The Identification Number and Password fields need to be filled in. Moreover, you cannot send messages devoid of contents Adding further data is not allowed because this topic has been closed Print You provided no password: you have to write it in the textfield beside the command delete for the topic you want to delete Are you sure you want to delete this comment? You did not cast a vote. You need to cast a vote by selecting a radio button. Impossible to proceed Provide the project number Insufficient form parameters: you forgot to fill in some field/s
 
member picmember pic
 
Snippets of A
 
info Below you can find the text of the snippet you want to read, and the list of the other snippets by this author if available.
What are snippets?
Share on MySpace

Ananda K. Coomaraswamy: La Danza Di Siva: Citazioni Preferite In Italiano

Snippet: Identification Number »   Snippet: Inclusion syntax »
Visitors: 6,842 Tagged by its author as: Books Characters (in origin): 46,529 (pages: ~ 17)
Author: Em@il Permalink Cast your vote for this topic Remove color and border from headers Printable version
Premise (Not printed if this snippet is included)Ananda K. Coomaraswamy * . La Danza Di SivaThis text has been included into projects that deal with similar topics: Citazioni e Note - Quotes & Footnotes

1.

L' evoluzione, il sentiero della ricerca, il pravrittimarga, è caratterizzato dalla autoaffermazione; il movimento verso l'interno, l'involuzione, il sentiero del ritorno, il nivrittimarga, dalla progressiva realizzazione del Sè. (...) I brahamani evitano l'uso teologico dei termini "bene" e "male", e preferiscono parlare di "conoscenza" e "ignoranza" (vidya e avidya) e delle tre qualità di sattva, rajas e tamas. (...) Può forse esserci realizzazione del Sè laddove non c'è mai stata autoaffermazione? (...) I desideri repressi generano pestilenza. (1)

2.

la volontà creativa di coloro che hanno superato la fase dell' egoismo estremo, che li si chiami "eroi", "guardiani", brahamani, samurai o semplicemente "uomini di genio". (2)

3.

La teoria dello sva-dharma, la "moralità peculiare" (3)

4.

Si crede fermamente che la mente possa accedere immediatamente a ogni conoscenza senza l'intervento diretto dei sensi.

5.

La devozione amorosa e appassionata verso una divinità personale, chiamata bhakti (4)

6.

L'invocazione sivaita: "O tu che assumi le forme immaginate dai tuoi devoti" (5)

7.

Una singola parola correttamente impiegata ed intesa viene paragonata alla "vacca dell' abbondanza", che dona ogni tesoro (...)  
Ogni opera d'arte è un kamadhenu (6)

8.

Perchè un' opera possa evocara il rasa (7) , uno degli stati emotivi permanenti deve costituire il motivo principale a cui sono subordinate tutte le altre espressioni emotive. Ciò significa che il primo elemento essenziale di un' opera rasavat è l' unità.

9.

La capacità e il genio necessari alla comprensione sono in parte naturali ("antichi") e in parte acquisiti ("contemporanei"); tuttavia l'educazione da sola è inutile: se poeti si nasce, lo stesso vale anche per il rasika, e la critica è affine al genio (8) .  
(...)  
Gli autori indù dicono che la capacità di avvertire la bellezza -di assaporare il rasa- non può essere acquisita con lo studio, ma è il premio del merito acquisito in una vita passata (...) nel momento in cui intende spiegare l'opera, il critico deve dimostrare la sua tesi e non può farlo con alcun procedimento argomentativo, ma solamente creando una nuova opera d'arte.

10.

"non si ottiene la perfezione con la sola rinuncia". Voltando le spalle al mondo non possiamo raggiungere la Bellezza più di quanto possiamo arrivare alla liberazione (...)  
E così torniamo alla terra. Se supponevamo di trovare altrove quello che stavamo cercando, ci sbagliavamo. I due mondi, spirituale e materiale, purusa e prakriti, sono solo uno: e questo è evidente per l'artista come per l'amante o per il filosofo. I filistei a cui ciò non risulta altrettanto evidente andrebbero chiamati materialisti o nichilisti - monisti esclusivi, per i quali l' esperienza dei sensi è assolutamente tutto oppure assolutamente nulla. La teoria del rasa espressa da Visvanatha e da altri teorici dell' estetica apprtiene al monismo integrale (9) : essa procede di pari passo con il Vedanta. In un paese come l' India, dove il pensiero ha la caratteristica di essere coerente con sè stesso, questo è, nè più nè meno, ciò che avevamo diritto di aspettarci.

11.

Non appena una data intuizione ha raggiunto una espressione perfettamente chiara, rimane solo da moltiplicarla e ripeterla. Questa ripetizione può essere desiderabile per molte ragioni, ma quasi invariabilmente comporta una graduale decadenza, poichè presto cominciamo a darne per scontata l'esperienza. La vitalità di una tradizione persiste solamente finchè viene alimentata dalla intensità della immaginazione.

12.

la causa della Sua danza risiede nella Sua natura, che tutti i Suoi gesti sono innati, spontanei e senza finalità, poichè il Suo essere trascende l'abito dei fini (...)  
Il fatto che Dio sia il primo artista non sta a significare che egli creò forme che avrebbero potuto non essere piacenti se la mano del vasaio avesse errato, bensì che ogni oggetto naturale è una realizzazione immediata del Suo essere.  
Questa attività creativa, nel suo carattere volontario, è paragonabile all' espressione estetica; in quel mondo di immaginazione e di eternità non entra alcun elemento di scelta, ma esiste sempre una perfetta identità di intuizione ed espressione, di anima e corpo. L'artista umano che scopre dappertutto la bellezza è il guru ideale di Kabir, il quale "rivela lo Spirito Supremo ovunque si rivolga la mente" (10)

13.

Le figure di belle Yaksini, o driadi, la cui funzione può essere in parte apotropaica ma è anche, in larga misura, encomiastica e decorativa. La figura di yaskini qui riprodotta è tipica della migliore arte Sanci; eppure, come è divino il mondo in cui si muove questa driade felice dal mondo dei sutta di pali, in cui il buddhismo ortodosso cerca di dimostrare che "come il corpo è ripugnante quando è morto, così lo è quando è vivo" (11)

14.

In altre composizioni il Buddha viene rappresentato per mezzo di simboli, come l' Albero della Sapienza o le convenzionali "orme dei piedi" (12)

15.

L'incomprensione implica necessariamente la preesistenza di un modello da fraintendere.

16.

Possiamo immaginare uno yogin romano seduto sopra un trono di loto e con le mani nella dhyana-mudra da affiancare al Sofocle del museo laterano? L'ipotesi è già abbastanza assurda da non richiedere una confutazione. Il Buddha seduto (...) può avere un'origine soltanto indiana: stando così le cose, risulterà chiaro quanta esagerazione vi sia nel parlare di una "origine greca dell' immagine del Buddha".

17.

La seconda celebre danza di Siva viene chiamata tandava e appartiene al suo aspetto tamasico in quanto Bhairava o Virabhadra. Essa viene eseguita nei cimiteri o nei campi crematori (13) dove Siva, di solito rappresentato con dieci braccia, danza selvaggiamente assieme a Devi, seguito da schiere di demoni saltellanti (...) la danza tandava è in origine quella di una divinità prearia, per metà dio e per metà demone, che a mezzanotte festeggia nel campo crematorio. In epoca posteriore essa, eseguita a volte da Siva, a volte da Devi, viene interpretata nella letteratura sivaita e sakta in un modo assai toccante e profondo.  
In terzo luogo abbiamo la danza Nadanta di Nataraja davanti alla assemblea (sabha) nella sala dorata di Chidambaram o Tillai (...)  
Nella foresta di Taragam abitavano schiere di rsi eretici, seguaci di Mimamsa. Là, per confutarli, Siva si recò accompagnato da Visnu, travestito da bella donna, e da Aticesan. In un primo momento i rsi furono indotti ad una violenta disputa l'uno con l'altro, ma ben presto la loro collera si diresse contro Siva, che essi cercarono di annientare con incantesimi. nei fuochi sacrificali crearono una tigre feroce che si slanciò contro di lui, ma, sorridendo con gentilezza, Egli la catturò, con l' unghia del mignolo la scuoiò e ne indossò la pelle come fosse una veste di seta. Non scoraggiati dall' insuccesso, i rsi rinnovarono le loro offerte e produssero un serpente mostruoso che Siva tuttavia catturò e si avvolse intorno al collo come una ghirlanda. A quel punto Egli cominciò a danzare, ma da ultimo lo assalì un mostro nella forma di un nano malvagio, Muyalakan. Il dio lo schiacciò con la punta del piede e gli spezzò la schiena, lasciandolo a dimenarsi a terra (...)  
Allora Aticesan Gli rese onore e, prima di ogni altra cosa, gli chiese di poter contemplare ancora una volta questa danza mistica; Siva promise di farlo assistere di nuovo alla danza nella sacra Tillai, il centro dell' universo. (...)  
Siva danzante, con quattro mani (14) (...) Fra i suoi capelli sono visibili un cobra attorcigliato, un teschio (...) sopra si trova la luna crescente (15) e i capelli sono incoronati da un serto di cassia. All' orecchio destro Siva porta un orecchino da uomo, all' orecchio sinistro uno da donna (...) Una delle mani tiene un tamburo, l'altra è alzata nel gesto di chi invita a non aver paura; (...) anche il tamburo (16) è un attributo generico di Siva e appartiene al suo carattere yogin (...)  
Siva è un distruttore e ama il campo crematorio. Ma che cosa distrugge? Non soltanto i cieli e la terra alla fine di un ciclo del mondo, ma le catene che avvincono ogni singola anima. Dove si trova, e che cos'è il campo crematorio? Non è il luogo in cui i nostri corpi terreni vengono cremati, ma quello in cui i cuori di chi lo ama vengono annientati e desolati (17) Il luogo in cui l' Io è distrutto indica la condizione nella quale l' illuminato e le azioni vengono bruciate; è quello il rogo, il campo crematorio in cui danza Sri Nataraja; perciò Egli è chiamato Cutalaiyati, "danzatore del campo crematorio". In questa similitudine riconosciamo il collegamento storico fra la danza leggiadra di Siva in quanto Nataraja e la Sua danza selvaggia in quanto demone del cimitero (18)  
(...) Ma forse vale la pena di richiamare l'attenzione sulla grandezza di questa concezione in quanto sintesi di scienza, religione e arte. Quanto è sorprendente la portata del pensiero e della sensibilità di questi rsi-artisti che concepirono per primi un archetipo come questo, offrendo una immagine della realtà, una chiave per la complessa trama della vita, una teoria della natura che non si adatta solamente ad un gruppo ristretto o a una razza, nè può essere accolta soltanto dai pensatori di un solo secolo, ma esercita universalmente il suo fascino sul filosofo, sull' amante, sull' artista di ogni epoca e paese! Quanto deve apparire grande, nel potere e nella grazia, questa immagine danzante a tutti coloro che si sono sforzati do esprimere in forme plastiche la propria intuizione della vita!  
In questa epoca di specializzazione non siamo abituati a una simile sintesi di pensiero: ma per coloro che "videro" immagini come questa, non poteva esistere alcuna divisione della vita e del pensiero in compartimenti stagni (...)  
Nella notte di Brahma la Natura è inerte e non può danzare finchè non lo vuole Siva: Egli si desta dalla Sua estasi e, danzando, invia attraverso la materia inerte onde pulsanti di un suono che provoca un risveglio; ed ecco che anche la materia danza prendendo la forma di un' aureola intorno a lui. (19) Danzando Egli ne tiene vivi i molteplici fenomeni. nella pienezza del tempo, sempre danzando, Egli distrugge con il fuoco tutte le forme e i nomi e concede nuovo riposo. Questa è poesia, ma è anche scienza.

18.

L'idea di potenza viene goffamente espressa con la moltiplicazione delle braccia (...) [Contestazioni] di questo genere si potrebbero moltiplicare (...) L' illustrazione mostra una figura giavanese con dieci braccia: Mahisamardini che uccide il demone Mahisa. Qui essa è una terrificante potenza vendicatrice: eppure non è nè crudele nè irata, ma anzi ha la mestizia dei sapienti poichè recita una parte inesorabile (...) celebre tema del re empio che incontrò la morte per mano della divinità vendicatrice in forma di uomo-leone. La mano sulla spalla, la figura che cerca di sottrarsi con il sorriso beffardo ancora sulle labbra: esiste qualcosa di più terribile? Queste figure manifestano con la loro azione le passioni che le animano: difficilmente se ne troverebbero di più espressive. sarebbe ingeneroso mettere a confronto un' opera come questa con la "fedeltà alla natura" del Laocoonte (...)  
Anche la personalità umana è composita, occorre rendersi conto che ciò è ancora più vero nel caso di una divinità cosmica, la quale è in grado, attraverso la suddivisione delle upadhi, di operare in molti luoghi nello stesso tempo (...) Si potrebbe dunque affermare a buon diritto che questo metodo [di raffigurare gli dei con molte braccia], adottato a volte in India, a volte in Egitto e a volte in Grecia, e in uso ancora oggi, abbia avuto successo dal punto di vista pratico della semplice espressione, ovvero quello consistente nel riuscire a dire ciò che andava detto; (...) La critica dei filologi si riduce in ultima analisi a una lagnanza per il fatto che l'arte non sempre è rappresentativa ("fedele alla natura"). Ho cercato di dimostrare che l'arte è fedele all' esperienza e al sentimento. (...)  
Non sappiamo se gli uomini abbiano realmente due braccia, fatto che è soltanto una rappresentazione intellegibile. Dire che nel nostro mondo non incontriamo fate non costituisce una critica alle fiabe, piuttosto dovremmo condannare (e infatti condanniamo) per la sua mancanza di sincerità un racconto di fate così concepito da lasciare intendere che nel mondo dello scrittore non esistano fate. Dire che dopotutto gli animali non parlano inglese o sanscrito non costituisce una critica alla favola; nè è una critica ad una icona indiana osservare che non conosciamo esseri umani con più di due braccia. (20)

19.

Il "quarto di tono", o sruti, è l'intervallo microtonale tra due note che si susseguono nella scala: ma siccome il tema impiega raramente due e mai tre note della scala in successione, di solito l'intervallo microtonale non si avverte se non nell' abbellimento.  
Ogni canto indiano si considera eseguito in un particolare raga o in una particolare ragini, dove ragini è il femminile di raga e indica una riduzione o una modifica del tema principale. Il raga, come il modo greco antico e quello ecclesiastico, è una selezione di cinque, sei o sette note distribuite lungo la scala; ma il raga è più particolareggiato di un modo in quanto possiede progressioni caratteristiche ben precise e una nota principale a cui il cantante torna costantemente. Nessun raga impiega più di sette note effettive, e non esiste alcuna modulazione: la singolare tonalità del canto indiano è dovuta all' uso di intervalli non familiari, non all' impiego di molte note successive con piccoli salti. (...)  
Si personificano i raga come geni della musica e si dice che cantare fuori del raga significa spezzare le membra di questi angeli (...)  
Egli pensava di padroneggiare l'intera arte della musica, ma il sapientissimo Visnu, per umiliare la sua presunzione (21) , gli mostrò nel mondo degli dei un edificio spazioso dove uomini e donne piangevano sulle loro brfaccia e gambe spezzate. Costoro erano i raga e le ragini, e dissero che un certo sapiente di nome Narada, ignorante di musica e maldestro nell' esecuzione, li aveva cantati nella maniera sbagliata e perciò i loro lineamenti erano stravolti e le loro membra spezzate, e finchè non fossero stati cantati correttamente per loro non ci sarebbe stata alcuna cura.  
(...)  
la grazia elaborata. E' naturale che in Europa, dove molte note vengono ascoltate simultaneamente, la grazia appaia una elaborazione superflua (22) , aggiunta alla nota, piuttosto che un elemento strutturale. In India invece la nota e la grazia microtonale compongono un' unità più stretta, poichè la grazia svolge proprio quella funzione di aggiungere luce e ombra che nella musica armonica viene svolta da gradi variabili di assonanza.  
(...)  
Nella forma musicale chiamata alap -un' improvvisazione sul tema del raga- questa predominanza della musica è spinta a tal punto che vengono adoperate soltanto sillabe prive di senso. (23) .

20.

La dottrina indiana afferma che nelle estasi dell' amore e dell' arte riceviamo già un sentore di quella redenzione. (24)

21.

I nomi degli autori epici non sono che ombre, e in epoca successiva era una prassi costante degli autori quella di tacere i propri nomi e attribuire le proprie opere a un poeta mitico o celebre, così da attirare maggiore attenzione sulla verità che preferivano sostenere di aver "udito" che non "creato". (25)

22.

Non cadiamo nell' errore di credere, però, che il matrimonio occidentale, siccome è fondato nominalmente sulla libera scelta, garantisca per ciò una unità permanente di passione spirituale e fisica. Al contrario, forse nella maggioranza dei casi, il matrimonio unisce persone che non sono più "innamorate"; l'abitudine, considerazioni di prudenza o, se ci sono figli, il senso del dovere impongono spesso il prolungamento senza passione di un matrimonio per il cui inizio l'amore romantico era stato avvertito come una condizione indipensabile. Coloro che ora vivono fianco a fianco sulla base dell' affetto e dell' interesse comune, non avrebbero contratto il matrimonio su questa base soltanto. (26)

23.

Dobbiamo anche ricordare che molto di ciò che oggi viene spacciato per istruzione è superficiale; alcune cose sono poco più che abilità salottiere, e non c'è alcun vantaggio nel trasferimento di questa situazione in asia, dove ho sentito di genitori moderni i quali desideravano che le loro figlie imparassero "qualche parola di francese" oppure a "suonare un poco il violino". In India le arti sono professionali e vocazionali, poichè richiedono un impegno totale; nulla viene insegnato al dilettante come abilità sociale e nulla è studiato superficialmente. (27)

24.

Simili affermazioni ignorano l'esistenza di generi di segregazione diversi da quelli inflitti dalle mura di un palazzo. (28)

25.

che cosa intende per sahaja. Gli amanti non devono negarsi nulla reciprocamente, ma non devono mai cedere. Interiormente, dice, la donna sacrificherà tutto per amore, ma all' esterno apparirà indifferente. Questo amore segreto deve trovare espressione in segreto, ma non deve arrendersi al desiderio. Deve gettarsi senza esitazioni nel mare del disprezzo, ma senza mai bere realmente le acque proibite (...) dell' uomo, dice che per essere un vero amante egli deve essere in grado di far danzare una rana nella bocca di un serpente, o saper legare un elefante con una tela di ragno. In altre parole, pur giocando con le passioni più pericolose, l'uomo non deve lasciarsi trascinare. (...)  
 
E' vero che anticamente era considerato giusto che l' eremita, il quale ha rinunciato al mondo e alla carne, esaudisse la richiesta della donna giunta da lui di propria iniziativa e desiderosa di avere un figlio. Ma questa è tutt'altra questione e (29) , detto per inciso, rappresenta una saggia norma eugenetica che mette a tacere l'obiezione avanzata da alcuni al monachesimo, secondo cui esso renderebbe sterile il sangue migliore. (...) dev' essere certamente sullo stesso piano di quegli antichi che non desideravano discendenti e dicevano: "Perchè dovremmo desiderare discendenti noi, il cui sè è l'universo?" (...) Nel Sahaja non è ammissibile la presenza di tale desiderio. Ma forse è possibile che una relazione come questa possa essere adoperata dalle Potenze per far nascere un avatara, e in tal caso comprenderemmo che cosa si intenda per "immacolata concezione". (...)  
 
E per raggiungere questo scopo egli non prega di essere liberato dalla tentazione, ma va a cercarla.

26.

dice il Mahabharata insieme a molti testi analoghi: "Chi considera sè stesso l'autore delle buone e cattive azioni non conosce, io credo, la verità".

27.

E' probabile infatti che in questo conflitto fra imperialismi rivali (30) il prestigio dell' impero vada completamente in frantumi: d'ora in avanti, esercitare il dominio politico su uomini di un' altra razza potrà apparire motivo di vergogna.

28.

Egli è un arhat (adepto), un buddha (illuminato), un jina (vittorioso), un tirthankara (scorpitore del guado), un bodhisattva (incarnazione della virtù che dona), e soprattutto un jivanmukta (liberato in questa vita). (31)

29.

E' vero che nell' opera di Nietzsche troviamo una certa violenza ed esagerazione: ma la sua autentica natura è quella di una protesta apassionata contro valori indegni, virtù farisaiche e snobismo, e il fatto che questa protesta sia stata accolta con tanta esecrazione lascia pensare che egli fosse un vero profeta. la pietra scartata dai costruttori: beati voi quando vi insulteranno.  
(...)  
L' insegnamento di Nietzsche è un puro niskama-dharma: "Forse che miro alla felicità? Io miro alla mia opera!" e "Tutti questi modi di pensare che misurano il valore delle cose secondo il piacere e il dolore, cioè secondo stati concomitanti e fatti collaterali, sono modi esteriori di pensiero, nonchè ingenuità, che chiunque sia consapevole delle sue forze plasmatrici e abbia una coscienza di artista guarda dall' alto in basso". (...)  
 
Quando Nietzsche sostiene che il Superuomo è il senso della terra, egli intende dire quello che intendiamo noi parlando di un bodhisattva o di un jivanmukta. (32)

30.

il declino della capacità di visione.

31.

"La vittoria genera odio poichè i vinti sono scontenti" (33)

32.

Nel migliore dei casi questa imitazione ha per conseguenza il provincialismo, in quanto le mode sociologiche, come quelle dell' abbigliamento, viaggiano di seconda mano per il mondo molto tempo dopo che sono state dimenticate alla loro origine.

33.

E' un vero individualista solamente colui che non vuole governare nessun altro all' infuori di sè stesso.
Text footnotes
(1) Sussiste un evidente portato freudiano nella ultima osservazione, poichè se essa pertiene a pieno titolo ai più caratteristici insegnamenti canonici sia vedici che buddhisti, essa si profila anche ed in tutto e per tutto come una conclusione psicoanalitica ante-litteram ovvero come una constatazione metafisica tramandataci da epoche assai remote e destinata a rinvenire il proprio apparato scientificamente probatorio solo in tempi a noi coevi.  
Non credo tuttavia che, su tali basi, si debbano incoraggiare riletture integralmente psicoanalitiche dei testi arii (tentativi trasparenti e sistemici in questo senso si potrebbero ad esempio rinvenire negli Yoga Sutra di Patanjali curate da Shyam Ranganathan - edizioni Penguin) poichè si rischia di ricadere nel riduttivismo: l' illuminazione (bodhi) o la liberazione (moksha) sono obbiettivi che si situano su un piano ontologico di conversione dell' essere che trascende la finalità terapeutica; e che la portata della parabola metafisica non coincida con quella della parabola psicoanalitica è attestabile dal fatto che se può esistere una «analisi terminabile ed interminabile», è certamente ammissibile una liberazione (moksha) inconseguita ma nient' affatto una inconseguibile o men che meno una interminabile. Una terapia interminabile (psicoanalitica o farmacologica, è irrilevante) può conservare il suo valore, ma una liberazione interminabile non ne avrebbe più alcuno, poichè se è interminabile non libera mai e se libera allora è terminabile e terminale.  
 
Vale anche aggiungere che la adduzione delle locuzioni sanscrite (la cui memorizzazione può essere davvero facilitata solo scomponendole prima nelle loro parti, poichè si tratta spesso di fonemi compositi) non ha finalità esotiche ma, così come in molte traduzioni dei testi di filosofia tedesca si riportano le terminologie originali tedesche od in molte traduzioni dal greco antico si riportano i termini originali spesso riprodotti finanche nello stesso alfabeto greco, l' obbiettivo è sia quello di offrire al lettore il patrimonio semantico del termine ancora incorrotto dagli sforzi del traduttore (ogni qual volta un traduttore ti riproduce il termine originale di una traduzione, significa che teme l' apocrifo: la infedeltà parziale epperò fatale che ogni traduzione infligge ai significati autografi), quanto quello di fornire una parola che nella sua osticità oriunda ti seduca tuttavia ad impiegarla come indicatore sintetico dell' apparato concettuale cui presiede, onde ovviare al bisogno di dover riesplicare ogni volta il suo corredo: funge da accordo convenzionale.  
 
Merita notare che il fatto che Coomaraswamy definisca i bramini disinclini a categorizzazioni manichee (bene e male), trova un suo riscontro biblico: vi sono autori (fra cui, se non erro, anche Fernando Pessoa) che non ritengono che la traduzione corretta dell' edenico albero del bene e del male sia appunto tale, ma che debba essere piuttosto riproposta come albero del bello e del brutto - ma d'altra parte fra categorie etiche e categorie estetiche si è sempre presentita, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, la corrente carsica di una segreta coincidenza ed occulta simmetria. In tal caso la tradizione vedica affianca a questa sizigia * etica/estetica, quella gnoseologica: ma d'altra parte l'albero edenico non era esattamente l'albero del bene e del male, ma piuttosto quello della conoscenza del bene e del male.  
In tal caso, se così fosse, ad Adamo non sembrerebbe poscritta la conoscenza (l'albero non è albero della conoscenza e della ignoranza), ma solo quella specifica conoscenza. Perchè? Non lo so.  
Ad ogni modo si troveranno smaglianti e convincenti pagine riguardo al parallelismo fra etica ed estetica ad esempio in Hofmannsthal e il suo tempo, di Hermann Broch.  
 
Quanto a sattva, rajas e tamas essi sono i cosiddetti Guna: laddove il sattva potremmo tradurlo come l' Apollineo od il lieve luminescente, il tamas (da non confondersi con tapas, calore) potremmo tradurlo come il Dionisiaco od il plumbeo saturnino, ed il rajas, spesso erroneamente proposto come una terza forza paritetica rispetto alle altre due, pare debba invece esser più correttamente inteso come lo "stimolante", il "mobile", se si vuole il Mercuriale aereo, che riconfluendo anodino ed impersonale ora nel sattva ora nel tamas garantisce l'una volta la rivitalizzazione e se del caso finanche la prevalenza delle forze apollinee, l'altra volta la rivitalizzazione e se del caso finanche la prevalenza di quelle dionisiache. Rajas è il vento o il mare pelagico, sattva e tamas sono le vele o il timone; e ricordo a tal proposito un poema bizantino noto come Inno A Cristo di Clemente Alessandrino * dove il verso οιαξ σταυομιχρονιον si traduce come "timone e freno", quasi ad attestare come la medesima dotazione nautica (nell' Inno addotta quale allegoria del Cristo) possa essere impiegata tanto nella sua mansione sattva cioè come timone che sprona alla sfrenata corsa apollinea, quanto nella sua mansione tamas ovvero di plumbeo raffrenante - un po' la stessa differenza che, se non erro, possiamo rinvenire in ambito aereospaziale fra coda ed alettone: l'una fende l'aere inquieto per dirigere, l'altra per fermare.  
 
Va ad ogni modo fatto notare che l'elemento più singolare di questi motivi, è che in tutti i casi affiora e traluce clandestina l' idea del dualismo dei percorsi: ogni ritorno all' eterno impersonale (pravrittimarga?) deve transitare comunque attraverso le specificità transeunti della (auto)affermazione soggettiva (nivrittimarga?), le quali lungi dall' esser viste come ostative si prefigurano piuttosto come filtrazioni coessenziali ed irrinunciabili: senza di esse non si ha eterno che davvero etterno duri. La Tradizione non è quella cosa che ti schiaccia una volta per tutte, ma che si reinventa ogni volta; e senza questo cimento dell' armonia e della invenzione con i portati rivoluzionari dell' individuale, la Tradizione cessa di essere cantabile ed il Dio Vivente (E-l Chai, "Tu sei il Cristo. Il Figlio del Dio vivente", Matteo 16:16) muore. [ndr]
(2) Sembra di sentire echi diversi: nella locuzione di eroe sentiamo Carlyle * , in quella di guardiani i "salvaguardanti" di Heidegger, in quella di samurai la tradizione del monaco guerriero, e in quella di "uomini di genio" tralucono un po' di Goethe e un po' di Diderot, un po di Aufklärung e un po' di Encyclopédie. [ndr]
(3) Riporto questa riga altrimenti non memorabile, solo poichè ci permette di rammentare il termine sanscrito svadharma: dharma (o: dhamma, vedasi ad esempio Dhammapada) si traduce in molti modi (troppi, se oltre che legge viene anche a significare secondo alcuni cosa, acquisendo a quel punto un profilo generalista tanto onnicomprensivo quanto il verbo to get in inglese).  
Tra questi modi prevale "disciplina" (sia nel senso di intransigenza disciplinare sia nel senso di campo specifico di uno scibile umano a noi trasmesso - esempio: discipline umanistiche), ed è curioso che nella dottrina buddhista sia insorto questo connotato vagamente nietzschiano della disciplina personalizzata o personalizzabile. D'altra parte alla dottrina braminica della sruti intesa come conoscenza ufficiale tramandata dalla ortodossia vedica, si affiancò presto il concetto di smirti intesa questa ultima come la tradizione tramandata da poeti e monaci nelle loro soggettività percettive. Sembra dunque che nella dialettica fra tradizione vedica e insurrezione buddhista continui a risuonare questo cembalo della ortodossia fatta per poter esser vissuta davvero solo attraverso i filtri della propria personalissima eterodossia. [ndr]
(4) Dissipare un possibile frainteso: bhakti è questo tipo di devozione, e non la denominazione sanscrita per "divinità personale". [ndr]
(5) Invocazione sincretica, che rende ragione del perchè contenuti estatici in un contesto cattolico si fanno, ad esempio, mariani o cristologici, e altrove zoroastriani, omerici, oppure visioni del Bardo Thodol. Da un punto di vista gnoseologico, appare anche munita di una certa carica catartica. [ndr]
(6) E' il termine sanscrito per, appunto, "vacca dell' abbondanza" - che oggi forse potremmo tradurre in maniera più vicina alla sensibilità occidentale e medio-orientale con: "lampada di Aladino" - poichè i concetti sembrerebbero davvero intercambiabili. [ndr]
(7) Talora tradotto come "sapore", talaltra più correttamente come "bellezza".  
Rasavat diventa poi l'oggetto dotato di questo "mana" bello, di questo fantomatico epperò percettibile rasa che appare quasi come un soma trasferito nell' oggetto: ne è il detentore. Rasika invece denota colui che è in grado di percepire il rasa: è il percettore. [ndr]
(8) Espressione capitale, o comunque senz'altro interessante: per il vedismo ario la capacità di percepire il bello, epperciò di poter anche essere un "critico", è ben lontana dall' attingere da un patrimonio cognitivo oggettivizzabile. Che poi il ciritico sia d'arte o meno, appare dettaglio meno rilevante: ma sembra che la cosa possa applicarsi, sinistramente forse, finanche allo... storico. Non in quanto lo storico possa da qui legittimarsi in ruoli arbitrariamente revisionisti, ma proprio in quanto occorrerebbe esser genio per l'appunto per non essere arbitrari: perchè cosa è il genio se non che quella felice combinazione di arbitrio e rigore - di sattva e tamas?  
In effetti lo storico è colui che passa al vaglio critico le documentazioni del passato, le soppesa e assapora (rasa nella doppia accezione summenzionata sia di sapore che di bellezza); e tra archeologo e critico d'arte, tra se vogliamo egittologo e critici d'arte antica ed al contempo storici come Burckhardt o Lessing, le differenze si fanno ancor più sfumate.  
 
Se così stanno le cose, allora nessuna critica è scienza ed ogni suo reclamo alla oggettività viene dunque reclamato invano, bensì ogni critica è sempre o invenzione o reinvenzione - variazione sul tema ricco, modulazione e rimodulazione della infinitamente plastica e chandrica Mondscheinsonate. [ndr]
(9) Leggasi: integrale nel senso di integrativo epperciò di inclusivo, e quindi come concettualmente contrapposto, in questo contesto, ad "esclusivo". [ndr]
(10) Credo intenda questo: se Dio crea qualcosa, affinchè questa cosa sia bella non occorre l'intenzione - e neppure la scelta.  
Viceversa quando è un artista umano a creare, affinchè la sua creazione sia bella, egli deve porvi tanto l'intenzione, quanto effettuare scelte riguardo al materiale poetico. Siccome però addentro ad ogni cosa della natura, forse finanche addentro all' orrore (Conrad, Poe, Lovecraft, Burroughs per menzionarne solo alcuni), è insita una poetica struggente, qualsiasi materiale poetico o tema l'artista scelga, egli ha la possibilità di elevarlo a quelle altezze struggenti se riesce a rivenirvi il bello che Dio vi ha immesso.  
Tra artista e critico si stabilisce dunque una sotterranea sinergia: entrambi hanno successo se vedono - se sono rsi: veggenti, seers; l'uno se scruta bene addentro all' opera di Dio, l'altro se scruta bene addentro alla opera dell' artista, per tornare a rivedervi Dio nella sovrapposizione di cotante lenti che non producono fantasmagorie ma collaborano per accentuare le potestà risolutive necessarie a scrutare sempre meglio addentro a questo grandioso ubiquo.  
Veda, infatti, è radice di: vedere - non tanto nel senso di vista fisica, quanto in quello di pre-visione, di chiaroveggenza (che con la vista strettamente fisica ha invero poco a che spartire); donde la traduzione di Veda in: conoscenza. [ndr]
(11) Dite voi se non sembra una pin-up:
[ndr]
(12) Il summenzionato Dhammapada viene talora anche tradotto in: «L' Orma Della Disciplina» [ndr]
(13) In inglese, per la cronaca: charnel grounds. [ndr]
(14) Vincenzo Cartari * riporta che esitono raffigurazioni di Apollo con quattro mani:«Et Homero dice spesso del Sole, che vede, & ode ogni cosa. Onde appresso i Lacedemoni fu una statua di Apollo con quattro orecchie, & con altrettante mani, & dicono alcuni, che lo fecero tale, perchè fu visto già una volta in quella forma combattere per loro.»[ndr]
(15) I riferimenti a Iside e Osiride sono palesi. [ndr]
(16) Il riferimento sciamanico * sorge, anche qui, spontaneo.  
Il tamburo rappresenta una possibilità di riprodurre ondulazioni ritmiche sinusoidali, ovvero in un certo qual senso simil-pitagorico la idoneità di ogni cosa a farsi riprodurre in curve algebriche. [ndr]
(17) Viene a mente la idea biblica del "cuore contrito" come ciò che è più gradito al Signore. L'aspetto è meno allegorico di quel che appare: ogni qual volta provi desolazione, sei nel campo crematorio. E se la allegoria può apparire barocca, la vera desolazione non lo appare mai. [ndr]
(18) Questa accezione squisitamente sivaita della desolazione come conseguenza dello sterminio delle illusioni, ovvero di campo desolato in quanto sgomberato dai bivacchi, sposta il piano del biblico "cuore contrito" da un livello scontato e meramente penitenziale ad uno inatteso e finanche superomistico.  
Abbiamo dunque un Falò delle Vanità ed una Strage delle illusioni, e nessuno di essi ha l' obbiettivo di mortificare l' Essere bensì quello di farlo assurgere ad un dominio libero dagli ostacoli prodotti dalla mente: dicono infatti i Veda: «Cosa io sono, non so: vago, oppresso dalla mia mente»; non si sottolineerà mai abbastanza la verità di questa sentenza, nè va passato sotto silenzio come sia proprio la mente (citta) ad essere per il Buddhismo il vero ostacolo alla felicità allorquando irretita nella imperterrita produzione di rappresentazioni imperfette che saranno pure e solamente raffigurazioni mentali epperò ci opprimono e ci perseguitano come fossero di solida pietra e niente affatto "della stessa sostanza di cui son fatti i sogni" (Shakespeare, The Tempest) - se non che nella misura in cui ammettiamo che la sostanza dei sogni è quella più dura da intaccare. [ndr]
(19) Una nube elettronica che sfreccia attorno a protoni e neutroni può essere più utilmente raffigurata come la raffigura oggi la scienza, ma niente affatto con significazioni apprezzabilmente diverse da come la raffigurano gli sivaiti, al di là dell' obbiettivo utilitaristico che non era il loro. [ndr]
(20) Che una simile critica alla iconografia indiana possa giammai esser stata mossa in tutta serietà (o malafede), è a dir poco meschino - questo senza contare che nel Laocoonte di "fedele alla natura" non c'è un bel niente.  
Peraltro, raffigurare più arti è un metodo assai poetico per trasporre nella pietra il dinamismo cinematico della celluloide moderna: braccia in movimento come sequenze di fotogrammi riprodotti con sufficiente velocità, non sono meno assurde di braccia in movimento riprodotte come serie di posizionamenti privi di velocità - questo senza parlare dei tanti effetti fotografici ottenuti con la sovraesposizione dell' otturatore (paesaggi, città notturne, gare automobilistiche, atleti in movimento) dei quali godiamo esteticamente (o con i quali induciamo commercialmente i turisti a visitare mete assai meno accattivanti nella realtà di come gli appaiono in foto) senza che a nessuno venga a mente di obbiettare che in nessuna città in fanali della automobili lasciano delle strie luminescenti perduranti nell' aria.  
Ora, mostrami il tuo spostamento del braccio da qui a qui, ma senza disporre del tempo; ovvero: disegnami, o musa! [ndr]
(21) Questo tema della competizione canora con entità sovrumane e ultramundane ricorre anche nella mitologia greca, con il mitologema delle Pieridi. Risulta abbastanza facile, con questo tipo di confronti, intuire come mai Carl Gustav Jung finì con l'elaborare la teoria dell' archetipo * . [ndr]
(22) Invero, la musica "europea" ridonda dei cosiddetti abbellimenti. [ndr]
(23) Questo è invero tipico della filosofia aria - e se non a livello sintattico per lo meno però a livello grammaticale trova un suo riscontro europeo nel limerick * . Nella nota formula mantrica Om Mani Padme Hum tanto la sillaba om quanto hum sono del tutto prive di senso. [ndr]
(24) Questa affermazione getta una luce particolare sul già precedentemente discusso tema del termine rasa che significa "bellezza", e talora usato per denotare il "sapore": se la bellezza terrena è premonizione di una altra a venire, allora giustamente il bello conserva in sanscrito anche il suo significato di puntatore, di sentore d'un altrove: appunto di sapore quale eco nostalgica. [ndr]
(25) Nella grecia antica le possibilità che questo sia accaduto precisamente con il nome di Omero non sono nè poche nè screditate: d'altra parte il prefisso del nome di Omero pertiene ad un insieme semantico che, se lo si va a verificare sui dizionari (Omero è ομιχρονηρος: si vada dunque a cercare i termini che iniziano con ομιχρον e i loro significati - questo per nulla dire riguardo al suffisso ηρος: eros), inerisce quasi ossessivamente a significazioni collettive [ndr]
(26) Coomaraswamy ha ragione da vendere, epperò non per questo il matrimonio combinato in tile indoeuropeo, i cui orrori descritti da Tagore * fanno quasi più spavento di quelli descritti da Maupassant * riguardo ai matrimoni europei, diviene anche più condonabile. [ndr]
(27) Anche qui, come poco sopra, Coomaraswamy ha ragione, ma non per il fatto di aver ragione riuscirà a far passare il sistema ariano delle caste come un errore condonabile.  
Rimane piuttosto vero che la figlia di buona famiglia impara a suonare il pianoforte, e poi deve sposarsi "bene", solo affinchè poi possa guidare la ditta di famiglia e malversare nel versante del business come un automa ben istruito su entrambi i versanti: quello illecito e quello artistico. [ndr]
(28) Forse può essere utile un riferimento al libro di Zamparini L' Ostracismo.  
Inoltre mi viene qui a mente, anche se non strettamente relato, il brano riportato da Senofonte di quel soldato spartano che vedendo una città avversaria cricondata da mura difensive dall' aspetto imponente e chiaramente designato ad intimidire gli eventuali aggressori o a suggerire una idea di potenza, ebbe a uscire in questa esclamazione sottilmente e (probabilmente) perversamente vera: «Perdio, che magnifico gineceo!» [ndr]
(29) Ed è anche tutt' altra questione rispetto a questo passaggio del Visuddhimagga che trascrivo nella sua traduzione in inglese (un inglese non troppo difficile) di Nanamoli: «An elder lived in a forest, it seems. Then an ogress stood in the door of his leaf hut and sang. The elder came out and stood in the door. She went to the end of the walk and sang. The elder went to the end of the walk. She stood in a chasm a hundred fathoms deep and sang. The elder recoiled. Then she suddenly grabbed him saying: "Venerable sir, it is not just one or two of the likes of you I have eaten [already in this manner]."» [ndr]
(30) Coomaraswamy scrive nel 1916. [ndr]
(31) Meriterà per inciso rammentare la disputa fra le due correnti Buddhiste del cosiddetto Piccolo Veicolo (hinayana) e del Grande Veicolo (mahayana) laddove per i primi l' arhat è il risvegliato che ha raggiunto l' illuminazione da solo e non si sente coinvolto nel mondo, mentre per i secondi prevale la iconografia del bodhisattva visto come un arhat il quale però è fortemente commosso dalla compassione verso gli altri esseri senzienti e desidera far qualcosa per promuovere anche la loro illuminazione.  
In realtà, personalmente non riesco a ravvisare questa gran differenza: ogni illuminato può illuminarsi solo sulla base del suo impegno personale, e una volta illuminato sarà conteso fra la futilità del tentare di spiegare agli uomini, e la necessità del doverlo fare. [ndr]
(32) E' ormai abbastanza noto, o dovrebbe esserlo, che il termine tedesco Ubermensch non si dovrebbe tradurre con "superuomo" -non abbiamo a che fare con i fumetti di Superman- ma con "l' oltre-uomo" o l' "al di là dell' uomo" o, semmai, l' Ultrauomo - l' uomo ulteriore. Allora sì che il termine riacquisisce un significato avvincente e profondo: quel significato che ha, e Coomaraswamy ben fa a ricordarci come il termine "superuomo" dovrebbe piuttosto rideclinarsi in termini mistici, e come assai bene vi si adeguino in tal senso quelli sanscriti e pali. [ndr]
(33) Dhammapada
Printable version To exclude hyperlinks from the print, check the checkbox »
Rss

Cast your vote for this topic

To perform this operation it is not necessary to be Full Poster members.
«Negative Positive»
Click here to save your vote (Current average: 0.00, Voters: 0)
Are you the author of this topic and do you want to append quickly more text? click here
Other topics
This subscriber has a blog too: Read the blog: 57 Shoutbox: 103 reviews: 153
Visitors: 6,842
Overall visits to all the topics: 4,950,907
Daily average (Calculated from the website subscription day): 2,057.73
Optional sorting commands:
Normal order: click here
Order by amount of visits: click here
Order by category: Books
Current order: normal
Other categories available for this author (Limited data report: 100):
Advice: Martial Arts and Self Defense(4), Books(236), Critical Reviews and Essays(4), Dictionaries(1), Emergency Care(4), Epistles Letters and Advice(5), Fantasy Epics and Fables(1), History and Documents(5), Humor and Jokes(2), Methematics(2), Music and Lyrics(6), News Digests and Press Reviews(1), Novels Poetry and Stories(3), Philosophy Reviews(7), Poetry(1), Programming(4), Programming Ajax(2), Programming Javascript(82), Programming Php(52), Psychology(1), Quotes(1), Religion Esoterica and Spirituality(12), Scientifical Reviews(4), Self Improvement(1), Sport Activities and Apparels(2), Tarots(1)
Showing topics: 1, 10
Available total: 448
View only a list of the snippets by this author: click here.
Other topics available for this author: click on any title below to view the complete item:
Fighting Competently: Anticipation, And Remember It's In His Eyes Identification Number: 465 Visitors: 213 La Musa Segreta: Superiorità Onnipervasiva Della Boxe Identification Number: 464 Visitors: 1,175 Ha Senso Il Doping Sportivo? Effetto Matteo Nello Sport E Business Sportivo Identification Number: 463 Visitors: 1,404 The Musicians Within The Music Box And Other Hereafter Stories Identification Number: 462 Visitors: 2,642 Freud And Jung In A Nutshell: Three Or So Shots At Psychoanalysis For Dummies Identification Number: 461 Visitors: 4,124 Division The Math Of Gods: Ambiguities Of Antanairesis And New Math Operations Identification Number: 460 Visitors: 4,317 The Meaning Of Cruelty Identification Number: 459 Visitors: 4,754 Dÿanèra Ad Eleusi: La Folgorazione Ontologica: Il Pensare Sistematico E Non Identification Number: 458 Visitors: 5,577 Creative Writing: How To Write A Novel. Best Tips From The Bester Professionals Identification Number: 457 Visitors: 7,382 Newsreel Pseudo Intel: The Middle East Approaching The New 20s Identification Number: 456 Visitors: 7,349
External services
This page of this subscriber uses external services: Hide