiffatto:
«Basta con le vuote analisi verbali! Dobbiamo invece interrogare le cose stesse, torniamo all' esperienza che sola può dare un senso ed una legittimità razionale alle nostre parole»
egli dimentica che queste disfide non riguardano nè i formalismi grammaticali che i suoi avversari deprecano, nè quelli sperimentali che auspicano.
La fatuità di una comunicazione viene riscontrata immediatamente, e non in seguito ad un accertamento riguardo alla sussistenza od alla carenza di riscontri scientifici (cioè, biochimici ed astrofisici?) che ne suffraghino la credibilità: simili verifiche nemmeno si ventilerebbe di farle, pena il decadere nel grottesco.
L' impressione della futilità di un discorso va dunque ascritta ad un istintivo soppesamento concernente la sostanzialità od insostanzialità caratteriale dell' attore, e non del copione: dal locutore tracima la contraffazione di senso indotta dalla sua assidua frequentazione con l' impostura. L' autoinganno infatti non ammette il consolidamento di alcuna unificabilità nella tempra; esso corrode ogni stabilizzazione interiore e prospera logorando gli intrecci dell' ospite, in quanto la menzogna deve sempre essere in grado di rimpiazzarli prontamente: essa ne esige la fugacità sistemica.
A tal punto, è semplicemente ovvio che ad una persona così svuotata di coerenza possano solo accompagnarsi parole che risuonano vuote. L' essere risulta falso lungo tutte le latitudini: sia quando le sue parole vengono recepite come poco convincenti, sia quando avoca a sè il supporto della scienza: dacchè quest' ultimo non viene mai introdotto come sonda abilitata a probare la fondatezza delle tesi, bensì eretto come scudo dogmatico atto a respingere ogni ulteriore approfondimento.
Se un discorso viene prontamente accusato d'esser falso, il rimprovero non è fondato affatto sulla presuntiva insoddisfacenza della logica formale o booleana addotta, ma sulla incompatibilità fra le differenti giurisdizioni intrapsichiche cui gli interlocutori obbediscono; uno dei due, aduso a mentire, o mente all' altro o non capisce l'altro poichè quest' ultimo non gli mente.
Solo se fossero entrambi marci, oppure entrambi puliti, allora si capirebbero benissimo: i primi implicitamente od omertosamente, i secondi esplicitamente e sinceramente; e come nel rapporto fra acquirente e venditore descritto da Mandeville * :
«Per quanto l'uno sia desideroso di vendere, l' altro lo è ancor più di comprare: ma tutti e due temono [i reciproci raggiri], e per un po' di tempo fingono tutta l' indifferenza possibile [nella contrattazione] (...) Alla fine [dopo svariati tatticismi] l'uno, che aveva cercato di ingannare l'altro, si ritrova ripagato della stessa moneta. Ma tutto questo viene definito comportamento commercialmente corretto, anche se io sono sicuro che [al di fuori di esso] nessuno dei due avrebbe mai desiderato d' esser trattato come costoro si sono appena trattati a vicenda.»
Proseguire un dibattito fra figure così radicalmente disomogenee esiterebbe in una lotta senza quartiere, dove il corrotto potrà sfoderare la calunnia - invero un classico, che rivela dove cade l' enfasi: ma la validità logica degli argomenti e la ingenza dei collaudi scientifici non avranno, in nessuno stadio, alcun ruolo indipendentemente dall' invocazione strumentale che si possa farne.
E' come il movente di un delitto: in realtà non spiega niente. Perchè a parità di condizioni formali, uno delinque ed un altro no: c'è chiaramente dell' altro; ed è questo altro, e non il movente, ciò che determina l' esito.
L' argomentazione impiega la logica come dissimulazione: il confronto reale avviene fra potentati esistenziali, non fra presupposti razionali - ed è dunque dialetticamente indecidibile.
La logica non conta: attraverso di essa nè si comprende nè si delibera.
L'unica cosa davvero fondamentale per la conoscenza, è che l'essere non si corrompa.
Per cui oggi fatti questa scortesia, e dì a te stesso la verità: quel dio di cui tanto parli, non hai la minima idea di cosa sia.
Potrebbe ben esistere, sia chiaro; anzi io nemmen dico che non esiste, bensì che esiste; però tu lo fai soggiornare dentro concezioni profondamente autocontraddittorie e lo fai vivere in verbalizzazioni invivibili, che poi del tutto coerentemente sviluppano comandamenti autocontraddittori ed inadempibili in quanto del tutto inesplorati nel loro senso: a quel punto, ed assai giustamente, solo una ingiunzione d' imperio potrebbe indurti ad onorarli.
Se infatti non si è compreso qualcosa, solo una imposizione può salvaguardare l'assetto inassimilato dalla incombente deriva nell' inatteso e subitaneo diniego di consenso e di fedeltà: perchè l'esercizio del giudizio ed il ritiro dell' assenso sono le più caratteristiche ed imprescindibili conseguenze che qualsiasi incompleta od impossibile comprensione mantiene il diritto di reclamare in qualsiasi istante.
E il motivo per cui la Tradizione Uno intende scongiurare questo esito non consiste nel fatto che diffiderebbe delle tue capacità ermeneutiche, ma nel fatto che sa perfettamente di non aver mai fatto un bel nulla per promuoverle: non sta tutelando la congruenza della propria dottrina dalle possibili contaminazioni della tua volubile incompetenza, ma disabilitando la pertinenza della tua critica dalle possibilità di effettuare incursioni analitiche e sintetiche nell' intessuto della propria incomprensibilità.
E con questi non solo vacilla, ma anche crolla l'intero impianto finzionale delle Tradizioni Uno: esse non sono quel che dicono di essere, ma uno dei volti ghignanti dello sforzo nichilista del nulla teso a vanificare ogni autentica significazione.
La Logica Non Basta: Teologia Come Gnoseologia Alogica
Coloro che parlano degli dei possono anche esser credibili, ma nelle tautologie di una Tradizione Uno non riescono ad essere in proposito molto più chiari di coloro che ne parlano bestemmiandoli.
Infatti anche questi ultimi ne parlano, esattamente secondo una simmetrica inversione della silloge per la quale:
«Tu credi che c'è un solo Dio? Fai bene: infatti anche i demoni ci credono, ed è per questo che tremano di paura.» (Giacomo 2:19)
Se non sappiamo cosa sia un dio pur ripetendone precetti e nome ogn'ora «per sentito dire» (Giobbe) e riempendocene la bocca, e se dal suo canto il dio stesso in plurime Tradizioni rivendica la sua prerogativa di sottrarsi ad ogni definizione univoca per preservare e gelosamente custodire la polisemicità di nomi multipli e plurimi (un esempio à la Voltaire redivivo: gli anglosassoni lo chiamano "God", mentre i francesi invece vi si appellano incautamente nomandolo addirittura "Dieu": ma si suppone che, mon Dieu o God o Shiva che sia, Egli sia abbastanza sagace da indovinare in tutti i casi a chi ci si starebbe riferendo, giusto? Non vorrei sbagliarmi), allora chiunque risulta autorizzato ad avanzare la propria futile ipotesi in merito, fin al punto di intepretare i desiderata del dio impetrandoli nella forma di un Vitello d'oro; e potrebbe ben farlo senza nemmeno esibire intenzioni blasfeme, ma in tutta sincerità ovvero animato da un desiderio o tanto buono o tanto cattivo quanto il tuo: perchè come potresti distinguervelo con certezza? Dove rinverrai quella logica dimostrativa talmente inoppugnabile ed impeccabile da ammutolire quella dei tuoi avversari, positivamente levar loro l'ultima parola, e incontestabilmente sconfessare la loro eterodossia onde inebriare nel cielo la tua?
E' proprio perchè non si riesce a rinvenirla, che molti hanno usato invece la forza: ma non è la stessa cosa, perchè la forza vince ma non convince.
E' dunque possibilissimo chiamare dio qualcosa che con il dio non ha nulla a che vedere.
Quando esprimiamo una valutazione su qualcosa, il nostro giudizio è in realtà disinteressato alla verità: perchè non ne necessita affatto onde fondarsi.
E' notizia comune che qualcosa potrebbe esser vera pur se non ancora riconosciuta come tale dalle vaste platee: non sarebbe la prima volta che una teoria giunta a maturare un apparato probativo convincente venisse respinta oggi, e suffragata domani.
La inferenza immediata di questo referto storico sarebbe che mi potrei permettere di ritener esatto qualsiasi apprezzamento io esprima, poichè potrei in qualsiasi momento ricollocarlo strumentalmente fra le categorie di quanto agli altri risulta temporaneamente incomprensibile, mentre da me sarebbe già stato ben capito.
Ma, a prescindere da questo stratagemma, è un dato ontologicamente arcinoto che non è mai stata la verità quel che ha stabilito la pertinenza di un giudizio.
Infatti un mio giudizio, quale ad esempio la sgradevolezza attribuita ad una situazione, mi si autoimpone come decisivo e fidato non in quanto ne sia inappuntabile la sua dimostrazione logica, ma in quanto per me rappresenta una sensazione che si fonda sul mero fatto ch' io la sento: nessuno può negare che io provo quel che io provo; e dunque quel che io provo è per me incontestabilmente vero, indipendentemente e prioritariamente rispetto a qualsiasi sua ulteriore validazione logica. Non me ne interessa la opportunità logica, poichè io avrei a che fare con la sua presenza anche qualora di logicità non ne detenesse alcuna: esso è vero nella misura in cui, pur se fosse falso, io non riuscirei comunque a sbarazzarmene. E' dunque per me vero. E' verissimo.
E' anzi più vero di qualsiasi dimostrazione logica: perchè anche qualora mi venisse supplita la più incontrovertibile prova della sua inattendibilità, il mio giudizio continuerebbe ad assillarmi proponendomi così una sfida che mi si dimostrerebbe con i fatti più vera del vero.
La logica mi porge la seducente possibilità di un giudizio condiviso: ma posso permettermi di declinarne l' offerta, poichè qui mi avvedo che più una cosa è condivisa epperciò apparentemente vera, meno vale. Perchè è proprio il fatto che il mio giudizio sbagliato mi confina nella incondivisibilità e forse finanche nella famigerata incomunicabilità esistenzialista, quanto mi ribadisce la ineluttabilità della mia condizione: meno una cosa è logicamente vera, più mi si fa importante, pressante ed urgente.
Il vero non conta, e per questo la Tradizione Uno imperversa: se il vero non conta, proscrivo tutto.
Non è che la logica sia irrecuperabile: è che non serve a niente, se prima non è stata bagnata dal fuoco.
Che la logica sia stata positivamente percepita come ampiamente insufficiente, è attestabile dai numerosi sforzi condotti all' interno dell' alveo logico medesimo per addivenire ad una sorta di superlogica che la trasfigurasse e ne colmasse le carenze rilevate.
Si tratta dei tentativi, inaugurati da Kant sia in termini di proponimento che di innovazione lessicale, atti a trasfondere nell' ambito della logica formale, tipica delle filosofie, il potere risolutivo della logica scientifica.
A questa ultima era evidentemente accreditata, ed inammissibilmente ma percettibilmente invidiata, la maggiore autorevolezza conferitale dalla indubitabilità dei traguardi conseguiti e dalla stabilità delle certezze consolidate.
Allorquando si paragonava quei portati con la invariabile opinabilità dei riscontri filosofici, lo scarto fra i due orientamenti si spalancava rivelando le fattezze di un gap incolmabile: le risultanze filosofiche erano tutte viziate da una sindacabilità pervicace che perdurava diabolicamente nonostante menti non peggiori -ed anzi, invero incontestabilmente migliori- di quelle applicatesi alla scienza si fossero votate alla maieutica fin dai tempi più immemori e con la dedizione più commendevole.
In verità questa superiorità della metodologia scientifica era palesemente ascrivibile al rapporto dialettico che la logica scientifica intratteneva, al contrario di quella filosofica, con il riscontro empirico. La convalida della teoresi avveniva interamente grazie al fatto che le realtà organiche ed inorganiche non erano suscettibili di sottrarsi alle interrogazioni rivoltegli; ed era quest' ultimo, e solo quest' ultimo fatto, a procurare come sua ricaduta il corroboramento delle ipotesi logiche sopravanzate: diversamente dal che per la scienza qualsiasi assunto logico, per quanto plausibile, sulle proprie gambe e basta dimostrava irrimediabilmente di non essere proprio in grado nè di starci nè di mettercisi nè di rimanerci.
Nonostante fosse così flagrante quanta diffidenza e sfiducia nei confronti della logica albergasse sottaciuta finanche nel (a tal punto: cosiddetto) razionalismo scientifico, la filosofia ha perseguito un miope obbiettivo emulativo della scienza il quale si accaniva a fondarsi tetragono su di una incrollabile fiducia nella logica; una fiducia talmente granitica da arrivare a sospingersi nella direzione opposta a quella che queste vicissitudini avrebbero suggerito d' intraprendere; e cioè, piuttosto che provare a stemperare le aspettative riposte nella logica, si decise di intensificarle: e dalla raccomandazione di fare affidamento sulla ragione si passò a quella di farne, stavolta, sulla ragione al quadrato - sulla ragion pura.
La pecca filosofica, insomma, veniva individuata nel non essere stati ancora sufficientemente razionali, dandosi per scontato ed indubbio che la sproporzione fra le eccepibilità della filosofia e le ineccepibilità della scienza fosse da ascriversi alla maggiore inflessibilità logica della quale quest' ultima si era inspiegabilmente impossessata.
E' a partire da qui che si succedono le indagini di Husserl, ed è sempre da queste soglie che Fichte tenta di definire una «dottrina della scienza», e Schelling una trascendenza della scienza; si rovista dentro la logica, si inviano nuovi drappelli di argonauti a veleggiare lungo le medesime rotte da dove son già tornati a mani vuote gli altri nostoi, e si cerca disperatamente di recuperare nei mari della scienza il relitto di una scienza della scienza, deputata a chiarire quel che proceduralmente affilierebbe scienza e filosofia così da riaccreditare nelle mani della filosofia le vittorie della scienza, e redimere la filosofia dai suoi vergognosi trascorsi di dispute apparentemente inconcludenti.
Si ipotizza di poter rinvenire il patrimonio di una logica trasversale adita da entrambi gli statuti, sia scientifico che filosofico, che sovrastandoli li accomunerebbe: una hyperlogica, una ultralogica, una grundlogik, una protologica, una grande, grandissima logica che ecumenicamente riabbracci entrambi i contendenti:
«E questa la chiameremo la superfica, perchè non è di questo mondo.» (Henry Miller, Tropico del Capricorno)
Insomma, si vuole la stralogica.
Occorre qui precisare che questo non sottindende affatto che non varrebbe la pena leggere quegli autori: non solo ne vale la pena, ma è addirittura indispensabile; perchè quel che in noi più vale, non è quel che pensavamo di dire ma quel che senza dirlo abbiamo inoltre detto grazie a quel che abbiamo detto; perchè si chiama cultura generale quel che fonda efficacemente ogni sapere specialistico, e si badi bene: con generale non si intende superficiale, ma onnicomprensivo.
E per l'appunto non essendo la cultura categoria pedissequamente logica ma anche agricola, è essa il nostro humus e vero concime, la nostra autentica terra e madrepatria da irrigare ogni giorno con il sangue cognitivo versato da tutti i patrioti: «prezioso è ai Tuoi occhi il sacrificio del Tuo santo».
D'altra parte ogni scrittore veicola il tono fondamentale della sua poetica attraverso una pluralità di vettori, i quali non si limitano affatto al contenuto esplicito od all' ordito logico delle sue trame: il valore della leggibilità non coincide riduttivisticamente con quello della condivisibilità logica ed ideologica, perchè ogni buon testo è equipaggiato per trascendere i propri stessi sviamenti ed holzwege, se il suo lettore glielo lascia fare.
Esiste quella cosa chiamata lo stile, che si potrebbe definire come la facoltà che uno scrittore dotato ha di riuscire a trasmettere alla posterità la riconoscibilità integrale del suo messaggio anche redigendo una sola frase, un rigo appena, dai contenuti totalmente irrelati con quel messaggio: su questo si basa il culto del frammento.
Lo scrittore che sia assai grande, lo è nella misura in cui si capisce immediatamente che avere torto o ragione è qualcosa di cui non gliene frega niente: ha un capitale migliore da rieternare, e che non è riconducibile senza residui alla ragione comunque intesa.
L' essere conosce sè stesso molto meglio di quanto la coscienza che lo scruta possa arrivare a sapere.
Ogni dia-logo si fa così anche dia-letto, e va a situarsi su almeno due livelli: uno patente e conosciuto ed un altro oriundo, latente e sconosciuto. Per questo tutto è traduzione, ed anche la lettura implica un livello di trasduzione del segnale; per questo la vera traduzione non è mai quella dal linguaggio nativo a quello acquisito, ma sempre quella dal linguaggio nativo a quello nativo: dalla nostra lingua alla lingua adamitica e dimenticata di Atlantide e di Camelot.
Leggere e tradurre, significa riattraversare per un breve momento le acque della fonte di Mnemosine, per ricordare cosa avevamo veramente visto mentre eravamo di là dello Stige, e su tale nozione rifondare per un magico istante quella lingua universale che antecedette Babele.
Il maestro di Milarepa, mister "vi ammazzo tutti", era un traduttore: vedi tu stesso adesso quanta potenza dell' essere possa celarsi dietro qualsiasi titolo incline a lasciarsi sottovalutare, e liquidare come irrilevante.
Che i formalismi logici, comunque inquadrati, fossero gravemente inadeguati a permettere la noesi, e che lo fossero a prescindere dai trattamenti di depurazione cui venivano sottoposti, sembra non essere venuto a mente quasi a nessuno: ad onor del vero nemmeno agli scienziati, i quali continuano orgogliosamente a rivendicare l' appartenenza ad una casta sedicentemente razionale, mentre quel che praticano è così manifestamente una forma di mantica e di divinazione viscerale che chiama l' auruspice scienziato, l' altare sacrificale laboratorio, il responso prova, le ambiguità del vaticinio ipotesi, i riti protocolli, e la interrogazione dell' oracolo esperimento. Il dio, invece, è nomato Realtà.
Ed il verdetto pronunciato, irrispettivamente alla sua possibile contradditorietà e volubilità, viene accolto con la stessa meticolosa serietà devozionale che si addice e che imperativamente si riserva ad ogni antro profetico o delfico la cui reputazione di infallibilità sia ben consolidata.
La scienza riscuote successo proprio perchè non è logica: riattualizza, inavvertitamente da tutti, non la metodologia cartesiana ma la innologia vedica.
Che poi l'oggetto scientificamente circoscrivibile ci accordi la prevedibilità (almeno statistica), non ha a che fare con la logica: ha a che fare con la adesione incondizionata ai dettati del decreto oracolare.
Perchè che un oggetto si attenga ad una successione di conformazioni e relazioni assiomatiche il cui determinismo è stato prestabilito dall' oggetto stesso, non rimanda ad una sua collocabilità all' interno di un disegno desunto, ma imperscrutabilmente tautologico: l'oggetto si autocolloca ricorsivamente laddove ha già illustrato la propria autonoma predisposizione e predilezione a farlo, punto.
Che tutte le campionature raccolte e tutte le estensioni della sua classe rinnovino la condotta osservata, istituisce una costanza nella condotta eccentrica, e non la decifrazione del suo arbitrio.
L' oggetto, alfine mosso a rivelarcisi dalle nostre supplici insistenze, ha giurato solennemente, ed in un linguaggio aulico, che nella ricorrenza di una determinata e fausta occasione compirà ripetutamente una data serie di portenti, mentre in altre circostanze infauste o qualora i suoi minuziosi comandamenti non sieno accuratamente osservati, metterà immancabilmente in atto spaventevoli minacce.
Questo suo offrircisi autovincolato alla centuria profferita, assieme alla sua presupposta tendenza ad inverare puntualmente le promesse escatologiche che è accondisceso a condividere ma che custodiva in sè fin dal principio dei Tempi, è quel che retrospettivamente verrà ribattezzato: la (sua) logica. E' il «moto retrogrado del vero» di bergsoniana memoria.
Astrai scienza e religione fino al livello strutturalista, e rinverrai il loro isomorfismo. Segui la concatenazione e arriverai all' assioma: vedrai allora che l'intero edificio non poggia su terreni razionali ma Rivelatori.
La scienza mutua dalla religione tutte le modalità cognitive.
In breve: la scienza è religione applicata ad un altro dio.
Mi hai pregato a lungo, Mosè. Adesso ti rivelerò una delle mie Leggi e Promesse Eterne: F=m*a Questo è il Mio Comandamento numero tre. Non puoi sfuggire alla Mia Legge. Prometto che manterrò questa mia Parola fino alla fine dei Tempi. Questo è il mio Piano, ed è sempre stato in me.
Non mi puoi "capire": questo è il mio Decalogo. Lo prendi così come io te lo do. Non si discute con me. Non c'è nulla da "capire": tu accetti la mia Legge in cui io mi sono compiaciuto, punto.
Tu sei un mio servo, sono io che ti dico cosa farai e a cosa tu dovrai obbedire.
E se tu dovessi mai violare questo mio Comandamento, io ti scaglierò addosso disastri di ogni genere.
Io sono un dio, e ho detto.
Che nel cielo, lungo una scala cronologica misurata in evi eonici e dunque facilmente sopravvalutabile se osservata da una altra tarata su anni rusticani, vi siano delle enormi palle di marmo che corrono furiosamente in ellisse attorno a degli incendi che divampano furibondi facendo strage di una cosa detta combustibile, e che queste enormi palle di pietra siano a loro volta composte di palle ma stavolta minuscole e fatte di non-si-sa-bene-che-cosa attorno a cui, emettendo strane rette disperdentesi in più direzioni, ruotano delle altre palle ancora più picciòle e così permalose che se le guardi non sono più quello che erano prima e che alle volte sembrano essere una cosa e altre volta una altra, e che queste micropalle messe assieme a quelle permalose formano un viluppo ove quel che non c'è predomina largamente su quel che c'è tanto che verrebbe da pensare (a voler essere, appunto, logici) che è quel che non c'è che conta, e che poi su quelle altre enormi megalitiche palle spaziali, assemblati con ulteriori palle microscopiche, vi possano essere una serie di oggetti anfibi e semoventi dalle morfologie più svariate epperò tutti disperatamente intenti a fagocitarsi l' uno con l'altro dopo essere improvvisamente ed inspiegabilmente emersi dal contatto con altre cose abbastanza simili, per poi inopinatamente dileguarsi nel nulla più imperscrutabile talora senza nemmeno il lascito di una cartolina, tutto questo è qualcosa che è lontano dall' essere solo una sbrigativa caricatura od una innocente evasione nel divertissment: poichè è soprattutto ed innanzi tutto la restituzione della intuizione di un qualcosa che di logico non ha proprio niente.
Le ripercussioni della insensatezza ontologica non sono scosse alla cui magnitudo possano sopravvivere o sperare di sottrarsi dei reduci insulari, rivendicando a sè i rigori di una razionalità incontaminata.
Nè la prevedibilità nè la riproducibilità redimono la inesplicabilità, per il valido motivo che non la riguardano; e quest' ultima rimane una vergine inviolabile: una glaciale Medusa che non appena intravista subito posa pietrificata per tornare a fronteggiarci imperterrita quale inamovibile, inscalfibile ed impassibile Sfinge.
Se la logica fosse mai stata cotanto autosufficiente da far arrider da sola il successo alle nostre investigazioni, allora la logica sarebbe bastata ad entrambi gli indirizzi: e a quello metafisico, e a quello fisico.
Il che è precisamente quanto non è accaduto. A nessuno dei due.
La filosofia continua a contemplare lo sgranarsi storico dei fallimenti della ragione indipendentemente dalla potenza esponenziale a cui la eleva, e la scienza a farsi dire dall' oggetto, e non certo dalla logica, cosa deve pensarne e quali sieno le opinioni più consone che sarebbe tenuta ad intrattenerne.
Pertanto la filosofia non ha raggiunto la scienza sfruttando le propulsioni a curvatura di una logica sempre più irreprensibile, perchè la scienza non è mai approdata alle proprie conclusioni attraverso il soccorso univoco di alcuna logica immacolata e di alcuna ragion "pura": non può essere sorpassata ripercorrendo la corsia da cui si è emancipata.
Per cui filosofia e scienza cesseranno di sentirsi concorrenziali nel momento in cui cesseranno di credere di doversi spartire una logica unificante che nessuna delle due detiene.
La logica dal canto suo risulta spiazzata: ed in questa sua deallocazione sembra riconfigurarsi come un dispositivo capace di dispiegare efficace potenza di fuoco a patto che non venga giammai delegato ad espletare unilateralmente alcuna missione, diversamente dal che deporterà tutte le armate e tutti i corazzieri a manovrare molto disciplinatamente lungo le soleggiate piagge di Utopia.
La logica non basta, e la si direbbe molto più adatta a mansioni confessionali: tradire le incongruenze irrisolte nella confidenzialità dell' osservatore, piuttosto che disvelare presunti mimetismi nell' osservato.
Controllare anche quel che non sembra concepito per esser controllato, supersedere all' incontrollabile, potrebbe essere disfunzionale rispetto al traguardo, come lo stesso principio di indeterminazione heisenberghiano ha presentito; e l'autocontrollo, da sovrastrutturale sorveglianza superegoica, dovrebbe piuttosto rideclinarsi in quella areté che ogni scuola buddhista preferì riqualificare nei termini immanentistici di: risveglio.
Ma quale vertigine ci coglie e quale precipizio che qui si apre, vero? Su queste soglie non sembra affatto stereotipato ricordarsi del celebre monito di Nietzsche:
«Se scruterai a lungo dentro un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te»
In questo scambio di sguardi, nessun esploratore fa ritorno immune od impune.
La coscienza, perchè?
Quando il soggetto interroga l'oggetto, e l'oggetto non rimane inerte ma reciproca rivolgendo il suo sguardo inquisitivo al soggetto, la categoria residuale dell'oggetto che interroga l'oggetto si incarna attraverso il soggetto che interroga sè stesso: il che, lungi dall' essere un passatempo con gli entimemi, è invece un esplicito rinvio all' anima mundi e cioè alla inquietante congettura che l'inorganico possa svelarcisi teleologico. Questi occhi che ti guardano, e questa bocca che ti bacia, di chi sono?
Quando l'essere implora sè stesso, e ciò che risponde combacia con ciò che domanda, la isolabilità del reperto è fatidicamente smarrita: è altra storia.
Ed è inquinata - da cui l'intuizione kantiana di dover decontaminare la ragione, distillandone il raccolto della ultrarazionalità.
La risposta non risuona più in veste spassionatamente oracolare, come nel caso della scienza, ma nella veste avvincente di una narrativa la cui peripezia ti coinvolge poichè ti elegge a protagonista.
Sei tu la posta di questo gioco:
«Il sacrificante ed il sacrificio sei tu» (Vedanta)
Ma non tu in quanto istanza astratta del tuo genere, ma proprio tu in quanto inesorabilmente compromesso nella specificità irripetibile della tua biografia e del tuo destino.
La tua partecipazione è stata espressamente richiesta dall' Imperatore in persona.
Egli, benchè molto malato e anzi quasi dal suo letto di morte, ti ha pensato: e dalla Sua Terra Desolata ti appena inviato un Suo messo (che molto, molto presto ti raggiungerà: non dubitarne) per sollecitare tutta la più struggente partecipazione della tua anima a questo concorso i cui esiti potrebbero ristabilire la salute del Re; ma sappi che sia che tu ti compiaccia di prestare la tua manodopera, sia che no, tu risulterai comunque arruolato: vocatus atque non vocatus deus aderit.
Per cui tu non rispondere no; bensì innanzi a tutti che rispondono no e che scelgono Barabba, tu invece di' sì, di': etiamsi omnes, ego non.
Si direbbe uno di quei giochi pericolosamente propensi a degenerare, per tramutarsi subito in una faccenda personale - e very much so: come peraltro lecitamente ci si aspetterebbe da qualsiasi partita ove lo scopo delle pedine non è di fare banalmente meta e poi dissiparsi, ma un sovrannaturale ed indecifrabile sacer che resti e che perduri.
Perchè è proprio quando sopraggiunge il momento in cui ci ravvediamo che
«Una sola morte dobbiamo al Signore;
Per cui vada come vada, chi muore oggi è a posto per domani» (Shakespeare)
che ciò che conferisce tanto la tragicità quanto il valore alla nostra altrimenti anonima vita ci si riappalesa, stavolta indubitabile ed indubbio.
E infine, men che meno sarebbe vero che la logica abbia mai costituito il viatico elettivo per propiziarsi la fantomatica verità, partner tradizionalmente affiancatogli quasi a suggerire che il conseguimento della seconda ratificherebbe la validità degli elzeviri e delle postulazioni della prima.
Ci ritroviamo infatti addentro a domini nei quali più s'incede più ci si svelano contorni totalmente aleatori, e dove l' unica congruenza esibita è quella di ridefinirsi vicendevolmente delucidando l' obscurum della logica attraverso l' obscurius di cosa sia verità.
Dicasi questo non nel senso puerile di negare, ad esempio, che sia vero che tu adesso staresti leggendo questa pagina: ma nel senso che esser falso o vero non aggiunge nulla alla significatività di alcunchè, per cui non si capisce perchè evocare la aspettativa della verità come unica fonte di legittimazione dell' esperito.
Il termine greco che stava per verità, ovvero alètheia, scongiurava la evenienza di un simile cortocircuito: perchè il termine alètheia era costituito da una alfa privativa cui seguiva il termine leth(e), il mitico fiume dell' oblio; alètheia non voleva dunque dire 'vero' nel senso di incontestabile, bensì significava: indimenticabile - e lo sono anche gli errori, talora più formativi di certune verità.
Ci sono svariati modi di capire e per carpire: nessun phylos ghermisce alla stessa maniera; come ap-prenderà dunque colui che siede in cima alla piramide?
Per questo il buddhismo si è giustamente permesso di intervenire per rammentarci che quel che è indispensabile non è la logica ma, semmai, una altra cosa: uno stato alterato di coscienza vigile ove coesistano impregiudicatamente se non addirittura spregiudicatamente svariate logiche, e dove la priorità privilegiata fra le affidabilità degli apparati sensoriali non venga più assegnata pregiudizialmente al monopolio delle extrocezioni ma condivisa con il sesto senso ovvero con le introcezioni noetiche - le bodhi: "illuminazioni".
Tuttavia, dovremmo diventar adusi alla contrologica - o perlomeno, è dai tempi in cui Freud scrisse «La Negazione» che dovremmo risultar smaliziati in proposito.
Tutta la serie di spiegazioni addotte per rendere compatibile il comportamento ermetico di un dio con i dettami della logica e talora finanche con le aspettative della scienza, appare essere un tentativo di render ragione dei comportamenti e della natura del divino sulla base di argomentazioni che il divino, in quella serie di compendi che chiamiamo mitologie teogonie e rivelazioni, implacabilmente ed espressamente respinge, e che giammai impiega per chiarificarci sè stesso.
Al contrario, le divinità nei testi sacri che ce ne parlano, appaiono sempre immerse in contesti talmente alogici da farsi facilmente sospetti di voler essere intenzionalmente ed ostentatamente illogici.
A questo punto, piuttosto che insistere a voler appuntare sul divino categorie logiche che il divino rinnega, sarebbe più proficuo accettare dal divino le spiegazioni illogiche ch'esso produce, e vedere se, pensando e setacciando lungo i sentieri di tali illogicità, non si possa pervenire infine ad un intreccio esplicativo diverso e forse inaudito, epperò assai più produttivo rispetto allo scopo prefisso: agguantare quella incomprensibilità del dio, che le strumentazioni finora impiegate non riescono a trattenere.
Studiare i Sutra o la Torah allora non significherebbe introdurvi le notazioni che li rendano compatibili con la logica a noi familiare, ma desumerne i temi di una logica del tutto nuova e inconsueta. Si dovrebbe lasciare cioè che così come le geometrie non euclidee emersero da quelle euclidee, anche una teologia non euclidea possa levarsi dalle asfittiche prassi ermeneutiche che la Tradizione Uno ha fatto prevalere in àmbito teologico per non riuscire a fare quel che sosteneva di poterci fare: materializzare l' intervento celeste, indurre alla resurrezione il dio convocato.
Siamo patetici, quando fingiamo di saperlo fare: talora non padroneggiamo nemmeno il posteggio per la nostra autovettura, eppure raccontiamo di poter dialogare correntemente con il dio e d'avervi accesso privilegiato - VIPs a tu per tu con i serafini. Ma:
«Spiacente caro: non sei ancora uomo
da riuscire a tener in iscacco il diavolo!» (Goethe)
Timore E Tremore
La ragione per la quale in innumerevoli passi sacri è ribadito, mutatis mutandis, che «principio della Sapienza è il timore del Signore», è che il Dio vuole essere conosciuto preliminarmente attraverso il terrore e non attraverso l'amore: perchè solo quando il terrore farà vibrare ogni fibra del tuo essere e la farà compartecipe della visione, solo allora tu potrai dire di avere avuto una cognizione di cosa possa veramente essere e di cosa sia veramente capace di fare un dio e di come la sua concretezza nient' affatto astratta possa giungere fino all' osso - e spezzartelo.
E' la destrutturazione il sintomo più attendibile dell' avvenuto incontro con una trascendenza temibile in quanto a noi incommensurabile: finchè il senso panico di questo rovesciamento e di questo naufragio non è insorto, significa che ti sei mosso all' interno di un paesaggio familiare che antecede, e non succede, alla teofania.
Ciò che garantisce la ortodossia non è dunque la puntualità della prassi, come vorrebbe la Tradizione Uno, ma la profondità della catabasi cognitiva: tramite quest' ultima l'essere deve arrivare a vibrare fin nelle sue fondamenta, e sostituire la manipolazione dei frigidi oggetti cerimoniali con la decifrazione della liturgia eucaristica quale carne e sangue febbrili non di un povero Cristo, ma tuoi.
Non c'è comprensione prima di allora; Cristo sei tu, e il suo dolore sarà compreso solo quando diverrà indistinguibile dal tuo; Buddha sei tu, e la sua illuminazione sarà compresa solo quando verrà autochiarificata dalla tua. Unicamente quando questa coessenzialità si instaura, la ortodossia si conclama: non come premessa o prerequisito, quale la vorrebbe la Tradizione Uno, ma come prodotto.
Non esiste un percorso esogeno al dio, e che il suo crinale si situi al limite della inaccessibilità è solo una ulteriore conferma del fatto che nessuno ha mai postulato questo traguardo come cotanto facile quanto la Tradizione Uno, pervertendolo, se lo raffigura: al contrario, è sempre stato proposto circoscritto da una immancabile deterrenza, e per questo la Tradizione Uno ha avuto buon gioco nel fraintendere tale connotato teofanico nei termini di una dissuasione dall' approccio significativo e di una incentivazione a privilegiare quello formalistico o poco compromesso.
Ed il motivo per cui questo percorso ardimentoso al dio si fa paradigmatico ed innumerevoli Tradizioni -cristiane ed apocalittiche, greche e dionisiache, tantriche e tamasiche- lo auspicano nel mentre che ne sottolineano la temeraria difficoltà, è che esso è il prototipo di qualsiasi altra riuscita perlustrazione introspettiva; il windfall effect teurgico, ne potrà susseguire quale conseguenza della connessione con una radice troppo ultimativa per poter restare indifferente rispetto al mondo esteriore, per poter lasciare tutto come stava: la vera Tradizione, è sempre rivoluzionaria.
Per questo io più che dire che Dio non gioca a dadi, avrei preferito dire che: un dio non è uno scherzo.
Prima di allora, splendidamente e confortevolmente accomodato nella tua presunzione di conoscerlo attraverso le convenienze di quel che magari tu chiami l' "amore", locuzione vantaggiosa con la quale denoterai quel che il tuo capriccio ti detterà senza tema di smentita, potrai permetterti di dir del dio, del tuo dio, quel che preferisci: infatti, in una situazione dove nulla ti destabilizza, quale scrupolo o criterio potrebbe mai fartisi innanzi per assegnare un confine al profilo del dio che più ti piacerà tratteggiare e che meglio si adeguerà alle tue necessità ed ai tuoi pregiudizi preziosi? Ma non esiste alcuna confidenza tale con il dio da giungere ad intrattenervi i rapporti dialettici dell' amore rappacificato, senza avere costruito tale confidenza transitando prima dalla estraneità dirompente e potenzialmente letale che lo differenzia dal profano. «Horrendum» è.
Quel che sto dicendo è che può ben essere che un dio esista: ma essendo o Deo Ignoto o Deus Absconditus, non arriveremo a conoscerlo nè attraverso gli articoli della fede, nè attraverso le proposizioni della logica, nè attraverso i riduttivismi della scienza.
La conoscenza di cosa possa essere ciò che noi sentiamo come il dio, la si potrà conseguire solo accettando di sprofondarsi entro sè stessi e giù discendere infino a quando si realizzerà quella tipologia di primo contatto con tale entità, che la natura e sussitenza di questa ci si imporranno con una autoevidenza tale che al confronto impugnare un oggetto nelle nostre mani e sentirlo al tatto e vederlo alla vista ci sembrerà una esperienza meno pragmatica: una impallidita parafrasi di quell' altra.
E non si tratta di una affermazione mistica, ma di un requisito tecnico; per questo, e non per altro, le filosofie orientali sentirono l'esigenza di una tecnologia dell' incontro noetico: lo yoga.
Le allegorie e le metafore, come gli dei, allorquando sentite non sono più solo allegorie e metafore, epperò non sono nemmeno personificazioni: dunque, cosa sono? Chi è questo Moloch senza nome che dentro di noi respira?
E il tuo brivido: perchè?
Ricordati che un dio contattato aleggia nella dimensione cosmoteandrica * : non può essere cotanto da poco da esser da meno di questo:
Le Tradizioni poi sembrano imbevute di ritualismo, inducendo nella Tradizione Uno la idea che i riti debbano essere ripetuti periodicamente seguendone scrupolosamente le indicazioni. Ma questa interpretazione della Tradizione è tanto erronea quanto quella delle iniziazioni: non si è iniziati sulla mera base di un tocco di spada sulla spalla, o il tocco di una spada basterebbe; piuttosto, la iniziazione somiglierà alla affiliazione a quel che Pessoa definì L' Ordine Di Cristo:
«L' Ordine Di Cristo non ha gradi, tempio, rito, insegne o lasciapassare. Non ha bisogno di riunirsi, e i suoi cavalieri, se così li vogliamo chiamare, si conoscono senza sapere nulla l'uno dell' altro, si parlano senza servirsi di ciò che propriamente si chiama linguaggio. Quando si è scudieri dell' Ordine, non vi si è ancora entrati; quando si è maestri, non gli si appartiene già più. Con queste parole oscure è detto quanto basta a chi capisce, che lo voglia o lo sappia, ciò che è l' Ordine Di Cristo, il più sublime del mondo»
Similmente i rituali rappresentano le simmetrie che vengono fenomenologicamente assunte allorquando qualcosa del cosiddetto spirituale avviene od interviene, e non delle gestualità da imitarsi meccanicisticamente.
Il rituale dunque non propone una periodicità onde raccomandarne la reiterazione ad intervalli statuiti, ma si limita ad esibire una ciclicità alla maniera con cui un ritratto riproduce una copia dell' originale fenomenico che lo ispirò e, così riproducendolo, lo fa ricorrere duplicandolo. Un disegno non prescrive un sembiante, ma lo ritrae e basta: ci consegna la trascrizione di quei connotati riscontrati nel passato che consentirono la individuazione della fisionomia (sacrale) nel momento in cui ci si imbattè - affinchè l' evento sacrale sia adesso rinvenibile e si autocertifichi issando insegne certe tratte da corredi idealtipici.
Questo non vuol dire affatto che il sacro sia qualcosa di artificialmente procreabile ricalcandone o simulandone quei segni, qualcosa di preparabile come una portata culinaria, e di officiabile imbandendo una paraphernalia di oggetti che gli assomiglino.
Il sacro è piuttosto qualcosa che accade.
I suoi nomi non raffigurano nè luoghi di pelligrinaggio da visitare nè personaggi storici ragguardevoli da incorniciare: è come dire Rubicone, ma non alludere con esso al torrente guadato da Cesare bensì alla evenienza situazionale di una deliberazione che ci fronteggia con il dilemma della irrevocabilità; è come dire Waterloo, ma non alludere con esso al territorio ove i dragoni napoleonici caricarono sotto i fumi e i sibili delle cannonate anglo-prussiane, bensì additare la possibile ricorrenza nelle nostre vite di quel vissuto catastrofico dopo il quale sentiamo che tutto consummatum est:
«O patria mia, vedo le mura e gli archi.
E le colonne e i simulacri e l'erme Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo» (Leopardi)
Questo, è quel che propriamente si ripete ciclicamente: è accaduto, accade, riaccadrà.
E quando il dio accade, in haec signa agnosces; a questo serve il rituale: al riconoscimento platonico e non a sollecitare una inesausta e più o meno pedissequa replicazione intenzionale dei connotati agognati.
Non si tratta di indossare una maschera per emulare il dio assente, ma di discernerlo il giorno in cui inceda vivente: perchè, come è noto, lo potresti facilmente fraintendere o per la tempesta che imperversa o per un bisbiglio che nemmen sai se lo hai udito davvero o se forse che sì forse che no:
«Ed ecco che il Signore passò.
Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore:
ma il Signore non era nel vento.
Dopo il vento, un terremoto:
ma il Signore non era nel terremoto.
Dopo il terremoto, un fuoco:
ma il Signore non era nel fuoco.
Poi dopo il fuoco venne un vento leggero, come un bisbiglio:
quasi un niente.» (1Re 19)
Lì era il Signore, anteceduto dal corteo del dies irae.
E' dunque affinche, allorquando si appaleserà, tu possa ricordarla, che il rituale tramanda una mappatura sulla base della quale accertare i livelli di coincidenza fra episodico ed epifania. Poichè il rituale precisamente questo è: una mappa - un breviaro mnestico per inoltrarsi lungo quel che chiamiamo sovrannaturale, allorquando sul terreno del sovrannaturale ci si ritrovasse.
Il rituale non è un dettato che ci assegna delle mansioni, ma piuttosto un tracciato al quale noi affidiamo lasciti topografici.
Non descrive affatto dei dettati eteronomi, svincolati dall' essere cui si rivolgono, che al novello arrivato o all' asceta consumato imprimono dei ruoli estranei ed anomici o dei significati che non sieno già in loro; al contrario, il rituale è un corredo di significazioni innate, immemorialmente presenti in ciascuno, reificate in un canone pubblico che adesso funge da pura descrizione protocollare.
Pertanto la ratificazione della sacertà di un atto, la sua sussistenza addentro al reame cosiddetto rituale, non si assegna eternomamente quale accordo di una nostra azione con un elenco di precetti scritti che la caldeggiano, ma come precipitazione tanto autonoma quanto inconfondibile della sensazione di corrispondenza fra l' atto e la sua risonanza intima con quel mondo interiore archetipicamente condiviso dal quale la descrizione rituale scaturì - e non sul quale s' impose.
E' solo quando un atto ci interpella nel profondo, solo quando nella commozione di un sommovimento potente lo riconosciamo come parola rivolta proprio a noi, come nome nostro che rieccheggia chiamando proprio noi, all' unisono con l'unico substrato davvero giustificante e che è il nostro, che l' atto si qualifica come rituale e non usurpa la titolarità di santo: perchè non è il ritualismo che avvalora l'atto e ne invoca la conformità, ma è l'essere che riconferma la legittimità del rituale con il proprio atto, e così facendo lo impugna e lo impiega. Non è l' essere che ha bisogno di farsi avvallare dal rito, è il rito che ogni volta deve ritrovare il consenso dell' essere: solo così potrai sperare, un giorno, di scoprire il dio "davvero".
Questo processo intellettivo di permanente riaggiudicazione dell' essere alla tradizione tramite l'adesione di un essere ancora in possesso plenipotenziario di tutte le sue facoltà, e non tramite la abdicazione dell' essere e la sua disponibilità all' autoinganno, si consolida attraverso processi in cui la ultimatività dimostrativa non si attinge attraverso l'impiego privilegiato di figure logiche coerenti, bensì attraverso la idoneità di figure di un qualsivoglia tipo a lasciarsi riscontrare e riallocare in termini sensisti: ovvero da sensazioni che efficacemente impersonino i tasselli logici non nella loro relazionabilità sillogistica con un discorso, ma nella loro capacità di ingenerare la appercezione ch' essi, incontrati e indirizzati, sono anche ricaduti nelle allocazioni a loro pertinenti - si tratta di un suono, di un mantra: si tratta di un click. Il rituale è erogeno.
Fondamentalmente, esser persuasi non è una faccenda dimostrativa, ma sentimentale. E questo tipo di prerogativa cognitiva è ben lontana dall' esser spossessata del suo valore gnoseologico sol perchè la Tradizione Uno la ha svalutata, compromessa o deturpata onde promuovere meglio un costrutto adulterato.
Non c'è educazione più vera della educazione sentimentale: e senza il concorso dei parametri emotivi tu non conoscerai il dio, poichè nessun dio si lascia ricapitolare in una argomentazione e basta, foss' anche una come questa. Il dio ti vuole intero, e prende tutto.
Un rituale è un piano di attacco la cui utilità non consiste nel ricostruire gli schieramenti e avvicendare il dio con il Risiko, ma nell' attaccare l'obbiettivo reale.
Le indicazioni rituali, le indicazioni di una Tradizione, sono dunque come cartine topografiche da impiegarsi allorquando ci si ritrovi fattivamente nei labirinti della città ignota: la vita che tu vivrai nella città ignota, non vi è segnalata - così come una piantina stradale non ti intima di intraprendere un percorso, ma si limita a segnalarti le percorribilità.
Impiegare queste cartografie come fa la Tradizione Uno significa impiegarle come i cartografi descritti da Borges i quali volendosi il più formalmente possibile fedeli all' originale, risolsero per una mappatura in scala 1:1. Sarebbe come un alieno che, rinvenendo delle planimetrie terrestri e notando la collocazione dei palazzi, vedendone annotata la loro scala altezza e diametro, rilevando i nomi delle strade, le loro ampiezze ed i loro sensi di marcia, contemplando i loro incroci, osservando le designazioni dei negozi, la disposizione delle linee ferroviaree e quella dei tragitti fluviali, il posizionamento dei ponti e la distribuzione delle aree verdi, ne desumesse che tali glifi simbologie e costituenti non sarebbero intesi a permettere l' orientamento allorquando ci si trovasse nella ambientazione descritta ma che, nulla conoscendo di tale ambientazione, essi sarebbero intesi a favorirne o finanche incoraggiarne la riproduzione e la ricostituzione: e così si mettesse ad erigere quei palazzi, ed a scavare bacini per farvi decorrere quei fiumi; a gettare faticosamente quei ponti; ad aprire quegli innumerevoli negozi senza alcun proprietario che li gestisca; a piantare quegli alberi; e infine a replicare tutto l'impianto della urbanistica stradale e tutto il viluppo della sua viabilità, per poi felicemente mettervisi a scorrazzare in mezzo fermamente persuaso che quello fosse lo scopo e che quello ne fosse l'intento.
E così dall' evangelico e nietzscheano ecce homo, passiamo all' ecce divus: ed ecco a voi, sfavillante nella sua gloria posticcia, edificata dai cani di paglia, la città degli dei di cartapesta.