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L' evoluzione, il sentiero della ricerca, il pravrittimarga, è caratterizzato dalla autoaffermazione; il movimento verso l'interno, l'involuzione, il sentiero del ritorno, il nivrittimarga, dalla progressiva realizzazione del Sè. (...) I brahamani evitano l'uso teologico dei termini "bene" e "male", e preferiscono parlare di "conoscenza" e "ignoranza" (vidya e avidya) e delle tre qualità di sattva, rajas e tamas. (...) Può forse esserci realizzazione del Sè laddove non c'è mai stata autoaffermazione? (...) I desideri repressi generano pestilenza. (1)
2.
la volontà creativa di coloro che hanno superato la fase dell' egoismo estremo, che li si chiami "eroi", "guardiani", brahamani, samurai o semplicemente "uomini di genio". (2)
3.
La teoria dello sva-dharma, la "moralità peculiare" (3)
4.
Si crede fermamente che la mente possa accedere immediatamente a ogni conoscenza senza l'intervento diretto dei sensi.
5.
La devozione amorosa e appassionata verso una divinità personale, chiamata bhakti(4)
6.
L'invocazione sivaita: "O tu che assumi le forme immaginate dai tuoi devoti" (5)
7.
Una singola parola correttamente impiegata ed intesa viene paragonata alla "vacca dell' abbondanza", che dona ogni tesoro (...)
Ogni opera d'arte è un kamadhenu(6)
8.
Perchè un' opera possa evocara il rasa(7) , uno degli stati emotivi permanenti deve costituire il motivo principale a cui sono subordinate tutte le altre espressioni emotive. Ciò significa che il primo elemento essenziale di un' opera rasavat è l' unità.
9.
La capacità e il genio necessari alla comprensione sono in parte naturali ("antichi") e in parte acquisiti ("contemporanei"); tuttavia l'educazione da sola è inutile: se poeti si nasce, lo stesso vale anche per il rasika, e la critica è affine al genio (8) .
(...)
Gli autori indù dicono che la capacità di avvertire la bellezza -di assaporare il rasa- non può essere acquisita con lo studio, ma è il premio del merito acquisito in una vita passata (...) nel momento in cui intende spiegare l'opera, il critico deve dimostrare la sua tesi e non può farlo con alcun procedimento argomentativo, ma solamente creando una nuova opera d'arte.
10.
"non si ottiene la perfezione con la sola rinuncia". Voltando le spalle al mondo non possiamo raggiungere la Bellezza più di quanto possiamo arrivare alla liberazione (...)
E così torniamo alla terra. Se supponevamo di trovare altrove quello che stavamo cercando, ci sbagliavamo. I due mondi, spirituale e materiale, purusa e prakriti, sono solo uno: e questo è evidente per l'artista come per l'amante o per il filosofo. I filistei a cui ciò non risulta altrettanto evidente andrebbero chiamati materialisti o nichilisti - monisti esclusivi, per i quali l' esperienza dei sensi è assolutamente tutto oppure assolutamente nulla. La teoria del rasa espressa da Visvanatha e da altri teorici dell' estetica apprtiene al monismo integrale (9) : essa procede di pari passo con il Vedanta. In un paese come l' India, dove il pensiero ha la caratteristica di essere coerente con sè stesso, questo è, nè più nè meno, ciò che avevamo diritto di aspettarci.
11.
Non appena una data intuizione ha raggiunto una espressione perfettamente chiara, rimane solo da moltiplicarla e ripeterla. Questa ripetizione può essere desiderabile per molte ragioni, ma quasi invariabilmente comporta una graduale decadenza, poichè presto cominciamo a darne per scontata l'esperienza. La vitalità di una tradizione persiste solamente finchè viene alimentata dalla intensità della immaginazione.
12.
la causa della Sua danza risiede nella Sua natura, che tutti i Suoi gesti sono innati, spontanei e senza finalità, poichè il Suo essere trascende l'abito dei fini (...)
Il fatto che Dio sia il primo artista non sta a significare che egli creò forme che avrebbero potuto non essere piacenti se la mano del vasaio avesse errato, bensì che ogni oggetto naturale è una realizzazione immediata del Suo essere.
Questa attività creativa, nel suo carattere volontario, è paragonabile all' espressione estetica; in quel mondo di immaginazione e di eternità non entra alcun elemento di scelta, ma esiste sempre una perfetta identità di intuizione ed espressione, di anima e corpo. L'artista umano che scopre dappertutto la bellezza è il guru ideale di Kabir, il quale "rivela lo Spirito Supremo ovunque si rivolga la mente" (10)
13.
Le figure di belle Yaksini, o driadi, la cui funzione può essere in parte apotropaica ma è anche, in larga misura, encomiastica e decorativa. La figura di yaskini qui riprodotta è tipica della migliore arte Sanci; eppure, come è divino il mondo in cui si muove questa driade felice dal mondo dei sutta di pali, in cui il buddhismo ortodosso cerca di dimostrare che "come il corpo è ripugnante quando è morto, così lo è quando è vivo" (11)
14.
In altre composizioni il Buddha viene rappresentato per mezzo di simboli, come l' Albero della Sapienza o le convenzionali "orme dei piedi" (12)
15.
L'incomprensione implica necessariamente la preesistenza di un modello da fraintendere.
16.
Possiamo immaginare uno yogin romano seduto sopra un trono di loto e con le mani nella dhyana-mudra da affiancare al Sofocle del museo laterano? L'ipotesi è già abbastanza assurda da non richiedere una confutazione. Il Buddha seduto (...) può avere un'origine soltanto indiana: stando così le cose, risulterà chiaro quanta esagerazione vi sia nel parlare di una "origine greca dell' immagine del Buddha".
17.
La seconda celebre danza di Siva viene chiamata tandava e appartiene al suo aspetto tamasico in quanto Bhairava o Virabhadra. Essa viene eseguita nei cimiteri o nei campi crematori (13) dove Siva, di solito rappresentato con dieci braccia, danza selvaggiamente assieme a Devi, seguito da schiere di demoni saltellanti (...) la danza tandava è in origine quella di una divinità prearia, per metà dio e per metà demone, che a mezzanotte festeggia nel campo crematorio. In epoca posteriore essa, eseguita a volte da Siva, a volte da Devi, viene interpretata nella letteratura sivaita e sakta in un modo assai toccante e profondo.
In terzo luogo abbiamo la danza Nadanta di Nataraja davanti alla assemblea (sabha) nella sala dorata di Chidambaram o Tillai (...)
Nella foresta di Taragam abitavano schiere di rsi eretici, seguaci di Mimamsa. Là, per confutarli, Siva si recò accompagnato da Visnu, travestito da bella donna, e da Aticesan. In un primo momento i rsi furono indotti ad una violenta disputa l'uno con l'altro, ma ben presto la loro collera si diresse contro Siva, che essi cercarono di annientare con incantesimi. nei fuochi sacrificali crearono una tigre feroce che si slanciò contro di lui, ma, sorridendo con gentilezza, Egli la catturò, con l' unghia del mignolo la scuoiò e ne indossò la pelle come fosse una veste di seta. Non scoraggiati dall' insuccesso, i rsi rinnovarono le loro offerte e produssero un serpente mostruoso che Siva tuttavia catturò e si avvolse intorno al collo come una ghirlanda. A quel punto Egli cominciò a danzare, ma da ultimo lo assalì un mostro nella forma di un nano malvagio, Muyalakan. Il dio lo schiacciò con la punta del piede e gli spezzò la schiena, lasciandolo a dimenarsi a terra (...)
Allora Aticesan Gli rese onore e, prima di ogni altra cosa, gli chiese di poter contemplare ancora una volta questa danza mistica; Siva promise di farlo assistere di nuovo alla danza nella sacra Tillai, il centro dell' universo. (...)
Siva danzante, con quattro mani (14) (...) Fra i suoi capelli sono visibili un cobra attorcigliato, un teschio (...) sopra si trova la luna crescente (15) e i capelli sono incoronati da un serto di cassia. All' orecchio destro Siva porta un orecchino da uomo, all' orecchio sinistro uno da donna (...) Una delle mani tiene un tamburo, l'altra è alzata nel gesto di chi invita a non aver paura; (...) anche il tamburo (16) è un attributo generico di Siva e appartiene al suo carattere yogin (...)
Siva è un distruttore e ama il campo crematorio. Ma che cosa distrugge? Non soltanto i cieli e la terra alla fine di un ciclo del mondo, ma le catene che avvincono ogni singola anima. Dove si trova, e che cos'è il campo crematorio? Non è il luogo in cui i nostri corpi terreni vengono cremati, ma quello in cui i cuori di chi lo ama vengono annientati e desolati (17) Il luogo in cui l' Io è distrutto indica la condizione nella quale l' illuminato e le azioni vengono bruciate; è quello il rogo, il campo crematorio in cui danza Sri Nataraja; perciò Egli è chiamato Cutalaiyati, "danzatore del campo crematorio". In questa similitudine riconosciamo il collegamento storico fra la danza leggiadra di Siva in quanto Nataraja e la Sua danza selvaggia in quanto demone del cimitero (18) (...) Ma forse vale la pena di richiamare l'attenzione sulla grandezza di questa concezione in quanto sintesi di scienza, religione e arte. Quanto è sorprendente la portata del pensiero e della sensibilità di questi rsi-artisti che concepirono per primi un archetipo come questo, offrendo una immagine della realtà, una chiave per la complessa trama della vita, una teoria della natura che non si adatta solamente ad un gruppo ristretto o a una razza, nè può essere accolta soltanto dai pensatori di un solo secolo, ma esercita universalmente il suo fascino sul filosofo, sull' amante, sull' artista di ogni epoca e paese! Quanto deve apparire grande, nel potere e nella grazia, questa immagine danzante a tutti coloro che si sono sforzati do esprimere in forme plastiche la propria intuizione della vita!
In questa epoca di specializzazione non siamo abituati a una simile sintesi di pensiero: ma per coloro che "videro" immagini come questa, non poteva esistere alcuna divisione della vita e del pensiero in compartimenti stagni (...)
Nella notte di Brahma la Natura è inerte e non può danzare finchè non lo vuole Siva: Egli si desta dalla Sua estasi e, danzando, invia attraverso la materia inerte onde pulsanti di un suono che provoca un risveglio; ed ecco che anche la materia danza prendendo la forma di un' aureola intorno a lui. (19) Danzando Egli ne tiene vivi i molteplici fenomeni. nella pienezza del tempo, sempre danzando, Egli distrugge con il fuoco tutte le forme e i nomi e concede nuovo riposo. Questa è poesia, ma è anche scienza.
18.
L'idea di potenza viene goffamente espressa con la moltiplicazione delle braccia (...) [Contestazioni] di questo genere si potrebbero moltiplicare (...) L' illustrazione mostra una figura giavanese con dieci braccia: Mahisamardini che uccide il demone Mahisa. Qui essa è una terrificante potenza vendicatrice: eppure non è nè crudele nè irata, ma anzi ha la mestizia dei sapienti poichè recita una parte inesorabile (...) celebre tema del re empio che incontrò la morte per mano della divinità vendicatrice in forma di uomo-leone. La mano sulla spalla, la figura che cerca di sottrarsi con il sorriso beffardo ancora sulle labbra: esiste qualcosa di più terribile? Queste figure manifestano con la loro azione le passioni che le animano: difficilmente se ne troverebbero di più espressive. sarebbe ingeneroso mettere a confronto un' opera come questa con la "fedeltà alla natura" del Laocoonte (...)
Anche la personalità umana è composita, occorre rendersi conto che ciò è ancora più vero nel caso di una divinità cosmica, la quale è in grado, attraverso la suddivisione delle upadhi, di operare in molti luoghi nello stesso tempo (...) Si potrebbe dunque affermare a buon diritto che questo metodo [di raffigurare gli dei con molte braccia], adottato a volte in India, a volte in Egitto e a volte in Grecia, e in uso ancora oggi, abbia avuto successo dal punto di vista pratico della semplice espressione, ovvero quello consistente nel riuscire a dire ciò che andava detto; (...) La critica dei filologi si riduce in ultima analisi a una lagnanza per il fatto che l'arte non sempre è rappresentativa ("fedele alla natura"). Ho cercato di dimostrare che l'arte è fedele all' esperienza e al sentimento. (...)
Non sappiamo se gli uomini abbiano realmente due braccia, fatto che è soltanto una rappresentazione intellegibile. Dire che nel nostro mondo non incontriamo fate non costituisce una critica alle fiabe, piuttosto dovremmo condannare (e infatti condanniamo) per la sua mancanza di sincerità un racconto di fate così concepito da lasciare intendere che nel mondo dello scrittore non esistano fate. Dire che dopotutto gli animali non parlano inglese o sanscrito non costituisce una critica alla favola; nè è una critica ad una icona indiana osservare che non conosciamo esseri umani con più di due braccia. (20)
19.
Il "quarto di tono", o sruti, è l'intervallo microtonale tra due note che si susseguono nella scala: ma siccome il tema impiega raramente due e mai tre note della scala in successione, di solito l'intervallo microtonale non si avverte se non nell' abbellimento.
Ogni canto indiano si considera eseguito in un particolare raga o in una particolare ragini, dove ragini è il femminile di raga e indica una riduzione o una modifica del tema principale. Il raga, come il modo greco antico e quello ecclesiastico, è una selezione di cinque, sei o sette note distribuite lungo la scala; ma il raga è più particolareggiato di un modo in quanto possiede progressioni caratteristiche ben precise e una nota principale a cui il cantante torna costantemente. Nessun raga impiega più di sette note effettive, e non esiste alcuna modulazione: la singolare tonalità del canto indiano è dovuta all' uso di intervalli non familiari, non all' impiego di molte note successive con piccoli salti. (...)
Si personificano i raga come geni della musica e si dice che cantare fuori del raga significa spezzare le membra di questi angeli (...)
Egli pensava di padroneggiare l'intera arte della musica, ma il sapientissimo Visnu, per umiliare la sua presunzione (21) , gli mostrò nel mondo degli dei un edificio spazioso dove uomini e donne piangevano sulle loro brfaccia e gambe spezzate. Costoro erano i raga e le ragini, e dissero che un certo sapiente di nome Narada, ignorante di musica e maldestro nell' esecuzione, li aveva cantati nella maniera sbagliata e perciò i loro lineamenti erano stravolti e le loro membra spezzate, e finchè non fossero stati cantati correttamente per loro non ci sarebbe stata alcuna cura.
(...)
la grazia elaborata. E' naturale che in Europa, dove molte note vengono ascoltate simultaneamente, la grazia appaia una elaborazione superflua (22) , aggiunta alla nota, piuttosto che un elemento strutturale. In India invece la nota e la grazia microtonale compongono un' unità più stretta, poichè la grazia svolge proprio quella funzione di aggiungere luce e ombra che nella musica armonica viene svolta da gradi variabili di assonanza.
(...)
Nella forma musicale chiamata alap -un' improvvisazione sul tema del raga- questa predominanza della musica è spinta a tal punto che vengono adoperate soltanto sillabe prive di senso. (23) .
20.
La dottrina indiana afferma che nelle estasi dell' amore e dell' arte riceviamo già un sentore di quella redenzione. (24)
21.
I nomi degli autori epici non sono che ombre, e in epoca successiva era una prassi costante degli autori quella di tacere i propri nomi e attribuire le proprie opere a un poeta mitico o celebre, così da attirare maggiore attenzione sulla verità che preferivano sostenere di aver "udito" che non "creato". (25)
22.
Non cadiamo nell' errore di credere, però, che il matrimonio occidentale, siccome è fondato nominalmente sulla libera scelta, garantisca per ciò una unità permanente di passione spirituale e fisica. Al contrario, forse nella maggioranza dei casi, il matrimonio unisce persone che non sono più "innamorate"; l'abitudine, considerazioni di prudenza o, se ci sono figli, il senso del dovere impongono spesso il prolungamento senza passione di un matrimonio per il cui inizio l'amore romantico era stato avvertito come una condizione indipensabile. Coloro che ora vivono fianco a fianco sulla base dell' affetto e dell' interesse comune, non avrebbero contratto il matrimonio su questa base soltanto. (26)
23.
Dobbiamo anche ricordare che molto di ciò che oggi viene spacciato per istruzione è superficiale; alcune cose sono poco più che abilità salottiere, e non c'è alcun vantaggio nel trasferimento di questa situazione in asia, dove ho sentito di genitori moderni i quali desideravano che le loro figlie imparassero "qualche parola di francese" oppure a "suonare un poco il violino". In India le arti sono professionali e vocazionali, poichè richiedono un impegno totale; nulla viene insegnato al dilettante come abilità sociale e nulla è studiato superficialmente. (27)
24.
Simili affermazioni ignorano l'esistenza di generi di segregazione diversi da quelli inflitti dalle mura di un palazzo. (28)
25.
che cosa intende per sahaja. Gli amanti non devono negarsi nulla reciprocamente, ma non devono mai cedere. Interiormente, dice, la donna sacrificherà tutto per amore, ma all' esterno apparirà indifferente. Questo amore segreto deve trovare espressione in segreto, ma non deve arrendersi al desiderio. Deve gettarsi senza esitazioni nel mare del disprezzo, ma senza mai bere realmente le acque proibite (...) dell' uomo, dice che per essere un vero amante egli deve essere in grado di far danzare una rana nella bocca di un serpente, o saper legare un elefante con una tela di ragno. In altre parole, pur giocando con le passioni più pericolose, l'uomo non deve lasciarsi trascinare. (...)
E' vero che anticamente era considerato giusto che l' eremita, il quale ha rinunciato al mondo e alla carne, esaudisse la richiesta della donna giunta da lui di propria iniziativa e desiderosa di avere un figlio. Ma questa è tutt'altra questione e (29) , detto per inciso, rappresenta una saggia norma eugenetica che mette a tacere l'obiezione avanzata da alcuni al monachesimo, secondo cui esso renderebbe sterile il sangue migliore. (...) dev' essere certamente sullo stesso piano di quegli antichi che non desideravano discendenti e dicevano: "Perchè dovremmo desiderare discendenti noi, il cui sè è l'universo?" (...) Nel Sahaja non è ammissibile la presenza di tale desiderio. Ma forse è possibile che una relazione come questa possa essere adoperata dalle Potenze per far nascere un avatara, e in tal caso comprenderemmo che cosa si intenda per "immacolata concezione". (...)
E per raggiungere questo scopo egli non prega di essere liberato dalla tentazione, ma va a cercarla.
26.
dice il Mahabharata insieme a molti testi analoghi: "Chi considera sè stesso l'autore delle buone e cattive azioni non conosce, io credo, la verità".
27.
E' probabile infatti che in questo conflitto fra imperialismi rivali (30) il prestigio dell' impero vada completamente in frantumi: d'ora in avanti, esercitare il dominio politico su uomini di un' altra razza potrà apparire motivo di vergogna.
28.
Egli è un arhat (adepto), un buddha (illuminato), un jina (vittorioso), un tirthankara (scorpitore del guado), un bodhisattva (incarnazione della virtù che dona), e soprattutto un jivanmukta (liberato in questa vita). (31)
29.
E' vero che nell' opera di Nietzsche troviamo una certa violenza ed esagerazione: ma la sua autentica natura è quella di una protesta apassionata contro valori indegni, virtù farisaiche e snobismo, e il fatto che questa protesta sia stata accolta con tanta esecrazione lascia pensare che egli fosse un vero profeta. la pietra scartata dai costruttori: beati voi quando vi insulteranno.
(...)
L' insegnamento di Nietzsche è un puro niskama-dharma: "Forse che miro alla felicità? Io miro alla mia opera!" e "Tutti questi modi di pensare che misurano il valore delle cose secondo il piacere e il dolore, cioè secondo stati concomitanti e fatti collaterali, sono modi esteriori di pensiero, nonchè ingenuità, che chiunque sia consapevole delle sue forze plasmatrici e abbia una coscienza di artista guarda dall' alto in basso". (...)
Quando Nietzsche sostiene che il Superuomo è il senso della terra, egli intende dire quello che intendiamo noi parlando di un bodhisattva o di un jivanmukta. (32)
30.
il declino della capacità di visione.
31.
"La vittoria genera odio poichè i vinti sono scontenti" (33)
32.
Nel migliore dei casi questa imitazione ha per conseguenza il provincialismo, in quanto le mode sociologiche, come quelle dell' abbigliamento, viaggiano di seconda mano per il mondo molto tempo dopo che sono state dimenticate alla loro origine.
33.
E' un vero individualista solamente colui che non vuole governare nessun altro all' infuori di sè stesso.