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Tradizione E Tradimento: Tradizione Uno

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Author: Em@il Permalink Cast your vote for this topic Remove color and border from headers Printable version
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Nota: questo scritto prosegue su: Tradizione E TransizioneThis text has been included into projects that deal with similar topics: L' Essere E Il Significato

Antefatto Della Affabulazione Inutile E Misteriosa

"Niente è più venerabile di un antico abuso", scrisse una volta Voltaire.  
Perchè anche i pamphlet filosofici possono condividere l'incipit della fiaba, ed attaccare con il canonico "c'era una volta": a segnalare subito il rinvio prioritario ad un altrove spaziotemporale, ad un ápeiron (1) de gli Elfi, la cui apparente delocalizzazione ci si fa incontro indefinita non in quanto incollocabile ed ineffabile, ma in quanto omertosamente alludente al fatto ch' essa sarebbe già talmente nota et arcinota che non sarà affatto necessario palesarla e nemmen nomarla - oh, come on now: finanche i bambini sanno queste cose!  
 
Perchè ricordiamo tutti molto bene quale volta fu quella enfatica volta; il nome del Re di quel Reame è risaputo; cosa faccia al vespro la Regina delle mille e una notte anche; e la strada che reca a Camelot la custodiamo cifrata e dettagliatamente mappata nel firmamento di ogni nostro singolo citoplasma, assicurata a doppie mandate dentro lo scrigno corrusco dei nostri nucleoplasmi.  
 
Per cui non è tanto ogni resistenza, come sostenevano i Borg, ad essere futile: ma ogni finzione ad esserlo: perchè io so che tu sai, ergo ti racconto questo antico racconto - e infatti parlare in latino si dice: falo; da cui, appunto: fabulare; non ti sto dicendo storie, nè raccontando favole: io ti sto proprio parlando.  
 
Ogni favola ci ridice una storia vera, e noi non la udiamo ma la presentiamo.  
Non è la favola che vaneggia puerile e noi che ascoltiamo maturi, ma la favola che parla superna e noi che presentiamo senili: la distanza fra essa e noi, lo scarto logico che si instaura quando la udiamo e al quale guardiamo spesso con insofferenza se non finanche con alterigia, e sempre e comunque con sufficienza, non è ingenerata dalla immaturità della favola ma dalla nostra: nasciamo maturi e poi cresciamo al cinismo, cioè cresciamo al rovescio: il che costituisce proprio la più adamantina quintessenza della morale rinvenibile ne Il Curioso Caso Di Benjamin Button * : la vera crescita sarebbe all' incontrario, per recuperare quel che abbiam perduto.  
Anzi, la fiaba racconta la storia vera, e ci fornisce l' unica versione dei fatti realmente attendibile: ogni favola è stata testimone oculare dell' indicibile, ed esso non si resoconta compilando una modulistica, ma un canto.  
 
Per cui qualsiasi trattato il cui itinerario argomentativo nutra davvero l' ambizione positivista di costringere la realtà a rilasciare le sue empirie, farà bene a ricorrere alla sola fonte che le supplisce tutte e per davvero: al fiabesco, e a rimpiazzare il rigore matematico con la matesi * picaresca: non si rivelerà meno verace o più proditoria di una radice quadrata. (2)  
Entrambe vanno al nocciolo della questione: la matematica vi si reca con la inseorabilità di una dimostrazione; i racconti di fate e di fantasmi con la grandeur di Montesquieu nell' «affrontare le cose semplici come se fossero difficili, e quelle difficili come se fossero semplici»: e la metafora che riassegna significati subentra alla algebra che riassegna valori; è inutile che l'algebra finga d'avere altro casato, più rispettabile. Ben lo sappiamo:
E presto il mormorio si fe' parole:  
Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se'.  
 
Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse  
Che rapisce de gli uomini i sospir,  
Come dentro al tuo petto eterne risse  
Ardon che tu né sai né puoi lenir.  
 
A le querce ed a noi qui puoi contare  
L'umana tua tristezza e il vostro duol.  
Vedi come pacato e azzurro è il mare,  
Come ridente a lui discende il sol!  
 
E come questo occaso è pien di voli,  
Com'è allegro de' passeri il garrire!  
A notte canteranno i rusignoli:  
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;  
 
I rei fantasmi che da' fondi neri  
De i cuor vostri battuti dal pensier  
Guizzan come da i vostri cimiteri  
Putride fiamme innanzi al passegger.  
 
Rimanti; (...)  
 
E Pan l'eterno che su l'erme alture  
A quell'ora e ne i pian solingo va  
Il dissidio, o mortal, de le tue cure  
Ne la diva armonia sommergerà.
E poi dopo allora quindi infine imperciocchè, d'improvviso entrambe, matematica e metafisica, dilagheranno a valle slanciate al galoppo con ardore quale la cavalleria napoleonica, a capofitto fin dentro alla disfatta: e gridando in un furor di pennacchi che sussultano e d' insegne che si snodano, in un nuvolare di zoccoli che scalpitano di froge che nitriscono e di muscoli che guizzano, in un fragor di frini che trepidano e di corazze che rimbombano, in un balenar di sciabole che riverberano e che lampeggiano e in un fioccar di cannonate che tuonano e che sibilano e che si sgranano, ripetiamo quella frase ansimante che si levava come un palpito unico, come un boato solo, e che commosse Victor Hugo: "Vive L' Empereur!"  
Waterloo è per domattina.  
 
E subito svaniscono le parole fra fumi di asintoti e di tratteggi morali, ed in questo salto nell' iperspazio si trapassa subito a sera; e allo snodare del vicolo, sotto uno sbuffare di gelsomini aulenti, ne rimarrà solo un vecchio trovadore canuto e cieco che recita a bimbi estasiati Cantos rapsodici che gli adulti, troppo occupati a far cose ben più utili ed importanti come borseggiarsi uccidersi fraintendersi truffarsi e calunniarsi, alteramente disdegnano:  
«Jack Il CiecoAvevo strimpellato tutto il giorno alla fiera.  
Ma Butch Weldy e Jack McGuire nel ritorno,  
ubriachi fradici, vollero che ancora suonassi  
Susie Skinner, frustando i cavalli,  
finchè questi ci presero la mano.  
Cieco come ero cercai di saltare  
mentre la carrozza cadeva nel fosso,  
e fui schiacciato fra le ruote, e venni ucciso.  
C'è qui un cieco dalla fronte  
grande e bianca come una nuvola;  
e tutti noi suonatori, dal più grande al più umile,  
scrittori di musica e narratori di storie,  
tutti sediamo ai suoi piedi  
e lo ascoltiamo cantare della caduta di Troia.»  
(Edgar Lee Masters)
Ma sono i bambini ad avere ragione, e non gli adulti: perchè i bambini prendono le cose molto sul serio.  
Realtà o sogno? "Interesse della ragione" (Kant) o "astuzia della ragione" (Hegel)? Dimostrazione o doxa? Euclide o Einstein?  
C'era una volta, ma c'è ancora.  
 
E adesso: cantami o Musa! - e varrà la pena ricordare che nel noto verso omerico il cantami (εννεπε) non è nè ottativo nè vocativo, ma la declinazione imperativa del verbo: la confidenzialità dell' adepto sembrerebbe autorizzata a rivolgere audaci ingiunzioni all' indirizzo del nimbo ove il suo nume tutelare dimora.

La Tradizione E La Sua Infallibilità Come Derivato Delle Coordinate Spaziotemporali

La disanima che sto per effettuare non intende svalutare l'apporto tradizionalista, ma indagarlo.  
Quindi il fatto che si possa addebitare o presumere la sussistenza di una conclusione che trasparirebbe sin dal principio ovvero di un programma ideologico o preconcetto, non è impressione che dovrebbe essere ascritta a questa indagine, bensì al legittimo pregiudizio del lettore il quale potrebbe anticipare conclusioni non ancora tratte desumendole induttivamente dal contesto.  
Orbene, da questa desunzione occorre guardarsi. Se io dico, ad esempio, che nella tradizione è presente un elemento panico piuttosto che razionale, bisogna sospendere la ascrizione automatica dei valori la quale vorrebbe che al termine razionale sia preassegnato un giudizio positivo, ed alla paura ovvero alla valenza panica uno negativo.  
Non è necessariamente così. E nemmeno necessariamente all' inverso.  
 
Se un costume od una prassi vengono seguite da un numero sufficiente di persone, o per una durata temporale sufficientemente lunga, allora tale prassi e tale costume devono essere giusti e veri e, a detta del sarcasmo di Voltaire, vengon presunti tali indipendentemente da una reale indagine che si addentri nel merito della loro bontà assiologica.  
 
Rispetto a questa posizione, non si intende sfidarne l'assunto per motivi iconoclastici, bensì interrogarlo per sondare la fondatezza della sua implicita pretesa non solo alla plausibilità ma finanche alla ovvietà, poichè è l'accampar soprattutto quest' ultima che stupisce: se una cosa è stata fatta per molto tempo e da molte persone, perchè dovrebbe per ciò stesso conseguirne la sua correttezza? E sia che sia così, sia che non lo sia, la pretesa alla autoevidenza su cosa si fonda?  
 
Una argomentazione proponibile sarebbe la seguente: la durata del consenso di molti intelletti ad una data prassi o paradigma, significherebbe che una molteplicità di apparati psichici equipaggiati a dirimere il vero dal falso avrebbe già testato la fondatezza degli assunti, epperciò sarebbe come se la tradizione in questione fosse stata oggetto di una miriade di validazioni sperimentali che avrebbero tutte esitato, con evidente conformità di risultati e riproducibilità dei medesimi, in immancabili riconferme.  
 
Questo argomento traspone, nel campo delle conclusioni filosofiche, approcci procedurali che pertengono all' acclaramento delle verità scientifiche.  
Tuttavia una verità scientifica interroga una empiria naturalistica che si sottrae integralmente ai desiderata dell' interrogante, mentre nel caso della tradizione interrogante ed empiria interrogata coincidono poichè il giudizio del quale si intende probare la correttezza non si situa in un altrove ogettivizzabile rispetto a colui che tale giudizio formula, ma sembra esserne coessenziale alle aspettative.  
Pertanto, produrre la argomentazione della riproducibilità del consenso per vidimare la opportunità di una tradizione, significa sostenere una critica del giudizio non falsificabile: perchè un tale giudizio, non convalidandosi in base alla alterità di un riscontro autonomizzato, è manipolabile a discrezione di colui che lo formula e quindi sarà sempre suscettibile di esitare in un return true: ed una facoltà critica siffatta non ha alcun senso nè esercitarla nè invocarne i soccorsi ed i favori, essendone la conclusione adulterabile o già nota prim' ancora del suo esercizio.  
 
Per inciso ed a titolo di completezza, occorre menzionare che non esistono solo tradizioni che emulano o millantano metodologie scientifiche ma anche approcci scientifici imbevuti di apriorismi tradizionalisti.  
Molte teorie scientifiche sono predicate per consuetudine: ma non sono la competenza tecnica o la educazione formale, rinomate consolidatrici di consuetudini, ciò che distingue un vero scienziato da quello millantato o dal tecnocrate; è piuttosto il fatto che mentre quest' ultimo prende per assodato quanto la tradizione scientifica gli trasmette -e anzi verrebbe appropriatamente da dir che gli tramanda- il primo invece non rinuncia mai a conservare uno sguardo scettico, se non addirittura eretico ed insurrezionale, su tutto il corredo sperimentale passato in giudicato. Il vero genio scientifico è sempre o padrone o partner della scienza, mai suo subalterno; gli altri, invece, son tutti braccianti.  
La verità scientifica, che dovrebbe essere sempre e per definizione pro-tempore, è da troppe persone, versate in una formazione che si autoproclama scientifica, vissuta come una scientia perennis; e troppo spesso nei suoi ambulacri accademici si dimentica che la scienza è un itinerario dove tutto dovrebbe esser concesso ai suoi risultati transeunti tranne che la benchè minima fiducia nella loro definitività.  
 
Sostenere che un precetto sarebbe invecchiato e, facendosi onusto nel tempo, avrebbe avuto accesso alla dimensione tradizionalista ovvero che sarebbe la dimensione temporale quel che con la vetustà conferisce i primati concorrenziali alle tradizioni, implica il decollocare interminabilmente l'accertamento del precetto più tradizionalista epperciò più autorevole e fondativo lungo un orizzonte che recede imperterrito fino a situarsi necessariamente o nel nulla o in un incipit insondabile in quanto antecedente la esistenza umana stessa: ma da una simile postazione non sarebbe possibile desumerne con certezza alcun contenuto verbalizzabile o delineabile con quella univocità con cui la tradizione tipicamente si accredita. L'antico più antico fra gli antichi, è pressochè inconoscibile.  
 
E ancora: propugnare questa tesi della durata ed ingenza dei consensi maturati come corroborante la infallibilità della tradizione, significa anche rimpiazzare le valutazioni qualitative con quelle quantitative: la semplice incomputabilità numerica degli innumerevoli intelletti sedicentemente aggiudicati sotto le egide di una tradizione, sarebbe criterio certificante la bontà della tradizione stessa.  
Ma questo nemmeno nell' ambito scientifico verrebbe ritenuto ammissibile, poichè la costante riproducibilità dell' esperimento fisico si riconvalida sulla base del risultato che riottiene, e non sul semplice fatto che una serie di atti cerimoniali ed autoreferenti siano stati frigidamente ripetuti abbastanza a lungo e per un numero sufficiente di volte.  
Se la tradizione si qualifica come infallibile sulla base della enumerazione delle personalità assoggettate, lo è per scongiurare di doversi comprovare infallibile nel merito, ed atterrire piuttosto con l' esibizione della mole.  
 
E infine tale argomentare significa anche confidare nella quantomeno ottimistica premessa che questi intelletti che prestano il loro consenso a questa tradizione disporrebbero tutti della pertinenza euristica necessaria ad effettuare una dissertazione impeccabilmente competente; non solo, ma possederebbero tale inconsueta ed impervia facoltà addirittura in tanti.  
 
Ma in realtà non sembra che con la durata od il numero dei consensi si intenda davvero invocare quale argomento la solidità delle innumerevoli verifiche intellettuali espletate: infatti che questi intelletti abbiano consegnato il proprio consenso solo dopo una disanima approfondita e pertinente della questione, costituisce un auspicio ma nient' affatto una certezza: e anzi siccome la tradizione consiste proprio in una ingiunzione a trarre una determinata conclusione indipendentemente da un ulteriore concorso intelletuale, non è dato sapere quanti di questi intelletti annuenti annuiscano in quanto hanno effettuato una effettiva dissezione analitica degli argomenti, e quanti annuiscano in quanto arruolati dalla suggestione o dalla autorevolezza della conclusione prescritta.  
 
Si può anzi facilmente arrivare al paradosso per cui, essendo la tradizione dispositiva, una medesima ed identica conclusione sia al cospetto della tradizione in un caso falsa, ovvero allorquando desunta tramite uno sforzo individuale che come tale si sottrae alla iniziazione mediante comando, ed in un altro vera, ovvero allorquando passivamente mutuata dalla inoculazione comminata.  
La validità di una tradizione non si fonda dunque sulla stabilità dei suoi inneschi cognitivi, ma su quella della sua mera potenza: intesa a tal punto anche se non soprattutto come la sua idoneità a persistere a dispetto della sua possibile falsità.  
 
In questo contesto, la denegazione da parte dei proseliti del loro ossequio pedissequo ad una tradizione, il loro dire che non avrebbero affatto abdicato alla loro indipendenza di giudizio, ed il loro sostenere con maggiore o minore veemenza la libera intenzionalità del consenso prestato, non è sufficiente a dissipare la possibilità che la tradizione sia stata comunque mutuata in maniera sintetica anzichè assunta in maniera analitica: nessuno che adotti un costume con ferma convinzione (e la tradizione ha questa caratteristica: induce ferma convinzione, comunque si sia pervenuti a prestarle assenso) lo adotterebbe dichiarandosi convinto sulla base di motivi men che convincenti, nè ammetterebbe mai di osservare una tradizione dopo avere abdicato del tutto alla opzione della investigazione razionale - perlomeno nel senso che, se lo ammettesse, svaluterebbe contestualmente una parte del patrimonio della tradizione che difende: quello di essere abbastanza forte da vincere anche la ragione sul terreno della ragione, e non silenziandola o svilendone gli apporti.  
 
Ogni adepto, dunque, non rinuncerà a rivendicare anche la opportunità logica della sua scelta, non essendo ammissibile la subordinazione dei potestati tradizionali ad autorità dotate di prerogative delegittimanti; la tradizione reclamerà giurisdizione logica: e per i topos riguardo ai quali la sua autorità sembrerà vacillare, ciò accadrà a causa della insufficienza di questi ultimi a sollevarsi verso i piani imperscrutabili della tradizione, e non per via d' alcuna imperizia della tradizione nel sovrastarli e domarli.  
Ed anzi, non solo la tradizione riterrà indubbia la sua sovraordinazione in merito, ma proprio perchè è tale si accrediterà come conseguentemente indiscutibile: la tradizione disconoscerà al raziocinio non solo la capacità, ma anche la autorizzazione ad intraprendere incursioni razionali nel suo intessuto, risultando esse incompetenti e pertanto aprioristicamente irrilevanti.  
 
Varrebbe qui specificare che non si intende dire che in assenza del concorso pieno della ragione non si possano o debbano adottare delle opinioni: si intende piuttosto dire che è curioso come, nell'ambito degli argomenti tradizionalisti, la rinuncia ad una approfondita esegesi razionale sembra essere non tanto un inconveniente bensì quasi un requisito.  
 
Dunque, quando sosteniamo che sarebbero o la durata o la ampiezza di un consenso quel che fonda la certezza riguardo alla correttezza delle prescrizioni tradizionaliste, lo sosteniamo per via di una implicazione diversa dalle suddette ovvero diversa dalla idoneità di durata e numero dei consensi a sopperire tali fondamenta; diversa dal presupposto che il proselita concorra per via di una disanima intellettuale esaustiva senza margini di intimidazione, poichè le suddette rivelano insufficienze troppo gravi nessuna delle quali riesce a perorare convincentemente la causa per consolidare la quale viene suscitata.  
Dunque quale altra potrebbe essere questa implicazione? Vi è forse qualcos' altro che risiede proprio nel numero e nel tempo, e che ci induce in questa presunzione di correttezza?

Tradizione E Antietica

Questa problematica ci interessa anche da un punto di vista etico oltre che gonoseologico: perchè seguire valori tradizionali non è mai munito unicamente della presunzione intellettuale alla verità, ma anche di quella alla eticità: ogni tradizione presenta la sua catechesi.  
 
Ora, se un atto etico esige una scelta intenzionale e partecipata da tutto l'essere per esser tale, e se magari esige anche d'esser scomodo, scegliere la tradizione significa esattamente accedere ad una dimensione cui è connaturata proprio la possibilità di risparmiarsi questi passaggi: infatti scegliere la tradizione è comodo, essendo essa costituita da materiale predigerito, ed essa non richiede affatto la mia partecipazione poichè la sua natura è proprio quella di prestarmi qualcosa di preconfezionato il cui valore mi è dato incondizionatamente.  
Non può sfuggire a nessuno che uno degli appeal della tradizione consiste proprio nel risparmiarmi il travaglio soggettivo: la tradizione non mi richiede alcuna intenzionalità nella scelta, poichè scegliere la tradizione non significa affatto scegliere, ma lasciare che sia la tradizione a scegliere per noi.  
 
Per cui la tradizione non ammette eroi: viatico alla etica ed all' eroismo non sono per la tradizione gli atteggiamenti pioneristici, ma solo la diligenza della osservanza.  
Semmai possono a questo punto aversi martiri, ovvero coloro che si sollevano alla dimensione epica non con la autoaffermazione eroica ma con l' antieroismo dell' aver voluto mantenere una posizione entro la quale apparivano comunque costretti: perchè stiamo appunto parlando di scelte che non sono davvero tali, di adesioni ad una tradizione che non riescono quasi mai a comprovare nè la spontaneità dell' adepto nè la cooperazione fattiva delle sue facoltà intellettuali alla maturazione della propria vocazione.  
Non si intende dire che l'eroe è tale solo se vince, anzi. Si intende piuttosto dire che l' eroe non è tale se la sua eventuale sconfitta promana dall' aver sostenuto una causa dalla quale era soggiogato e che pertanto non poteva fare a meno di difendere, piuttosto che dall' averne sostenuta una emergente da un percorso emancipativo.  
 
Vero è che tanto il credo quia absurdum quanto la compartecipazione ad una causa collettiva possono lasciar affiorare profili nobilissimi; ma vero è anche che la tradizione, come la rivoluzione, divora i propri figli migliori. La maggior parte dei proseliti di una tradizione non è tale in quanto vi concorra per convinzione, ma per compulsione: la tradizione sembra anzi preferire e riconoscere come suoi prodotti prediletti proprio questi ultimi, i dottori della legge, dal momento che quegli altri, i suoi esemplari più nobili e profetici, essa li assassina pressochè immancabilmente.  
E' la tradizione che martirizza i propri martiri, e poi subito li reclama indietro:
«I vostri padri hanno ucciso i profeti, e voi gli avete costruito le tombe: per dimostrare che ne siete i degni figli» (Vangelo secondo Luca, 11)

Tradizione E Consensualità

Nel fatto che qualcosa possa esibire una tale autorità risiede evidentemente un motivo di intimazione che si accattiva gli intelletti a prescindere dall' esercizio delle loro relative intelligenze: non li convince, ma li atterrisce; e li atterrisce con la prospettiva della inanità di ogni riformulazione individuale.  
Quando ci concediamo alla tradizione in quanto tale, oppure la impieghiamo come ultima ratio regum attestante la veridicità di una qualche nostra affermazione, non lo facciamo quasi mai, dunque, sulla base di una cognizione razionale ma sulla base di una delle funzioni più protoencefaliche: la paura.  
 
A parte paura di cosa, verrebbe a questo punto da chiedersi come mai gli esseri umani abbiano ritenuto utile reificare una entità del genere, onde poi asservirsi allo spavento che gli incute: nessuno si autoprogramma intenzionalmente il terrore per domattina.  
Evidentemente la tradizione con il timore reverenziale che suscita e con l'abbrutimento che spesso l' accompagna (le Erinni non volavano mai da sole), risponde ad una esigenza.  
 
Siamo nelle more di una ambivalenza della creatura che mentre si sente titolata alla pienezza dell' affrancamento, ne presente contestualmente anche la futilità, l'incertezza, o la presunzione.  
Appare fatuo proclamarsi liberi, se poi ogni fibra della nostra carne soggiace alla alea della precarietà più incontrollabile. Ci sentiamo corpore vili sul quale non solo il tempo inesorabile sovra al cui sgabello la tradizione sta assisa maestosa, ma anche il sopruso di qualsisai tirannia, può imperversare a dismisura e inscrivere le proprie stigmate a discrezione.  
Ossequiare la tradizione allora sembra un atto propiziatorio verso quelle ipostasi trascendenti capaci di sterminarci per un nonnulla, inteso a garantircene la benevolenza.  
Questa, parrebbe essere l' esigenza: questo, l' auspicio.  
 
Nel consegnare alla tradizione l'intero patrimonio dei nostri aneliti originali, delle nostre aspettative individuali, e dei nostri slanci autoctoni, lasciamo che essa li rimpiazzi con i proprii.  
Ogni tradizione impone pareri e prospettive estranee al soggetto ma da questi fatte proprie, e che dappoi nemmeno esistono poichè nessuna di esse è stata forgiata attraverso la operatività integrale di un apparato critico preservato intatto: si può pensare solo con la propria testa, e tutto il resto è la autentica abiura.  
 
Ora, perchè il percorso della valutazione critica appare scandaloso al cospetto delle esigenze tradizionalistiche?  
Pensare diversamente dalla tradizione, non significa pensare contro di essa, ma solo non pensare tramite di essa.  
Sarebbe infatti possibile anche addivenire a conclusioni simili a quelle della tradizione tramandata, e allora scorgere il fulgore nobile della tradizione che reinstaura in essa la dignità di tutto il concorso dell' individuo.  
Ma non vi si addiverrebbe mai in toto, ed un margine eterodosso attuale o futuro si manterrebbe sempre, o comunque se ne conserverebbe la possibilità di vederlo riemergere; poichè un consenso unanime e perdurante lo si potrebbe conseguire solo a patto di acclarare contestualmente che quel che manca è proprio la originalità individuale: se essa si smarrisce fino al punto di non potervi più essere rintracciata, vi sarà mai stata?  
 
L'individuo che, per avere prestato un consenso competente ad una tradizione, vi si dissolve e svanisce cessando di essere individuo in sæcula sæculorum et vitam Venturi sæculi, ha palesemente rinunciato ad essere individuo e non può più fondare nulla; men che meno la validità di una tradizione: ne può solo certificare la vigenza.  
Il che ci fa capire che questa tipologia di tradizione non vuole essere eretta dall' individuo, ma erigervisi sopra sovrumana ed impersonale.  
Quanto dapprima avrebbe fondato la veridicità della tradizione, ovvero il consenso soggettivo prestato dopo una disanima competente, nel momento stesso in cui da prestato diventa sequestrato ed il soggetto addiviene ad accettare una capitolazione totalizzante ove gli apparati usati per produrre quel consenso si ritrovano irrimediabilmente compromessi e neutralizzati per ogni uso futuro, non fonda più la veridicità ma la falsità della tradizione sostenuta, nonchè la disonorabilità del tragitto tramite il quale vi si è pervenuti.  
 
Vi è uno scontro intimo e permanente fra queste due tradizioni: una tradizione data dal vitalismo primitivo e primevio della insurrezione individuale, ed il suo doppio che invece è sempre immolazione dell' individuale.  
E' tipico infatti della tradizione falsa guardare con sospetto ad ogni consenso prestato con cognizione di causa: la tradizione falsa non tollera l'indagine se non che come vulnus, e se non può schiacciarla subito è solo perchè si ripropone di farlo urgentemente non appena le circostanze lo rendano possibile.  
 
La tradizione si attende la soggezione fondamentalista alla integrità inviolata dei suoi precetti; infatti non puoi osservarli tutti tranne uno o due: questo è precisamente quanto sarebbe inammissibile; la tradizione si avvede che a quella conclusione orotodossa non si è giunti battendo le strade della obbedienza ma quelle del libero consenso; ma la tradizione non vuole il nostro assenso: vuole noi, vuole coloro che lo detengono e lo producono.  
Che possa sussistere anche un solo istante durante il quale l'essere decide, è un connotato vissuto dalla tradizione come profondamente contaminante. Lo scandalo consiste nel fatto che io potrei aver dichiarato anche falso quel che la tradizione vuole falso, e vero quel che vuole vero, ed essere così approdato alla ortodossia richiesta: ma vi sono giunto attraverso un percorso che poteva anche portarmi altrove.  
Se un tale approccio venisse autorizzato come legittimo, nessuna tradizione potrebbe più fondarsi con la rigorosa sicurezza che reclama.  
La tradizione non necessita d'esser nobilitata dalla qualità della nostra partecipazione, ma vuol essere lei a nobilitare noi prescindendo da qualsiasi nostro ruolo nella cerimonia di elevazione all' asservimento istantaneo.  
 
Non devo pretendere di presentarmi al cospetto della tradizione e chiederla in isposa, portando come dote un consenso che la tradizione esige di impartirmi e non di chiedermi.  
Davanti alla tradizione ci si deve presentare nullatenenti, poichè l'essere non deve essere riconosciuto titolare di alcunchè prima che sia la tradizione a conferirglielo, nè d'altra parte la tradizione accetta la compresenza di alcun rivale che preallochi lo spazio ad essa destinato: tale spazio deve essere illibato, non devoluto.  
 
Accettare una tradizione solo in quanto prodotto di un percorso autonomo anzichè eteronomo, è inaccettabile in quanto scandaloso e scandaloso in quanto significa dirgli che quel che della tradizione posso accettare, lo posso solo in quanto ne ho prima diffidato.  
Ma così, transitando anche attraverso l' assenso critico, la unità incondizionata dell' amore puro si sarebbe infranta, imbrattata indelebilmente da un insulto e da un peccato originale che non devono passare invendicati e che troppo spesso nemmeno il sangue potrà lavare: occorrerà l' orrore.  
Questa, è la Tradizione numero Uno.  
 
Inoltre l'esser stata filtrata da un vaglio critico che ipso facto tradisce la inaffidabilità del mio consenso, implica anche che io non mi presento incontaminato al suo cospetto poichè la infrangibilità della mia fedeltà non è un vaso intatto ma ricomposto in un secondo momento saldando le sue linee di frattura con il cemento profano della mia esegesi: si tratta dunque di un artefatto.  
Ma la tradizione pura mi vuole puro, e posso esser tale solo rinunciando alla transizione attraverso la convinzione onde offrirmi intonso con la mia resa: io non devo esser persuaso, devo consegnarmi.  
E nemmen si accontenta di accogliermi incorrotto come un puer che per la prima volta emerge dalle spume del mare, poichè come tale significa comunque che la mano di un qualche precedente architetto mi ha già assegnato una conformazione ed una costituzione; bensì mi vuole virginale fin dal livello di indeterminazione più radicalizzato: mi rivendica già mentre sono in quota alla inesistenza informe, ovvero il potere della tradizione pretende di esser cotale che nessun piano di sussistenza si possa ignire o riscontrare prima del suo intervento - sua materia è la hyle.  
 
E significa anche che, se la tradizione ammettesse la mia venerazione solo dopo un mio approccio critico, la tradizione si farebbe suscettibile di essere già stata -o di dover convivere con il timore di poterlo essere in un qualsiasi momento futuro- sfigurata e depravata nella sua fisionomia dal concorso di apporti individuali che la piegano all' estemporaneo e che si dichiarano implicitamente titolati alla revisione ed autorizzati a riscriverne alcuni tratti.  
 
La Tradizione numero Uno sembra dunque essere un simulacro di un mito demiurgico che plasma la creatura non come atto d'amore, e forse nemmen utilitaristico, ma come corpore vili sul quale possa infierire la perenne rivendicazione del suo creatore; è figura della dipendenza come resa incondizionata condotta all' estremo: mitologema al quale, evidentemente, è ascritto un ruolo ed un valore.  
E potrebbe ben averlo, se non fosse che ci sottrae tutti gli strumenti di accertamento: perchè per esser fedele al proprio paradigma non può presentarsi sul campo che ricusando ogni altro valore ivi inclusa la legitimità di quello cognitivo del comprenderne la natura, metterne in discussione il ruolo e soppesarne il rilievo.  
No: questo, non si può fare con la Tradizione numero Uno.  
 
Ma se non è possibile indagarne il valore, significa che la pretesa è quella ad un valore talmente incondizionato da non poter nemmeno essere apprezzato: deve essere solo vissuto con la inesorabilità dell' automatismo.  
Tuttavia la tradizione vuole la creatura, nonostante la voglia in quanto del tutto inesistente al di fuori delle determinazioni che gli ascrive.  
La vuole anche e soprattutto se tale creatura non detiene più (anzi, meglio: se non ha detenuto mai) alcun profilo sufficientemente autonomo da renderla chiaramente discernibile nel pleroma tradizionale in cui viene immersa.  
Per cui da un lato la tradizione vuole che la creatura si faccia inidentificabile: in nessuna misura, nemmen minima, dovrà sollevare lineamenti che ne tradiscano una autonomia od una fisionomia altra rispetto al suo creatore.  
Epperò, siccome la creatura nemmeno può essere ammessa a compartecipare del creatore fino ad assurgere davvero alla sua gloria ed alla sua onnipotenza per poi di lì magari contendergliele, la tradizione vuole anche che la creatura mantenga una distinguibilità.  
Il risultato di queste due pretese apparentemente contraddittorie, ritrova la sua coerenza nel seguente confezionamento: i corredi vitali della creatura possono persistere solo nella misura in cui le loro dotazioni si attestano non nel dispiegarsi delle loro capacità fisiologiche perlomeno basali, ma nel ricordo della loro capitolazione.  
Si può esistere, ma solo nel rimorso: la tradizione che si autoraffigura come onnicomprensiva ed irrinunciabile, riscatta e giustifica la propria inettitudine ad aggiudicarsi prima quegli esseri che perviene ad accludere solo dopo, ostentando la misura con cui essi si rammaricano d'esserle sfuggiti, e reinvera la eternità del proprio dominio ritrovandola e documentandola attraverso la perennità del pentimento delle creature recuperate.  
L' oltraggio è troppo grave, e perciò la penitenza non sarà mai nè troppo lunga nè troppo intensa: che infatti si sia potuto ricadere per un solo attimo fuori delle contee o dei dettati della tradizione, certifica fatalmente ed indubitabilmente la infondatezza delle pretese ontologiche alla verità imprescindibile ed alla ovvietà irresistibile che la tradizione così caratteristicamente accampa - perchè se fosse stata davvero tale, nulla le si sarebbe giammai appalesato come sottraibile.  
Per cui è chiaro quello che la Tradizione Uno vuole: vuole la sconfitta della creatura. Così intesa, tradizione è dannazione.  
 
La creatura è creata per andare distrutta; ma non una volta per tutte, bensì per vivere una vita eterna composta unicamente dal ricordo di tale annullamento; ricordo inefficace a suscitare qualsivoglia velleità di rivolta: la creatura avrebbe un senso solo in quanto icona della abdicazione organica e radicale a tutte le proprie prerogative, ed in questo suo rinnovarsi ogni istante entro la memoria di tale dispossessamento si riassumerebbe la vera natura di ogni atteso atto devozionale, ritualistico e sacrificale.  
 
La tradizione numero Uno contando su questa tipologia di accoliti si garantisce anche una trasmissibilità molto più incisiva.  
E che una entità incorporea come la tradizione possa qui sembrare in fase di personificazione, e le sue azioni essere interpretate quasi che fossero munite di una volontà senziente, non costituisce nè allegoria nè ipotesi più implausibile di altre; certo, non maggiormente implausbile di quelle che ad esempio Richard Dawkins * avanza in campo nemmen metafisico ma direttamente fisico e genetico, sostenendo che delle molecole, che egli chiama "replicators", pianifichino e manipolino strumentalmente ed assai mefistofelicamente tutto l'ambiente circostante, in quanto animate da una insondabile ed impellente necessità ad autoriprodurre la simmetria dei proprii legami covalenti - necessità che Dawkins ritene provata, o quantomeno degna poi di una intera trattazione, per il sol fatto che la ha postulata. Una teoria, questa ultima, che non è suffragata da una dimostrazione: ma che nel campo mentale invece le rappresentazioni tendano a presentarsi proprio in forma di personae, è oniricamente risaputo.  
Qualsiasi cosa sia la tradizione, essa vuole diffondersi.  
 
Occorre scegliersi dei proseliti ignoranti, perchè tanto meno essi sanno di quel che divulgano, tanto più agile sarà per loro divulgarlo: è proprio quando la dialettica e la problematizzazione vengono meno che la convinzione può agire più indisturbata e meno intralciata da scrupoli, dacchè nessuno è più convinto di colui che non ha preliminarmente bisogno di sentirsi convinto per dichiararsi tale.  
Queste persone fungono da vettore universalmente pervio per la tradizione, e la veicolano per riversarla in circolo con la stessa perizia ed efficienza impersonale con la quale un virus replica epidemicamente ed endemicamente il corredo genetico che custodisce.  
Si è ancora sistemi biologici viventi, e si possiede un sistema nervoso, certo: ma alla stessa maniera della rana di Galvani, che vive in quanto immancabilmentre contrarrà un arto al transitare di ogni nuovo impulso elettrico che gli verrà erogato.

Tradizione Ed Estetica

Tu sei in quanto non sei, e puoi essere solo allorquando e nella misura in cui accetti di non essere: la tradizione numero uno è dunque la sfida del nulla all' essere, declinata sotto un'altra luce.  
 
Questa sfida non andrebbe letta unicamente lungo la falsariga della allegorica battaglia fra bene e male: essa è prioritariamente la parola che dice che tu puoi essere davvero ed unicamente se risolvi questo oltraggio, se riesci a fare del tuo essere quell' essere che vale la pena essere e che rimane sè stesso anche se confrontato da questa Apocalisse Sistematizzata.  
Diviene enfasi del bene, allorquando letta secondo questa traccia.  
 
In tal senso, potrebbe addirittura rivelarsi funzionale all' essere, o comunque esserne un portato semantico inestricabilmente correlato la cui sfida ciclopica rieccheggia permanentemente e che non può essere tacitata con espedienti.  
In flatlandia appare orizzontale quel che visto da un altrove ci si rivela tridimensionale.  
Hemingway ci ricorda che «In Africa, una cosa è vera all'alba * e falsa a mezzogiorno»: non sappiamo cosa sia questa cosa fintantochè ci accontentiamo di dire che è falsa solo perchè è antelucana la tepida luce sotto la quale adesso risplende, o che è vera perchè abbiamo atteso che trascorresse il grande meriggio per contemplarla nel suo rifulgere corrusco.  
 
Se prendiamo in considerazione il cubismo * , esso sembra una incarnazione artistica della ambiguità od indecisività che spesso ci pare trapelare coessenziale a tutto l'esistente.  
Il cubismo ci appare come -o può apparirci anche come- una destrutturazione della figura umana per poi procedere ad una ricomposizione della medesima secondo innesti innaturali ove la profilazione originale è in misura maggiore o minore ancora intuibile, ma indubbiamente snaturata: cosa è quel che stiamo osservando, lacerato fra i due sembianti che adesso ci sembra di riconoscervi, adesso non più, ed al cui avvicendamento assistiamo?  
Lo si direbbe una specie di reverse engineering artistico.  
 
Che questa adulterazione costituisca il proposito principale del cubismo, e che sia deputata a consegnarci alcune fra le sue maggiori ed intenzionali significazioni, è ulteriormente desumibile dalla rielaborazione che di noti quadri cubisti viene talora fatta da altri artisti.  
Prendiamo il caso di Franck Ramo: alcune sue opere sono una indubbia citazione di lavori di Picasso (si considerino questa opera di Picasso e poi questa di Ramo), dove Ramo sembra intuire e raccogliere l'invito picassiano alla disintegrazione, apponendovi ulteriori manipolazioni che strumentalizzano disinvoltamente i contorni dell' originale onde ridefinirne i contenuti cromatici così come un bambino colorerebbe un album. Ed il risultato non è nè scontato nè banalizzato: al contrario, è esteticamente pregevole.  
Questa accondiscendenza con cui l' opera cubista autografa si presta alla contraffazione postuma, la elevatissima soglia di tolleranza che esibisce alla barbarizzazione, la generosità con la quale pur offrendosi alla deturpazione ammette il rintracciamento di esiti felici e positivamente apprezzabili, sono un chiaro indizio di come l'intento della opera autografa fosse proprio quello di autorizzare ogni riallineamento, ogni capovolgimento, e qualsiasi traviamento.  
 
Diventa a questo punto manifesta la indotta relativizzazione della estetica: che la conformazione naturale sia bella o brutta non sembra più dipendere dalla conformazione assegnata, ma dall' apparato percettivo che la riceve: abbiamo infatti appena riscontrato come bello qualcosa che ha fatto tutto quel che gli si poteva raccomandare onde non apparirlo.  
Il portato più significativo di questa tesi è che anche l'orrore, in quanto istanza esasperata ed esemplare della decomposizione, viene ridefinito come qualcosa che è tale al cospetto dello statuto invalso, ma non necessariamente in sè e per sè.  
 
Sospingersi da qui infino a suffragare una egemonia dell' orrore significherebbe inoltrarsi sul percorso sbagliato.  
Se, come pare suggerire il cubismo, ogni figurazione è solo una miscela arbitraria, temporaneamente designata quale armonica o disarmonica, si potrebbe ipotizzare che tutto sia in realtà disarmonia - epperciò orrore.  
Tuttavia si potrebbe altrettanto bene ipotizzare il contrario: perchè quel che qui si dimentica è che, in questo istante, ci situiamo su di un piano ancora impregiudicabile ove la ascrizione di un qualsivoglia valore seppur minimale è del tutto proscritta.  
E' solo in un istante successivo, quando sopravanza l'apparato percettivo con la sua poiesi nomotetica, che possiamo conferire con i valori.  
 
In principio non abita tanto la indefinibilità relativistica dell' orrore e del bello, quanto la inesistenza di entrambi.  
Desumere dunque che vi abiti il primato dell' orrore, sarebbe una conclusione unilaterale che, convivendo con una alternativa maggiormente integrativa (e presto dirò perchè la ritengo tale) ovvero che vi abiti l'opposto dell' orrore, deve necessariamente desistere di fronte al maggior potere risolutivo di quest' ultima.  
La vera lezione da trarre da questo decorso nel cubismo è, piuttosto ed infatti, che anche l'orrore ed anche il male che dell' orrore ne è la personificazione metafisica potrebbero essere trasformati in entità idonee ad essere riconvertite per rilasciare esiti sintonici al Bene - non è proprio la densità coralmente tragica di opere come il Mahabarata quel che infine ci fa pensare che non orrore abbiam contemplato ma meraviglioso incantevole ammirevole e commovente arazzo?  
Una conclusione che ricapitola entrambi i poli riunendoli in un rapporto dialettico, è quella che va prescelta poichè sussume più dell' altra: la pertinenza di una con-clusione si evince da quanto essa in-clude, e non da quant' ex-clude.  
 
Si potrebbe semmai sopravanzare la obiezione che le polarità debbano essere invertite: cioè perchè dovrebbe essere il male a farsi potenziale dispositivo del bene ed a ripiegarsi per venirvi addentro ricapitolato, e non viceversa? Questa contestazione tornerebbe a conferire il primato ontologico al male e, tramite tale capovolgimento, alla tradizione uno.  
La obiezione appare pertinente; si tratta di decidere questo: vale più il male che non può convertire il bene ma solo ucciderlo, od il bene che può anche convertire il male? Si dovrebbe rispondere in senso favorevole al secondo: se il bene può due cose, l'una catartica o comunque costruttiva e l'altra distruttiva, mentre il male ne può una sola, la domanda si risponderebbe da sè - e lo farebbe a dispetto dell' esito finale.  
E' probabilmente per questo che quasi tutte le favole, mitologemi immemori recapitatici dalla saggezza popolare, sono madidamente intrise del pregiudizio morfologico per il cosiddetto happy end.  
Verissimo è che poi, nella vita, spesso non vi è alcun happy end; ma questo non disinnesca la carica redentiva del portato teleologico eudaimonico * : poichè un riscatto eluso non è per ciò stesso dichiarabile come senz'altro insussistente (a prescindere dalla resistenza fattiva che ha offerto, e che ne accredita la compresenza), ma solo come senz' altro inconseguito.  
 
Bello e brutto, bene e male, si stemperano l'uno nell' altro in una specie di clavicembalo ben temperato il cui preludio melodico attende il conferimento del proprio senso coerente con il bene, con l' Essere, dalla fuga finale.  
Ecco in che senso, propriamente, una cosa può essere vera all' "alba", e la stessa cosa falsa a "mezzogiorno".  
Quando la fine dei tempi fronteggerà tutti i "c'era una volta", ogni cosa diverrà chiara.  
 
La tradizione Uno diventa rispettabile e semitrasparente solo se la si legge in termini apotropaici ed attraverso queste filigrane, cioè come una diversa ricomposizione che riconcretizza la sfida del Nulla all' Essere: e questo per il semplice motivo che se invece si tenta di decifrarla prestando fede allo statuto che obbiettivamente accampa, essa si inabissa istantaneamente nell' indecifrabile e nell' insensato.
Text footnotes
(1) Ah, e si noti questo: apeiron non significa infinito (in inglese spesso tradotto con: boundless), come troppo spesso ci si ostina a tradurlo in mancanza di una presa migliore sulla elusività del concetto.  
La accezione di infinito gli pertiene, certamente: ma tra le accezioni affini che la voce, come ogni voce, custodisce non dovrebbe esser quella prediletta. Apeiron significa, piuttosto: inesperibile.  
Perchè per quanto noi sensisticamente si precepisca, si dovrà sempre postulare che il percepito non esaurisce il precettibile se solo noi anzichè cinque sensi ne possedessimo ad esempio, che so: ventisette. Provate ad immaginarvi senza vista, non sapreste forse mai ch' esiston le stelle: perchè dunque presumersi dotati di tutto il corredo telerecettivo necessario? Potrebbe trattarsi, invece, di un corredo altamente carente.  
Per cui quel che Anassimandro * intendeva esprimere (e che su Anassimandro vi possa essere ancora molta gigantomachia ermeneutica da fare ce lo spiegò già Heidegger) è il timore che l' inesperibile sia infinito rispetto alla finitudine di quel poco o parziale che dell' essere stamattina captiamo.  
E' da questa idea che Anassimandro poi avvia le sue ipotesi ed allusioni al servizio di una fenomenologia dell' indiscernibile e dell' insondabile: non potendolo giocoforza identificare, fa quel che può per analizzarlo quantomeno secondo i connotati e le categorie desumibili attorno alla imperscrutabilità quale concetto in sè.
(2) Il mio uso a concatenazione dei doppi punti è intenzionale. Pertanto potete reputarlo idiosincratico, e nessuno potrà smentirvi; ma edotti della mia intenzionalità, non dovreste più ritenervi autorizzati a reputarlo grammaticalmente scorretto, ma a fare piuttosto spazio per la eccezione che introduce l' eredità di uno stile. Emily Dickinson veniva rimproverata per usare troppo spesso il trattino (-), ma non per questo cessò d'usarlo. D'altra parte, si addicie al filosofema la subordinazione a cascata.
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