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Maria Angelillo: I Mantra. Citazioni Preferite E Commento

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Premise (Not printed if this snippet is included)Maria Angelillo: I MantraThis text has been included into projects that deal with similar topics: Citazioni e Note - Quotes & Footnotes

1.

La stessa forma assunta dalla maggior parte dei Tantra * , e cioè quella di un dialogo fra Shiva e la dea, che interroga il dio come un discepolo farebbe con il suo maestro, dimostra la centralità della figura del guru in ambito tantrico. (1)

2.

Il termine Shakti viene dalla radice shak, "avere potere", "essere capace", e indica la potenza. Poichè è un tutt' uno con Shiva in quanto potenza, ella è la potenza di Shiva o coscienza. Non vi è differenza fra Shiva come possessore della potenza e la potenza stessa. (2)

3.

Subito dopo è disegnata una cintura di vajra, "diamanti", simbolo della bodhi, l' illuminazione, la coscienza essenziale la quale, una volta conquistata, non si perde più, ed è immodificabile come il diamante. (3)

4.

Secondo quanto affermato dal celebre linguista statunitense J.L. Austen * , la lingua serve molti scopi oltre la funzione puramente descrittiva: gli enunciati linguistici hanno dignità di atti sociali. Parlando non ci si limita, cioè, a produrre sequenze di suoni dotate di significato, ma si agisce concretamente in un contesto che giudica della validità dell' asserzione stessa. L' applicazione della teoria di Austin al mantra permette di comprendere le ragioni della forza illocutoria e vincolante dei mantra sulla realtà (...) Il mantra è potere, non argomentazione o asserzione. (4) (...) Panikkar conclude sottolineando come anche nel caso del mantra "tutto dipende dall' autorità e dalla preparazione spirituale di chi lo pronuncia".  
Un' altra storia che ben esemplifica l' importanza dell' attitudine interiore del praticante è quella riportata da Stein e che narra come il quinto Dalai Lama avesse visto dall' alto del suo Potala * , la dea Tara * fare regolarmente il giro rituale del palazzo. Avendo notato le ore precise del suo passaggio e ordinata una inchiesta, il Dalai Lama si accorse che in quelle stesse ore la medesima devozione veniva compiuta da un povero vecchio. Il Dalai Lama fece chiamare il vecchio devoto e gli chiese se sapeva di essere accompagnato da Tara nelle sue circumambulazioni. Spaventato, il vecchio rispose di esserne all' oscuro. Interrogato ancora, dichiarò che aveva imparato a memoria la preghiera diretta a Tara e che la recitava regolarmente da quaran't anni mentre compiva il suo atto d' omaggio giornaliero. Il Dalai Lama gli fece allora recitare il testo e si rese conto che era errato e non conforme a quello prescritto dalla tradizione. Venne dunque insegnata al vecchio devoto la pronuncia corretta ma quando egli l'ebbe imparata e recitò la preghiera depurata da ogni errore, tara non si mostrò più. Il dalai Lama allora comprese: se la mente del vecchio era impegnata e concentrata a recitare correttamente la preghiera, era automaticamente distolta dalla devozione nei confronti di Tara. Quando, invece, pronunciava il testo sbagliato il suo spirito era tutto rivolto alla dea che veniva perciò a benedirlo.  
(...)  
Il senso della parola viene definito come la sua potenza (shakti). (5)

5.

L' esistenza dell' apurva (lett. "il senza precedente") è postulata per rendere conto dello scarto temporale tra il compimento di un determinato rito e il prodursi del suo frutto. L' apurva è concepita come una sorta di energia prodotta dal sacrificio e conservata nell' invisibile (...) Tutto avviene come se l'ordine supremo dell' universo, il dharma, registrasse il compimento di un rito sotto la forma di un debito che contrarrebbe verso il sacrificante, e ciò in condizioni tali da non mancare mai di onorarlo quando venga il momento. Da questo punto di vista la teoria dell' apurva prefigura quella della retribuzione karmica. (6)

6.

Il buddhismo vajrayana contempla due correnti rappresente rispettivamente dai gradualisti, da coloro cioè che ritengono necessario un cammino preparatorio di purificazione dagli oscuramenti, e dagli immediatisti (...) Il Vajrayana * altro non sarebbe che il naturale prolungamento del Mahayana * laddove il primo si serve dei mezzi abili (upaya) per sviluppare al più presto la conoscenza suprema e conseguire l' illuminazione in poche vite, se non addirittura in una sola. (7)

7.

mnifestò subito delle qualità situandola immediatamente nella sfera delle dakini (8) . Le dakini sono le incarnazioni femminili della conoscenza intuitiva insegnata nei Tantra, sono le personificazioni del potere che ispira la coscienza. Si tratta di divinità dotate di una forza trasformatrice capace di integrare le ptenze liberatrici della meditazione. Provvista di diverse maschere (9) , la dakini viene spesso rappresentata come un personaggio lunatico e imprevedibile (10) una sorta di amabile folle della casa dai poteri terribili. la dakini ha il privilegio di comprendere la verità senza maschera e di evolvere senza impedimento nel campo della realtà suprema.

8.

La credenza che la ripetizione dei nomi dei Buddha sia meritoria per sè è ampiamente attestata e trova il suo culmine in Cina dove la ripetizione del nome del Buddha Amitabha come formula incantatoria assurse a forma religiosa indipendente. Anche in Giappone la pronuncia del nome di Amitabha è la condizione sine qua non per poter accedere alla sua grazia salvifica. (11)

9.

Kukai, il fondatore della tradizione esoterica tantrica giapponese, considerava sacri tutti i linguaggi. (12)

10.

Recitare il mantra di una deità fa maturare nel praticante, intento alla contemporanea visualizzazione della deità stessa, il potere che la contraddistingue (...)  
I mantra dell' attività possono essere utilizzati solo dopo aver completato il numero richiesto di ripetizioni dei mantra principali, non essendo concepibile che si metta in azione qualcosa che non è stato ancora conseguito.  
I mantra delle attività sono in genere formati dal mantra principale cui viene aggiunta una copula, un' appendice specifica che riguarda l'attività suddetta. le attività sono quattro: pacificazione, moltiplicazione o sviluppo, controllo e soggiogamento o attività distruttiva irata. (...)  
«Gli uomini saggi sanno che i mantra sono di quattro tipi: comprovati (siddha), che aiutano (sadhya), realizzati (susiddha) e nemici (ari). I mantra comprovati danno risultati sicuri entro un tempo determinato. I mantra che aiutano danno buoni risultati se vengono ripetuti nel rosario. I mantra realizzati danno risultati immediati. I mantra nemici distruggono quelli che vogliono usarli.» (13) (...)  
Tutti gli scopi cui è diretto l'uso dei mantra possono essere raggruppati, secondo lo schema proposto da Agehananda Bharati * , in tre categorie: propiziazione, acquisizione e identificazione o introiezione e, sempre secondo l'autore citato, esistono due alternative nell' uso del mantra, come parte di un rituale (14) e come meditazione spontanea.

11.

Il termine japa deriva dalla radice sanscrita jap (15) che significa "pronunciare sottovoce" e prevede che le parole sacre debbano essere prima pronunciate con le labbra e poi, gradatamente, interiorizzate fino a diventare una ripetizione senza parole (ajapa-japa (16) ), mentre il mantra viene via via ridotto all' essenziale, cioè ad una sola sillaba, diventando così il seme (bija) della preghiera, una sorta di sottofondo perenne, di basso continuo. (...)  
Il japa conduce alla interiorizzazione del mantra, quindi al risveglio entro la coscienza dell' orante del suo archetipo che è il significato stesso del dio o, comunque, dell' oggetto evocato: in tal modo il mantra conduce all' ottenimento dei poteri magici (siddhi) (...)  
«Se la gente potesse salvarsi dicendo "Rama", la bocca diventerebbe dolce dicendo "zucchero". Anche un pappagallo, stando con gli uomini, dice "Hari", ma non sa nulla della sua gloria» (17) (...)  
Il nome non andrebbe mai ripetuto meccanicamente o distrattamente, ma sempre portando l'attenzione sul suo significato profondo e sulla gloria della divinità evocata. La pratica di [tale] rammemorazione, se autentica e sincera, produce inevitabilmente degli effetti. (18)

12.

I suoni ham e sha che il respiro produce naturalmente uscendo dal corpo. (19)

13.

Quando si crede che esistano nomi segreti di cose o persone che, se pronunciati, hanno il potere di instaurare una relazione immediata con ciò che denotano.
Text footnotes
(1) Che questa interpretazione possa essere prevalsa e trovare il suo fondamento negli indirizzi e nella ortoprassi dell' Hinduismo scholastico, è possibile: e la mia inesistente esperienza sul terreno Indiano non mi permette di escluderlo nè punto nè poco.  
 
Tuttavia, è anche noto come sia fatale avvedersi prima o poi «che lo Zen e i seguaci dello Zen erano due cose diverse» - e anzi io direi che non è possibile sostenere che ci si sarebbe davvero avvicinati almeno un poco allo Zen, se non si è fatta contestualmente questa scoperta: ovvero quella della incommensurabilità del dio rispetto al suo stesso tempio (non importa quanto consacrato: irrilevanza questa che è probabilmente alla base della reiterata decisione ascritta al Dio protocanonico di distruggere comunque financo il Tempio di Re Salomone), e della Sua totale indisponibilità ed anzi spesso furiosa refrattarietà all' adattarsi a qualsivoglia contorno o theorema conchiuso.  
 
Per questo nella antica Grecia ogni Dio sembrava rimandare a Dioniso più che a Febo * , ed esso affascinò così tanti pensatori - Nietzsche in testa. Perchè Dioniso è dio del vino e della ebbrezza sacra (e da qui della ispirazione, sia poetica che vaticinante) solo in quanto l'inebriamento è correlato semantico di catene che vanno in frantumi e dello sfrenato che deflagra; cioè, perchè Dioniso è per antonomasia il dio che non può essere legato nè circoscritto in un recinto: e se lo mettevi in una stanza, non appena ne chiudevi la porta ti giravi sol per scoprire che era già fuori, e subito te lo ritrovavi di fronte (Edith Hamilton: Mythology) - e "shit brix", se mi si permette di mescolare il sacro con un pizzico di profanità umoristica.  
 
E' vero che si dice, come anche la Angelillo cita altrove, che "Quando l'allievo è pronto, il Maestro non è lontano" (per quanto immagino che questa frase appartenga più allo gnomico degli aneddoti o dei proverbi popolari, che ad un Canone): ma che questo Maestro debba situarsi nel mondo exoterico, è una deduzione che si regge solo sulla plausibilità che essa stessa si autocrea; in ambito iniziatico è infatti prescritto (se vogliamo inferire ad una ipotesi di pangea delle Tradizioni che, essendo tutte emerse da una radice indoeuropea e/o egizia, risultano tutte titolate a concorrere alla autochiarificazione * dei parametri esoterici): «Ma voi non fatevi chiamare rabbì, perchè voi siete tutti fratelli e uno solo è il vostro Maestro» (Matteo 23,8).  
 
Pertanto, è alla luce di questo tipo di osservazioni (Buddhiste o protestanti, è vero, più che Shivaite o cattoliche) che dissento dalla interpretazione proposta: il dio non accetta portavoce.  
Se la Dea che si lega a Shiva e lo interroga dimostra, interrogandolo, di rappresentarne la potenzialità dialogica e dialettica, essa è allora un avatar indoeuropeo del logos - tanto in senso platonico quanto giovanneo.  
La dea quindi sta a Shiva nello stesso rapporto con cui la Torah sta a Yahveh: e cioè così come la Torah è sapienza e Parola per mezzo della quale il Demiurgo Occidentale crea il mondo, a maggior ragione la Parola induista, la Vac, allorquando incede come Shakti del dio Shiva, raffigura la capacità plenipotenziaria della parola del Dio Orientale (cioè, in ambito Hinduista, precisamente dei suoi mantra) di arrivare addirittura a personificarsi e poi rapportarsi con il suo creatore - verrebbe quasi da suggerire, dacchè parliamo proprio di mantra: rapportarsi con "il pronunciatore", visto che in ambito Hinduista esistono figure (fra tante altre che analogamente prendono il loro agnome dal loro ruolo) quali il Savitar ("l' impulsore") o il Samitar - quest' ultimo che si traduce con formidabile eufemismo in: "l' acquietatore", cioè colui che effettua fisicamente l'atto sacrificale immolando la vittima - autentico Terminator ante litteram.  
 
Peraltro è del tutto ovvio che questa dea sapienzale, questa Athena balzata fuori dalla testa di Giove e che adesso interpella il noumeno che la ha partorita, non lo fa allo scopo di soddisfare una propria curiosità o per ovviare alla propria ignoranza: poichè la Torah che impersona il sapere del dio, conosce già tutti i precetti e tutte le risposte del dio.  
Essa agisce piuttosto all' interno di quel che appare essere un tacito accordo maieutico * con il dio, finalizzato a promuovere una rivelazione almeno parzialmente comprensibile per quegli esseri, quali noi siamo, che solo tramite domande pervengono alla dissezione e comprensione del visibile e dell' invisibile.  
Per quanto questo rapporto dialogico serba anche una ulteriore significazione, più profonda e se si vuole sinistra: colui che domanda, domanda solo poichè in realtà già sa, ovvero siccome sono i pensieri che vengono a noi e non noi che andiamo ai pensieri (i pensieri ci arrrivano e anzi, se si potesse meglio guardare, ci sfrecciano attraverso la coscienza e sparendo oltre rilasciano una scia di volteggi ed evoluzioni aeree: chi li ha scagliati? Per questo Apollo * , dio greco del sapere, scocca dardi), è possibile domandare solo ciò la cui risposta già presentiamo; siamo postulanti ipocriti.  
Risuona qui il vecchio tema platonico, quelle tre parole di ferro nelle quali potremmo sussumere l'intera filosofia della antica Grecia qualora un simile compito ci venisse assegnato da un oracolo: conoscere significa ricordare - conoscere significa riconoscere.  
Per gli antichi greci cioè il sapere inerisce a quel tipo di fenomenologia sintomatica che accusiamo allorquando rivediamo qualcosa con cui ci eravamo già familiarizzati in passato, e che c'incalza con una reminiscenza patente che tuttavia non riusciamo a mettere appropriatamente a fuoco e a puntualizzare: come quando c'imbattiamo in un volto noto ma, non riuscendo a ricordarne l' identità, ci sforziamo di rievocarne il nominativo o quelle circostanze associate la cui sussistenza preavvertiamo in una chiave non verbalizzabile epperò impellente.  
 
In questa sigizia fra conoscente e conosciuto, fra Shiva e la sua Shakti, la dea non si relaziona con qualcosa d'alieno e forestiero che sarebbe altro da sè: si relaziona piuttosto con qualcosa che la ha originata, e che pertanto vi è inestricabilmente connaturato e coessenziale; ed è su questi terreni che si appalesa, a mio avviso con considerevole chiarezza, che l' unico guru che non è lontano quando l'allievo è pronto, non è lontano poichè egli è l' allievo stesso.  
Come la Dea che interroga e il Dio che risponde sono la stessa cosa, così una stessa cosa sono l' allievo che domanda e il Maestro che insegna.  
Il tuo Maestro sei proprio tu: e bramare il tuo maestro altrove, significa essere indegni della risposta.  
Allorquando inizi ad interrogarti sul mondo, puoi anche rivolgerti a fonti esterne (ad esempio: ad un canone buddhista, o ad un Inno vedico, o ad un testo socratico - o a quant' altro); ma nessuna di queste fonti esteriori significherà alcunchè per te se non che allorquando e nella misura in cui farà risuonare in te una corda che era già predisposta a vibrare, poichè è già accordata.  
Si pensi a quanto numerosi sono coloro che si ritrarrebbero o s' addormenterebbero leggendo Il Santo Inquisitore di Dostoevskij: per loro non significa nulla, proprio come una musica il cui pattern non si riesce a cogliere è per noi solo rumore e frastuono.  
La gnosi non ti verrà mai davvero impartita dall' esterno, nè la Kundalini si risveglierà in te perchè qualcuno ve la insinua: ma solo perchè già c'è.  
 
A questo punto diventa chiaro che qualsiasi ruolo epifenomenico si possa ascrivere ad un guru esterno è talmente epifenomenico che, non appena lo si seguisse coerentemente nelle sue implicazioni e sviluppi, farebbe volatilizzare la ragion d'essere del guru apparente medesimo - ma niente affatto di quello interno: infatti tu ti interroghi sulla Vita, solo perchè è proprio il tuo Maestro che ha prodotto questa Dea inquisitiva. La tua natura Buddha ti chiama, facendosi chiamare: domandi quel che stai anche desiderando, ed una eco tu sei - e questo è il senso del concetto di noesi.  
 
D'altra parte, perchè voler fondare sulla assiologia inevitabilmente autoritaria di un maestro quel che il Buddha elaborò su di una base così trasparentemente autarchica?  
 
Per cui così come Ananda K. Coomaraswamy citando il Mahabharata ci rammenta che «Chi considera sè stesso l'autore delle buone e cattive azioni non conosce, io credo, la verità», così io dico: chi considera qualcun altro il Maestro della sua sapienza (vidya) od ignoranza (avidya) non conosce, io credo, la verità. [ndr]
(2) Questa frase solleva il problema del rapporto fra identità e potenza. La potenza, anche in quanto sinonimo di energia, è senz'altro trasmissibile: essendo il lavoro infatti null' altro, in campo fisico, che una trasformazione dell' energia. Tuttavia non sembra trasmissibile l' identità - oppure lo è?  
 
E' curioso infatti constatare come talora, forse anche in alcuni passi presenti nell' opera della Angelillo, emerga un tipo di dialettica trascendentale non tanto inusitata quanto mai focalizzata con sufficiente chiarezza o enfatizzata come meriterebbe.  
Infatti siamo adusi a considerare l'anima (prescindiamo qui del tutto dal merito della sua esistenza o meno) come qualcosa di intrasmissibile e la cui identità debba necessariamente esser data una volta per tutte. Ma si rimane assai perplessi nel constatare come talora traluca nei testi di molte tradizioni religiose un approccio metafisico che suggerisce la esistenza di status e postazioni ierofaniche tutt' altro che assegnate definitivamente, bensì ricopribili ora dall' una ora dall' altra di innumerevoli anime che nel corso degli eoni vi si avvicenderebbero.  
Accade cioè che alle volte sembra che si dica che un dio non è un dio, ma una stazione animica e quasi una tunica, entro la quale periodicamente verrà ad allocarsi una anima diversa che da quel momento in poi ne eserciterà le titolarità pro tempore. Non solo, ma peraltro queste postazioni sembrano alle volte frammentabili, e produrre una cornucopia di postazioni assolutamente identiche e coesistenti ma tutte tanto diversamente allocabili quanto riassorbibili (il tema del doppio).  
Ma, d'altra parte, cosa è il samsara, la trasmigrazione delle anime, se non proprio che questa transitività dei loci sacri?  
 
Questo tipo di segreto dinamismo che può talora instaurarsi (e il fatto che sia possibile immaginarlo, e che nell' immaginarlo ci si riveli non solo arbitrario ma munito di una logica, è di solito quanto basta ad un mitologema per affermarsi: poichè si reputa che una fantasmagoria spontanea capace di estrinsecare e dettare anche le evoluzioni di un suo logos connettivo sia corredata di una carica integrativa fra platonico ed aristotelico non più liquidabile come scriteriata) non sembra dissimile da alcune versioni occidentali e letterarie quali Il curioso caso di Benjamin Button * dove un uomo nasce nella postazione senile per crescere all' incontrario ovvero per spegnersi in quella neonatale, quasi che entrambe le ontogenesi sieno credibili e i posizionamenti intercambiabili, e che sia solo la desuetudine ma niente affatto la logica a farci percepire la versione di Fitzgerald come risibile e quella che viviamo come convincente: in realtà, così come è assurdo che un uomo nascendo vecchio muoia giovane, non meno assurdo è nascere giovani e morire vecchi - come ha ben colto l' esistenzialismo * da Kierkegaard fino a Celine & Bukowski * (Bukowski, questa ultima ala nascosta dell' Esistenzialismo), passando per Sartre.  
 
Se espandiamo questo concetto letterario nel tentativo di lasciarlo affluire nei concetti Hinduisti surriportati (mi piace questo neologismo) come un nuovo Majma 'al-Bahrayn, otteniamo una prospettiva dell' Aldilà e dell' aldiqua che potrebbe essere siffatta: la nostra prima vita è in realtà l' ultima: nasciamo tutti nel futuro, nella nostra forma (samsarica?) conclusiva. Quindi, questa nostra ultima vita torna nel passato, nel principio, e inizia a vivere le vite idonee a determinare questo esito che conosce. [ndr]
(3) Questo passaggio è importante poichè ci permette di sottrarre il concetto di pietra preziosa, così frequente nella iconografia religiosa, alla banalizzazione umana troppo umana che spesso disinterpreta la introduzione della allegoria del minerale "prezioso" quale addotto in quanto simbolo di un valore pedestre e/o pecuniario: ma non è questo il motivo per cui nei testi religiosi ci si avvale di simbologie consimili, perchè la religione appropriatamente intesa non promuove alcuna identificazione fra valore spirituale e profittabilità mundana («Guardate i gigli dei campi: non tessono e non filano, eppure vi assicuro che nemmeno Re Salomone, in tutto il suo splendore, fu mai vestito come uno di loro» - Matteo 6), per cui nemmen promuove la identificazione fra preziosità incommensurabile del divino e preziosità commensurabile del mondano:
«Antichissima cosa è il fare simulacri, & gli fecero gli antichi di legno, perchè parve loro che la pietra fosse cosa troppo dura da farne li Dei, & pensavano che l'oro, & l'argento fosse quali fece della terra sterile e infeconda, perchè ove sono le miniere di quei metalli, di rado vi nasce altro (...) Platone parimenti volle che solo di legno si facessero le statue de li Dei perchè così scrive. Essendo la terra habitatione consecrata alli Dei, non si dee fare di questa le loro imagini, nè di oro nè di argento, perchè sono cose per le quali è invidia a chi le possiede. E a questo proposito Lattantio scrive che le ricche statue de li Dei mostravano la avaritia degli huomini, quali sotto coperta di religione si pigliavano piacere di aver oro, avorio e gemme, & altre cose preciose, facendo di quelle le sacre immagini, le quali havevano più care per la materia di che erano fatte, che per quelli che rappresentavano. Seguirà poi Platone in questo modo. L' avorio è cosa che aveva l'anima prima, & l'ha posta giù poi, & perciò non è buono da farne le statue de li Dei, nè il ferro a ciò è buono nè gli altri metalli duri, perchè si adottano nelle guerre, & sono instromenti de le uccisioni. Resta dunque secondo Platone ancora solamente il legno» (Vincenzo Cartari: Imagini Delli Dei De Gl' Antichi)
La Angelillo dunque coglie in maniera esemplare le vere valenze che il diamante sottende, allorquando lo menziona rinunciando alla dozzinale enfatizzazione della sua dispendiosità:
  • Innanzi tutto, la trasparenza (e certo non la costosità) del diamante che, scevro da ogni impurità che ne precluda la perfetta visione, si propone come impeccabile rappresentazione di una coscienza fattasi cristallina e chiara a sè medesima e per la cui raggiunta onniveggenza nessuna direttiva, nè estroversa nè introversa, risulta più offuscata o macchiata da illusioni, da incertezze di giudizio, o da paure.
  • Quindi, la luminosità del diamante come isomorfa rispetto al concetto di illuminazione - concetto che se fate fatica ad inghiottirlo nella sua veste esoterica, potreste forse trovarlo meno ostico se riconoscerete di averlo probabilmente già impiegato assai spesso -ed inghiottito senza sforzo alcuno- nella sua versione depotenziata ovvero nella sua declinazione filosofica di: Illuminismo.
  • Poi la durabilità del diamante, perchè queste due caratteristiche sono dette della Illuminazione dai pochissimi happy few che dichiararono d'averla attinta:
    • Primo, la facilità con cui, giunti ad una certa soglia, tutto il resto irresistibilmente consegue. E' dunque sbagliato considerare la illuminazione come senz'altro e comunque ardua: esiste evidentemente un punto di non ritorno, dopo il quale tutto precipitosamente accade - forse un po' come quando Italo Calvino disse che noi non vediamo più il mondo come Thomas Mann ovvero "come un uomo affacciato da un balcone, ma come uno che precipita dalla tromba delle scale"; questo non significa che non si imporrà la difficoltosa necessità di "guardare il segno":
      «Questi fattori [del jhana] non sono forti durante la fase di accesso [all' arcano]. Ed è perchè non sono forti che quando l'accesso viene conseguito le prime volte, la mente che era concentrata sul segno [segno=un ausilio alla meditazione] vacilla e ricade nel continuum della vita, proprio come un bambino che vien preso in braccio e che poi, quando viene posto sui suoi stessi piedi, cade ripetutamente» (Visuddhimagga)
      ma significa che si arriva ad un punto travolgente dopo il quale compiere il difficile diventa una cazzata, e allora nulla, più nulla, "sarà di impedimento per un uomo di siffatto genere" (Visuddhimagga).
    • E poi, seconda caratteristica che ci vien detta come facente parte della raggiunta Illuminazione, la inalterabilità e inadulterabilità (anch' essa caratteristica giustamente assai adamantina) di tale acquisizione.  
      Trattasi quindi di acquisizione che, lungi dall' essere episodica o dall' inferire a trances o peak experiences, si consoliderebbe invece come conquista arrisa permanentemente - caratteristica questa che la rende davvero peculiare (e che probabilmente ispira l' epiteto di "Vittorioso" ascritto ai Buddha) poichè sembra suggerire che sarebbe davvero possibile "vivere per sempre addentro ad un talento".
  • E' infine certamente possibile che si possa far riferimento anche alla rarità del diamante, poichè la illuminazione non è fenomeno che ritroveremo dietro l'angolo nè è accadimento riguardo al quale si possa essere incerti e dunque pensare che vi si sia incappati più o meno casualmente o anche qualora non lo si sia esperito affatto: perchè quando interviene, la bodhi pare essere talmente sconvolgente e produrre un riallineamento così radicale ed assoluto del modo di pensare e soprattutto di percepire, che molto difficilmente potrete fraintenderla per qualcosa d'altro...  
     
    Il che non significa che per raggiungerla dovrete ritrovarvi in un qualche eremo esotico: significa solo che se la raggiungerete sarà impressionante al di là d'ogni misura e d'ogni malinteso; ma quanto al setting o alla situazione in cui questo vi accadrà, probabilmente non sarà sul picco di una montagna, o immersi in una samadhi senza pari. Perchè per il buddhismo zen tutto può condurre alla illuminazione - dal tiro con l'arco al servire una tazzina di the: per cui è molto probabile che tu non sarai illuminato un giorno mentre reciti dei mantra, o mentre mediti su questo o su quel Comandamento profondissimo et arcano: novello San Paolo, tu sarai illuminato un giorno, mentre ti inchini casualmente per riallacciarti una scarpa.  
     
    Tuttavia io preferisco fare qui un ulteriore riferimento alla durezza del diamante intesa come sua capacità di incidere e tagliare; e rammentare che questo potrebbe costituire (oltre ad un chiaro riferimento alla facoltà discriminatrice della mente purificata, al rasoio di Occam) una velata (ma non troppo) allusione alle armi e quindi al budo, e dunque alla idea che le categorie marziali potrebbero rivelarsi uno degli intessuti della Illuminazione: e infatti:
    «La sala degli esercizi in cui s'impara l'arte della spada porta sin da tempi remoti questo nome: Luogo dell' Illuminazione» (Eugen Herrigel * : Lo Zen e Il Tiro con l' Arco
    Frase di bellezza lapidaria - e ad ulteriore conferma: anche nella tradizione più squisitamente occidentale i luoghi di esperienza metafisica furono in qualche misura parificati a quelli della esercitazione cinetica, se è vero come è vero che tanto la accademia platonica quanto il liceo aristotelico videro entrambi le loro colonne ergersi su luoghi ginnici.  
     
    E ancora:
    «Per vedere se Lin-chi era veramente risvegliato, Ta-yu lo prese per la gola, ma Lin-chi riuscì a colpirlo. Più tardi, Lin-chi raccontò a Huang-po la sua esperienza e questi, per tutta risposta, avanzò minacciandolo di infliggergli trenta colpi di bastone. Prima che potesse farlo, però, Lin-chi lo colpì in piena faccia, emettendo un urlo fragoroso. Non c'è che dire: era veramente illuminato!  
    (...)  
    Il fatto che Lin-chi colpisse il maestro Huang-po, il quale stava a sua volta per colpirlo, ne dimostra l' Illuminazione - ma la relazione fra violenza e Illuminazione non può essere spiegata o determinata razionalmente.» (Leonardo Arena: Storia Del Buddhismo Ch'an * )
    Premesso che Lin-chi non deteneva alcun background marziale, l' episodio è singolare proprio perchè vede un Illuminato Zen testare la effettiva sussistenza di una Illuminazione altrui attraverso la insimulabile capacità di eludere un attacco fisico (e magari finanche di contrattaccare con successo) pur in assenza di specifica preparazione al combattimento.  
    In realtà tutto questo non dovrebbe sorprendere nè dovrebbe indurre alcun pensatore a benevoli sarcasmi, poichè il rapporto fra violenza e Illuminazione è sufficientemente chiaro: una mente che si sia fermata ovvero che, non più sospinta o ratta da visioni e timori, abbia cessato di giocare d'anticipo, è quintessenzialmente idonea ad esibire reattività simmetrica e simultanea proprio rispetto al fulmineo inatteso, poichè non è più impaludata emotivamente dalle ombre de le atrae curae e gnoseologicamente non più sviata nelle sue valutazioni e ponderazioni dai ritardi e dalle esitazioni del pre-giudizio:
    «Muoversi sul filo d'una lama  
    Correre sul precipizio di ghiaccio  
    Non preoccuparsi della scala  
    E inerpicarsi sui precipizi senza l'appoggio» (un koan, se non ricordo male - o sennò un haiku)
    Ma queste sono abilità e prerogative sopraffine che possono dispiegarsi con successo solo se una mente, nel mentre che passeggia sul filo del rasoio, è capace di non prefigurarsi conseguenze nefaste poichè in simili faccende è proprio il pronostico quel che determina il precipitare subitaneo dell' esito da scongiurare: e dunque il lampeggiar di sciabole è un test pertinente per accertare una Illuminazione topnotch - la bodhi perfetta.  
    Nello zen non si combatte per vincere, ma per ottenere la bodhi: quindi chi avesse ottenuto la bodhi, è automaticamente anche un Maestro di Spada senza bisogno alcuno d'istruzione ulteriore e specifica al riguardo.  
     
    In questo senso, il significato non è che un Illuminato sarebbe un predestinato alla vittoria: perchè un illuminato rimane immoto ed immutabile, anzi finanche come il drago cinese imperscrutabile, rispetto e a vittoria e a sconfitta.  
    Il significato è più profondo ed è, piuttosto e più semplicemente (in quello strano connubio fra profondità e semplicità che fu così caratteristico dello zen), che per quanto tu faccia tu non potrai sconfiggerlo. Non è che un Illuminato vince: è che non perde.  
     
    Gli scontri fra i veri Maestri di Spada in realtà finiscono sempre patti - se finiscono diversamente, nessuno dei due era un Maestro. Anzi, gli scontri fra veri Maestri di Spada nemmen cominciano, poichè un vero Maestro sa già come andrà un combattimento, fin nei minimi dettagli, prima ancora che inizi: gli basta dare uno sguardo solo e fugace all'avversario.  
    Questa caratteristica predittiva, che a molti potrà sembrare frigidamente speculativa o arditamente smodata, posso assicurarvi che non lo è affatto: un qualunque esperto fighter, anche se per nulla illuminato, potrà confermarvi di essere come un buon giocatore di scacchi, e vedere le combinazioni in arrivo ben prima di riceverle e le contromosse più opportune ben prima di farle. L' esperto fighter ottiene questo tramite quella cosa chiamata esperienza: l' Illuminato otterrebbe la stessa cosa, ma tramite la bodhi - consideratela pure, se volete, una delle siddhi della mente sgombra, de La Terra Pura.  
     
    A riconferma della tesi, credo che fosse proprio Eugen Herrigel * a riportare il seguente episodio (e qui vado a rammemorazione libera):Un Maestro di Spada giapponese incontra un occidentale, e ne rimane colpito al sol vederlo: e scrutandolo con attenzione giunge alla conclusione che anch' egli sia un maestro di spada, e dunque gli chiede come mai venga ad imparare qualcosa che evidentemente ha già appreso.  
     
    L' occidentale, verosimilmente un po' sconcertato, assicura di non avere mai frequentato prima un corso da spadaccini e quindi di non poter aver conseguito in alcun modo un diploma da maestro di spada.  
     
    Il Maestro di Spada insiste che, eppure, egli è sicuro che costui sia già un maestro di spada, e d'esser certo di non sbagliarsi in queste faccende: e dunque gli chiede come abbia vissuto di recente; l'occidentale racconta allora che negli ultimi anni, in seguito ad alcune esperienze, ha meditato a lungo sulla morte - così tanto da poter dire di non temerla più oramai.  
     
    E' a questo punto che il Maestro di Spada lo interrompe per dirgli che è questo, proprio questo, che fa di lui un Maestro di Spada che non necessita di ulteriore istruzione: poichè non si impara l'arte della spada per altro che per ottenere questo.
    Ora, è vero che tale aneddoto produce uno scarto rispetto a quanto sostenuto: poichè anzichè resituirci il profilo intatto di un samurai, dichiara sufficiente la parzialità del conseguimento spirituale per fregiarsi automaticamente anche dei titoli materiali correlati; ma rispetto alle reali cognizioni tecniche che questi ultimi presumono, si potrebbe invece esser rimasti del tutto incompetenti.  
     
    Tuttavia, da un lato è anche vero che il Maestro di Spada potrebbe aver deciso di soprassedere riguardo alla scrupolosità nella identificazione sul candidato di tutti gli otto segni fausti - gli astamangala: cioè potrebbe benissimo essersi accontentato di rilevarne solo alcuni, e ritenere questi già sufficientemente inusitati e portentosi da rimanerne interdetti al sol vederli.  
    Dall' altro lato, il fatto che sia possibile arrestarsi a questo stazionamento disertando il requisito della perizia tecnica, abbandonandola alla irrilevanza residuale del perfezionamento formalista rispetto alla sostanzialità dell' intento trascendentale, non dovrebbe essere un atteggiamento impiegato per legittimare la sconfessione della potenzialità più postrema: ovvero quella di una illuminazione così toccante tumultuosa e definitiva (insomma: la paramita), da trascinare e trainare con sè anche una competenza tecnica tanto enciclopedica quanto pragmatica - si immaginino effetti gnoseologici non dissimili da quelli di un corredo genetico detenuto dapprima nella versione consuetudinariamente conformata e del tutto sigillata, e dappoi in quella integralmente squaternata e sequenziata.  
    Perchè qualcosa di simile alla onniscienza, alla scienza infusa, esiste: come disse Confucio «Non è che io conosca tutte le cose: è che giungo a qualsiasi cosa risalendo per quella radice che tutte hanno in comune» - e della velocità con cui gli angeli del Signore salgono e scendono lungo la scala di Giacobbe, nulla è detto: potrebbe tanto essere un modulato arpeggio mozartiano, quanto fulmicotone.  
     
    Rimane quindi opportuno rammentare la affinità simbolica della durezza del diamante con il concetto di budo, e questo forse fin addentro ai suoi virtuosismi corporei: istituendo cioè un parallelismo fra asana yogici, mudra e kata.  
     
    Anche perchè, dopo tutto, non dovrebbe passare inosservato (senza, tuttavia, nemmen suggerire invasamenti bellicosi) che il Buddha Sakyamuni * non proveniva affatto (come ci si sarebbe potuti banalmente attendere) da una famiglia religiosa ovvero di bramini bensì, di... ksatriya! Questa gente: eran soldati.
[ndr]
(4) Affermazione perfetta e impagabile.  
Ricordo a conferma che:
«I nambutiri stessi dicono infatti che mentre i gruppi di casta bassa usano le cose, i brahamani nambutiri usano i mantra» (Gavin Flood: L' Induismo)
[ndr]
(5) E' possibile dunque che l' esattezza monocorde della lettera sia nulla a confronto con la completezza polifonica del senso. [ndr]
(6) Viene spontaneo il riferimento a Plutarco e ai noti (e rammarichevoli) Ritardi della punizione divina. Di questo ho già avuto modo di dir qualcosa parlando di Rainer Maria Rilke, tuttavia il testo della Angelillo ci permette di integrare la posticipazione della punizione con la posticipazione della ricompensa, inserendo entrambi nell' ambito di una specie di vastissima economia teantropocosmica -la ragioneria di Dio- sospesa addentro ad una specie di immenso vacuum quantico, bizzarro quanto la meccanica quantistica: poichè quivi la pausa conta più della celerità, e il rinvio più del rispetto delle scadenze cedolari.  
 
Ma vale sottolineare in questo contesto come una economia divina arriva presto ad identificarsi e riconfluire del tutto nel concetto di Giustizia divina poichè quel che si retribuisce sono meriti e demeriti e non salari, quasi a suggerire che la giustizia sarebbe, secondo gli dei, più importante del potere dei mercati: e in effetti cos' altro sarebbe la mano invisibile se non che un auspicato ristabilimento spontaneo di giustizia perequativa e nient' affatto di mera redistribuzione economica?  
Una tale economia non può certamente reggersi sul criterio dello scambio mercantile conferito dalla certezza dei valori, e dunque nemmeno sulla simultaneità dei pagamenti; in effetti, e da tutti i punti di vista, il commercio animico non si basa sul corrispettivo bensì sul dono, come recentemente ha voluto ricordarci assai felicemente Andrea Tagliapietra * ne il suo libro Il Dono Del Filosofo.  
Ma se la economia celeste è in realtà Giustizia, e tale economia si basa sul dono, quale è il rapporto fra Giustizia (che si impone con la cogenza dell' atto dovuto) e il dono (che si propone con la genuinità dell' atto voluto)?  
 
Il dono del filosofo tuttavia è la parresia, ovvero il dire la verità (con una vaga sfumatura di rinfaccio: una verità che schiaffeggia). Questa attinenza della parresia al volere degli dei (che sono sempre per la verità, e non per la falsità) viene ricompensata dagli uomini, di solito, o con l' ostracismo o con l' esilio o con la cicuta o con la croce. Il che è una palese ingiustizia.  
Il rapporto fra dono e giustizia sta dunque nella iniquità del premio.  
 
Per cui quel che questa dottrina Hinduista implicitamente ci dice è che il caos non è mai addotto da un disordine economico ma sempre e solo da una carenza di Giustizia - al limite, direbbe Ralph Dahrendorf * , da una failure dell' entitlement set, che infatti è pur sempre Diritto e dunque alla Giustizia attiene.  
Ma c'è qualcosa di più: il passaggio sembra suggerire che non sono i soldi a muovere il mondo, come le apparenze suggerirebbero, bensì è la carenza di giustizia a perturbarlo. E d'altra parte, si sa: dietro ogni grande patrimonio c'è un delitto.  
Come si ristabilirebbe la Giustizia? Imparando a donare, dacchè i problemi di giustizia vengon tutti dal prendere e dalla implicata desuetudine al ricevere.  
 
Ma intanto che noi facciamo tutto questo casino, perchè gli dei dovrebbero correre? Gli dei non hanno fretta.  
D'altra parte, è tipico della Giustizia l'esser lenta: ma se questa, quando è lenta e celeste è precisa e sovrumana, quando è lenta e terrestre si fa sproporzionata e disumana e basta. [ndr]
(7) Il rimpiazzo che il samsara, cioè la gestione di una sequenza di vite tutte inferenti alla medesima anima, effettua rispetto alla gestione cristiana e cattolica dei meriti al fine di aggiudicarsi il Paradiso, è un rimpiazzo che non dovrebbe distogliere la attenzione dall' elemento in comune: entrambi gli approcci postulano la necessità nel qui ed ora, nell' hic et nunc , di vivere nella prospettiva di un laggiù ed allora, nell' illuc et post; nel caso Hinduista questo allora si sgrana lungo una sequenza di tappe intermedie (sarebbe un gradualista...), nel caso cattolico si situerebbe in un conseguimento solo (sarebbe un immediatista...). L' oriente, poi, vede il nirvana come qualcosa che si consegue con un lavoro mentre l'occidente vede il paradiso come un qualcosa che si ottiene come ricompensa.  
 
Ad ogni modo, tornando più specificatamente all' ambito Buddhista, questa differenza fra gradualisti ed immediatisti appare una distinzione non solo ben esplicabile, ma che proprio perchè ben esplicata non mi è chiaro come mai possa essere affatto insorta; infatti spiega brillantemente a questo proposito Leonardo Arena:
«Da un punto di vista metafisico, la distinzione fra illuminazione graduale e improvvisa è senza dubbio discutibile. Come si può parlare di illuminazione graduale, senza ammettere un momento in cui, di colpo, cadono tutti i veli che impedivano di percepire la realtà? E come riferirsi alla illuminazione improvvisa, senza ammettere che possa essere preparata da un addestramento preesistente, da ogni piccolo passo compiuto sul sentiero buddhico?» (Storia Del Buddhismo Ch'an * )
Gradualità e immediatezza coesistono, poichè come disse mi pare Patanjali * (citazione libera): "come potrai ottenere l' illuminazione solo con la meditazione e senza pranayama?".  
 
Concordo che sia arduo: almeno una metodologia di disciplina ascetica appare indispensabile presceglierla e perseguirla al fine di ottenere la stabilizzazione di uno stato di coscienza non ordinario.  
Quando poi tale disciplina sia stata protratta abbastanza a lungo, come un buon ginnasta si esercita in una palestra, la Illuminazione non può conseguirne come un graduale dissolvimento delle percezioni ordinarie, ma deve a quel punto sopravvenire apparendoci istantanea ed onnicomprensiva: dalla accumulazione dei dettagli si passerebbe in un attimo alla ricombinazione olistica dei medesimi, ottenenedo un costrutto globale incommensurabile rispetto al collezionamento delle sue componenti.  
Deve dunque sussistere un momento (ed in effetti così è stato detto, iti vuttaka) in cui la caduta di tutte le barriere dispiega un panorama integrale che viene esperito come profondamente catartico. Si può forse pervenire a questo istante attraverso passaggi e disvelamenti graduali, ma il risultato finale è destinato comunque ad impattare su di noi con un radicalismo che ben si lascia assimilare alla idea (anche cristiana) della folgorazione.  
Eppoi, una palingenesi senza tempesta a me appare inverosimile - ma forse questo perchè in me un bhairava si dissimula.  
 
Anzi, si potrebbe forse trovare proprio qui la radice del fondamentalismo religioso: esso potrebbe essere un modo archetipico di fraintendere il radicalismo di questa esperienza subentrandovi a buon mercato e, a quel punto, impedendola o finanche poscrivendola.  
 
Ad ogni modo, al cospetto della ragion pura, nulla impedirebbe di poter almeno postulare anche un risultato effettivamente gradualizzato: pertanto è a mio avviso possibile che qui si parli o di due modi diversi di vivere la stessa cosa, o di due qualità o stadi diversi della medesima cosa. Certo, mi sembra difficile poter ottenere un esito come una Illuminazione buddhica e dirne che ci ha lasciati indifferenti o che puoi permetterti di metterla da parte: vorrebbe dire che non la hai ottenuta - ed è per questo, forse, che allora ha "più ragione" il Mahayana. [ndr]
(8) Si veda anche a tal proposito la yaskini, e c'è anche una mia nota in merito ad una immagine. [ndr]
(9) Vi regalo un possibile titolo che a me è sempre parso bellissimo: Maschere del Bene. [ndr]
(10) Mi si permetta una caduta scherzosa nello chauvinismo: toh, una donna. [ndr]
(11) Mentre ci si riferisce al nembutsu, appare qui sollevarsi anche la tematica, per me tuttora irrisolta, che colpì anche l'attenzione di Freud allorquando formulò la teoria della coazione a ripetere quale elemento caratteristico di ogni neurosi (isterica o traumatica). E cioè, che tutta la vita appare fondata sulla ripetizione: una ripetizione che per quanto monotona porta a risultati (l'esempio più comprensibile è: l' esercizio fisico) ma che può anche essere ricettacolo ed emblema di un nodo insuperabile con il quale ci si continua ossessivamente a scontrare.  
La natura penosa di questo scontro è di solito tale, che non risucendo a farci nulla nè per eluderlo nè per risolverlo, si preferisce pervenire a dissimulare a sè medesimi la stessa consapevolezza e ripetitività di un impattamento altrimenti arci-ovvio: ed è questo il momento in cui la religione può venir strumentalmente abbracciata come cover-up psicologico.  
 
Infatti vale aggiungere in proposito che quando Freud derubricò le impostazioni religiose come illusioni e come modalità neurotiche atte a paludare una nevrosi, non è che avesse ragione - sarebbe dir poco, se si conoscono un minimo gli esseri umani e se ne ha esperienza fattiva: aveva stra-ragione, ragione da vendere.  
Perchè non è che le religioni siano illusioni: è piuttosto che troppo spesso, se non quasi sempre, vengono prescelte (e fraintese) come veicoli preconfezionati per dare una veste di rispettabilità alle proprie paure e vizi.  
Ma, d'altra parte, non è singolare che un opera come L' Avvenire Di Un Illusione chiami involontariamente in causa proprio una delle categorie da cui più distintamente le religioni Hinduiste sollecitavano a guardarsi e liberarsi: le illusioni, le vikalpa?  
 
E' pertanto del tutto coerente che Freud stesso inviti a liberarsene, anche se dubito che Freud fosse scientemente consapevole di questa sua involontaria ortodossia buddhica, poichè così come le illusioni distorcono la percezione del reale, distorcono anche la percezione della esperienza religiosa: e di una religiosità imbevuta di illusioni, è decisamente meglio sbarazzarsi. [ndr]
(12) Si veda a tal proposito anche la osservazione riportata da Scholem al paragrafo 17 di questa pagina. [ndr]
(13) Quest' ultima è una affermazione singolare, e non si capisce se possa essere un refuso: forse, che per aggredire un tuo nemico devi indurlo ad aggredirti? Potrebbe anche essere. [ndr]
(14) Sto elaborando un testo che diffida di certo ritualismo. Un rito è una mappa, e una mappa si usa quando sei sul terreno non quando sei in chiesa. [ndr]
(15) Possibile che Giappone derivi da questo? [ndr]
(16) Si noti l'uso dell' alfa privativo. Il fatto che poi al termine japa preceduto dall' alfa privativo si faccia seguire di nuovo japa, non deve sorprendere: vi sono terminologie bidirezionali analoghe quali ad esempio parapara(ta/tva) dove l'alfa privativo è di nuovo inframmezzato e contribuisce tanto a creare il palindromo * quanto a conferirgli la sua particolare sfumatura di significato; o si pensi ad uno degli appellativi tradizionali e più diffusi del Buddha e cioè tathagata ("così andato così tornato"), il quale include una analoga ambiguità; o si pensi anche alla dizione taoista Wei Wu Wei: attività senza attività. [ndr]
(17) Ancora una volta, la visualizzazione del significato prevale sulla vocalizzazione della lettera. [ndr]
(18) In merito a questa idea degli effetti (e si badi: non necessariamente quelli desiderati) vale sempre la osservazione di Salinger. [ndr]
(19) Il famigerato Om è, a mio avviso, il suono (impressionante, quando sincero) prodotto da una espirazione dopo che sia stata preceduta da un kumbhaka efficace: ripetere verbalmente la parola Om (o Aum) tutto il giorno, e magari con attenta perizia e competenza, senza che essa sia la approssimazione lessicale del suono emesso durante tale tipo di espirazione (cioè non esiste affatto il suono puntigliosamente articolato om: esiste solo qualcosa che gli assomiglia), significa essere come il pappagallo della citazione precedentemente riportata.  
Al vero mantra non si arriva costruendolo, ma incontrandolo. [ndr]
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