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Non vi lasciate dominare dall' ironia (...) e se vi sentite troppo in confidenza con essa, rivolgetevi allora a grandi e gravi oggetti, davanti ai quali essa si fa piccola e inerme. Cercate la profondità delle cose: fin laggiù l'ironia non scende mai - e quando sfiorate così il margine della grandezza, saggiate nello stesso tempo se questo modo di vedere nasca da una necessità del vostro essere. Ché sotto l'influsso di cose gravi essa o cadrà da voi (se è qualcosa d'accidentale) o s' irrobustirà (se veramente v'appartiene come innata) a serio strumento e s'allineerà nell' ordine dei mezzi, con cui voi dovete elaborare la vostra arte. (1)
2.
Rallegratevi della vostra crescita, in cui non potete portare alcuno, e siate buono verso coloro che rimangono indietro, e sicuro e tranquillo di fronte a loro, e non li tormentate con i vostri dubbi e non li sgomentate con la vostra fiducia o allegrezza, che essi non potrebbero comprendere (2) . (...) amate in essi la vita in una forma estranea e abbiate indulgenza per gli uomini che vanno invecchiando e temono la solitudine, in cui voi confidate. Evitate di aggiunger materia a quel dramma sempre teso fra genitori e figli; consuma molta forza dei figli e logora l'amore dei vecchi, il quale opera e scalda anche se non comprende. Non richiedete ad essi alcun consiglio e non contate su alcuna comprensione; ma credete ad un amore che vi viene serbato come un ' eredità, e confidate che in questo amore c'è una forza e una benedizione, da cui voi non avete bisogno di uscire, per andarvene molto lontano!
3.
che nulla ci accada di estraneo, ma solo quanto da lungo tempo oramai ci appartiene. Si sono già dovuti ripensare rovesciando tanti concetti di movimento, si imparerà anche a poco a poco a riconoscere che quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi da fuori.
Solo perchè tanti non assorbono e trasformano in sè stessi i loro destini finchè vivevano in loro, non riconobbero che cosa usciva da essi; era a loro così estraneo ch'essi credettero, nel loro terrore smarrito, che dovesse appunto essere ora entrato in loro, chè giuravano non aver mai ritrovato in sè cosa simile. Come a lungo ci si è ingannati sul movimento del sole, così ci si inganna ancora sempre sul movimento dell' avvenire.
4.
E se torniamo a parlare della solitudine, si chiarisce sempre più che non è cosa che sia dato scegliere o lasciare. Noi siamo soli. Ci si può ingannare su questo e fare come se non fosse così. E' tutto.
5.
Come possiamo dimenticarci di quegli antichi miti, che stanno alle origini di tutti i popoli? I miti dei draghi (3) , che si tramutano nel momento supremo in principesse; sono forse tutti i draghi della nostra vita principesse, che attendono solo di vederci un giorno belli e coraggiosi. Forse ogni terrore è nel fondo ultimo l' inermità, che vuole aiuto da noi.
6.
(4) Non chiamate "cosa troppo personale" ciò che voi m'avete recato. Solo un piccolo passo ancora, e sarebbe di nuovo la cosa più universale, definitivamente valida, il fondamentale della vita.
7.
(5) quasi ogni frase provoca dieci lettere - non chi si abbiano per ogni domanda (e che cosa non è qui domanda?) risposte da opporre, no, ma sono ben codeste le domande che sempre di nuovo sono state ricoperte da altre domande o (nel migliore dei casi) si sono offerte più trasparenti sotto l'influsso di altre domande che avevano in sè la propria luce; son codeste le grandi diastie di domande - chi ha mai saputo rispondere?
8.
Quanto nel Malte sta scritto, no, sofferto, è veramente solo questo, ripetuto e sempre da capo ripreso con tutti i mezzi e in tutti gli argomenti, questo: come è possibile vivere, se non possiamo affatto penetrare gli elementi di questa vita? Se perpetuamente siamo insufficienti nell' amare, nel decidere incerti e incapaci di fronte alla morte, come è possibile esistere?
9.
Chi sa, io mi chiedo, se noi non emergiamo sempre per così dire alle spalle degli dèi, e nulla ci separi dal sublime loro volto raggiante se non loro stessi, vicinissimi noi all' espressione agognata, sol trattenuti appunto poco dietro di essa.
10.
Ma prendete il Sovrasensibile. Intendiamoci che l'uomo fin dai suoi primissimi inizi ha figurato dèi, in cui qua e là solo la morte e la minaccia, la distruzione e la paura, la violenza, la collera, l'ossessione sovrapersonale, erano contenute, quasi affastellate in un denso intrico maligno: l'estraneo, se volete (6) , ma in tale estraneo in qualche modo è già implicita l'ammissione che lo scorge, lo sopporta, anzi che lo riconosce, per via di una certa misteriosa complicità e affinità: si era anche questo, solo che lì per lì non si sapeva come servirsi di questo lato della propria esperienza; troppo grandi erano quelle forze, troppo pericolose, troppo molteplici, crescevano oltre la nostra misura ad un eccesso di significazione; (7) era impossibile, accanto alle molte richieste dell' esistenza ordinata sul bisogno e l'attuazione, portar sempre con sè anche tali immani ed inafferrabili "contorni".
11.
A poco a poco ella avvertì che nelle chiese Dio ci lascia in pace, che non chiede più nulla; si potrebbe pensare ch'egli non ci fosse, non è vero? (8)
12.
io so che la sottomissione mena più lontano dell' opposizione; essa svergogna ciò che è usurpazione e contribuisce indicibilmente a glorificare la giusta potenza.
Il ribelle si protende fuori dell' attrazione di un centro di potenza e forse gli riesce di abbandonare tale campo di forza; ma, là oltre, egli si ritrova nel vuoto e deve ricercarsi una altra gravitazione, che lo assuma nella propria sfera. E questa è di solito ancora meno legittima che quella di prima. (9)