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Poesie Del Disinganno

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Author: Em@il Permalink Cast your vote for this topic Remove color and border from headers Printable version
Premise (Not printed if this snippet is included)Si tratta, qui, di un "work in progress": poesie che possono essere rielaborate, e a cui immagino altre ne aggiungerò col tempo. Prendendo spunto da questo strumento di scrittura creativa, inizio a dedicarmi ad alcuni componimenti poetici. Del disinganno, li ho chiamati: perchè mentre partono con un trucco, ovvero l'uso ingannevole del suddetto strumento, però poi debbono accettare di custodire l' imprinting del mio stile, e l'intreccio del mio ordito.

CREDERANNO

Il peggior pianto di Antigone  
dolce parve  
quando il santo mirevole  
disertò il fulgore;  
intenti a Cristo mentre stanno all' inferno  
quando farà giorno  
crederanno a la leggenda de le Ultime Ore.

CONTRIZIONE

A quel rubicondo raggio  
che il ciel infiamma  
com' angeli ciechi ci volgiamo.  
Anche tu fosti aspra arte  
che la guerra vinse,  
e il diavolo fiero or si diletta:  
ormai altro sventurato Cloto aspetta.  
Dentro quella antica grotta  
la verità mente a tutti,  
e la sua sentenza sinistra per quanto santa  
nell' aere confuso saetta.  
Dalla tua nave sognavi il rombo che a Cesare apparve,  
ma oggi supplichi le armi che ti hanno tolto  
e chiami il vento ch' ad altro Icaro s'è rivolto.  
Volevi dir cose grandi,  
e invece la tua Beatrice siede smarrita:  
come spade d'argento  
sospiri di ghiaccio dal cielo piove.  
La sesta corda s' è infranta,  
e il tuo vessillo non circola più così vicino al Paradiso.  
E oggi piangerà l'arte tua sotto gli antichi salici,  
cacciata dai suoi,  
in un vespero pallido e mortale,  
davanti alla Terra Contrita.

HAIKU

Quanto ghiaccio dentro il sole!  
Ci sono Alpi oltre la morte?

I REGALI DEL PEZZENTE

Ezra anche tu lo sai,  
i regali hanno questo di buono:  
che si possono sempre buttare.  
Di solito i regali se la cavano piuttosto bene in quel frangente:  
per un qualche strano motivo come le poesie  
sono  
fiori di loto che galleggiano su di un mare di melma.

NOSTOI

Domandava qual grembo  
della città etterna portò il lume  
per come ritornarci meglio cantar,  
e chiedeva se al veleggiar Giunone, dell' aere ministra, fosse propizia  
benevola come quando dopo la pugna il manto del mare  
sulla battigia tutto il cargo caduco ribatte, senza pena  
e dal suo scranno agli scogli feriti restituisce equanime  
con le conchiglie  
membra sparse e criniere e carichi sereni di tesori rilucenti e belli:  
quel che resta del foco secreto de la mischia de le flottiglie;  
se per caso stavolta la stella polare ci fosse amica  
- che le fonde palustri dei Luciferi meridiani ci disdica! -  
e luce sicura per fendere i fianchi dell' Averno  
per ragionar di pace con il fiammeggio dei flutti di qualsivoglia flegetonta  
e anche de l' Inferno;  
se il peccato del fiordaliso con la sua grave ingiuria fosse dimenticato,  
per doppiar le rive e veder la chiara punta  
e con gli occhi liberi di brigar con l'orizzonte e di quelli la libertà desunta  
aver molto prato a prora e poca ferra  
onde alfine poter esclamar: Terra!  
Ascolta Ierusalemme, tu che sei sempre indegna di quel che ti si dice:  
la sorte di dugento argonauti ha già flagellato la paura  
chè l' suo ordine sovra la pietra ancora li vince e dura;  
ad ogni alba nel loro petto come serpe la sua vendetta li reimmola,  
e ne fa pastura,  
e il suo Grifon l'unghia nella carne con gusto ci pascola  
e giammai si avvede che dopo simil meriggio non resta che arsura,  
bensì ostinato le viscere di Prometheo al vento Ti rinnova;  
ora, nella notte serena, è giunto il tempo  
d' issar le vele, e far salire il canto della Nostra tuba nova.

CRUCIFERI

pensando a Linda V.  
Una religione men lontana ci vorrebbe ed un miglior Reame  
per il popolo che cammina al di sopra di questa fiamma infame.  
Una misura inusitata che la etterna distanza copra col volo di nuove penne,  
che partorisse un altro Deuteronomio non idolatro ed altrettant' perenne  
e soggiorno più puro desse per l' alma triste che il promonotorio non seppe circumnavigare indenne;  
che la dura ammirazione dei nemici o vinca o scempia  
cosìcchè un' angelica pietà risalga l' Oriente e di canti lo riempia,  
e il voto perfetto dei serafini purpurei infine o s' inveri o adempia.  
Il primo orgoglio sempre mente: ancora non ha 'ncominciato e già erra,  
mentre l'empio satollo riscuot' anche la terra.  
Tu che preghi gli spiriti uranii mentre la tirannia ci muove guerra  
e con i demoni inferi parli quando ti serri sotterra;  
Tu che dici che hai tolto così poco ai viventi che non han nulla:  
ma se ricchi eravamo - forse dopo la morte, o forse prima de la culla;  
Tu che hai ispirato e Shakespeare e Omero e Raffaello Van Gogh e Goethe  
e con i tuoi remi celesti disegni vaghe postille su le acque del Lethe;  
Tu che del sovrasensibile sei la penultima e l' ultima Thule  
e la turba copiosa delle comete chiami, e gl' assegni il grembiule;  
Tu che l' antico terremoto con ghirigori affronti e con sottili scherni  
mentre i cavalieri di Shiva qual tue pedine vane quando vuoi muovi e fermi;  
Tu che l' onde pelasgiche gioconda sollevi e fai nubifragi e vedove e orfani e infermi;  
Tu che nel vespero così bianco ti trasmuti e ti protendi  
e con Pallante accesa di persona parli, e del miserabile nè t'avvedi nè t'offendi;  
Tu che ad elfi e folletti rivelazioni e udienza dai e con loro i tuoi raj di miele spendi;  
Tu che del Sole sei la sposa e ne pascoli i greggi, e i tori, e i buoi,  
almeno Tu che sei sempre rossa come vuoi,  
e dalla nebbia gelatinosa in trasparenza vedi dentro i palazzi e le prigioni dei Re,  
almeno Tu grave luna, dimmi: o dove, o quando, od il perchè.

SERVIRE DUE PADRONI

Supino discende il sole ed io  
vago di grazia non con gli uomini ma con le montagne parlo:  
e mi sembra quasi che ci sia un Dio  
e non mi preoccupo più del mio vecchio tarlo.  
L' età felice è giunta e la notte possente s'acquieta:  
non so quale promessa m'abbia fatto prima Gran Vizir e poi Protettore della sua eredità più lieta  
nè per qual merto ed in quale antro a tutti i suoi secreti m' ha iniziato  
per poi lasciar che un mundo vulgar mi dicesse: e adesso io t' ho spezziato.  
Ma siccom nella dolce ombra del canto com' acqua frangente facile si rompe l'idioma,  
di quella riva atavica che conobbi  
ai monti racconto altra storia ed altro assioma:  
storia di valli e di cavalli, e di strani addobbi,  
di trame cupe e di grandi orditi  
e d'ancor più grandi Vivaldian spartiti;  
storia tempestata di fulgide spade, di racconti d' inverno,  
e d' un bambino che accanto al foco aspetta ritorno paterno;  
di daghe inebriatesi nel cielo,  
e poi de le lacrime d' un arcghangèlo;  
di poeti e amanti raccoltisi a ragionar e slacciar sotto un melo,  
di troni arrivati fin su la cima e poi rovesciati da rivolta furibonda,  
di velieri sontuosi dopo molto tribolar riposantesi a la fonda:  
e l' aspra rocca a volte par quasi che per una sua humanitade mi risponda  
prestandomi o d'oro o d'argento inesauribile una sua vittoriosa vena:  
ma quanta fibra del core mi resta, e quanta mi son già consumata ne la pena?

L' ULTIMO PECCATO DI FAUST

Nel tremolar del vapore meridiano il cui incendio a mezzodì, ed anche oltre, sale  
disse il giorno desecrato alla percossa grazia nostra:  
la vertute che ti dette l' Imperio di quella frigida stella e de la sua vaga notte, non vale;  
e sanza tregua e con facilità la Mia Signora ogn' ora te lo rimostra.  
Troppo hai confidato nel potere occulto di un pellegrino talismano  
non meteorite siderale ma lapilla rinvenuta ai piedi del volcano  
rifiuto della terra e dal Mana pusillano;  
quando la lancia velocissima ed apollinea da mirabil mira tratta  
lascerà la tua sicura ed orgogliosa mano  
la sagitta volante per diem sempre sarà più ratta,  
o moverà il tuo bersaglio, e vanificherà il too piano.  
Nè Elizir di lunga vita nè alcun Soma si riverserà in un Graal  
ma ogni tua speme, o sacrifizio o rapina d' un Belzebù o d' itinerante Baal;  
nè la bramata medicina Catholica come taumaturgo pasto  
Mefistofele invictus per gl' elzeviri precipiterà negl' alambicchi del tuo Fausto;  
e se anche tu conoscessi la scienza tutta e ne detenessi tode le rotonde o squadrate prove,  
se tu avessi della fede quel granello di senape che le montagne smove,  
e di tutti i toi beni tu per i poveri ne facessi dono munifico quanto le gocce allorquando spiove,  
s'anche tu parlassi le lingue degli angioli e le sapessi verseggiar meglio di Marlowe,  
scopresti presto che l'unica parola che conta non è la tua, ma quella di Jove.  
Povero di spirto, non sarà regno dei cieli il tuo miraggio, ma da la bara due metri e mezzo di madida terra;  
Afflitto, non sarà consolazione ma più fonda angoscia quel che salda ti riafferra;  
Mite, non ti regaleranno il mundo ma con ancor più gosto ti moveranno gherra;  
Affamato e assetato di Iustitia, non attenderti sazietà bensì d' udir lo spergiuro che più aberra;  
Misericordioso, non rinverrai misericordia ma ingratitudine atra che i soi colpi sferra;  
Puro di core, non Iddio ultramondano vedrai ma esigli lontani ti daran da mirar di là di Gibilterra;  
Vorrai la pace che nol troverai, e per essa non figliuol di Dio sarai nomato ma eunuco da gineceo o tutt' al più da serra;  
Perseguitato non i regni dei cieli saran toi, bensì celle sotterra;  
E insultato e calunniato, non sperar in ricompensa, ma rapido e più tosto rinserra:  
che codesta è la educazione che ti converra: iusta, e sanza fallo e che giammai erra;  
e tutto il resto dimentica, falsifica, non dimandar - e sovra tutto vola rasoterra.  
Non puoi antivedere i tesori sepolti di Charlomagno  
nè del duca o dell' arciduca le vergogne denunciar e il loro fagno,  
del buon pastor il santo vincastro non erediterai da impugnar per accompagno,  
nè tranquilla guida potrai aver quale compagno:  
non Beatrice e nemmen Laura, ma vipera victor seguirà il tuo calcagno;  
non di Enea ma di Didone esperirai le lacrime che revulsero invane  
e nessuna consolazione di philosophie, e non christiane:  
il tuo intelletto fu fatto troppo alto, e per esser sedotto troppo severo:  
per cui non supplicar alcun Virgilio, ma sotto le tue insigna attenditi sol Cerbèro.  
Non ti ripagherà la conoscenza del Dhamma, degli Evangieli, e neppur dei grandiosi Rg Veda  
fabule da ninfe che più fuggono e più fan da preda,  
da omini che con denti di dragon pensano di dar iscacco a la tregeda.  
Le tue Qabbale astruse non spireranno vita ne le membra di un Golemme  
e il tuo martirio non sarà rammentato innanzi alle porte eburnee di Gerusalemme,  
chè ben lo sai, e se nol sai leggi: non vien profeta da le grotte in Betlemme.  
Per li nodi non risalirà serpeggiando folgorante la smagliante Kundalini  
ma ad ogni verno ti piegherai sempre più secondo i consueti e senil decrepiti clini;  
il corpore de li sventurati non risanerai con le toe magiche siddhi  
ma de lo sfacelo impotente mesurerai l'altrui a Scilla, e l' tuo a Cariddi.  
Le erme rocche del passato non tu restaurerai,  
nè il futuro degli Iperborei con centurie prevederai.  
Non conoscerai i proietti dei non nati,  
e i morti non susciterai per arruolarli come tuoi vati:  
nol vedi che anche coi viventi sprechi fiati?  
Le tempeste non placherai per camminar su le acque, e rassicurar omini tribolati:  
nemmen le brezze obbediranno a te, ma ai farisei;  
e quando tentennerai, su la tua candela sapranno soffiar financo gl' alisei:  
non risposta superna ma certezza sempiterna: fuoco fatuo tu sei.  
Questa è la sapienzal di Cassandra ultima vertade,  
e dir di più son sol vulgata, e fole de la pueril etade.  
Per la grave colpa altrui che tu, Rex Iudeorum, non hai commesso  
non t'aspettar soccorsi nè fuga per fortuito o periglioso recesso:  
ma in prigione sei e ivi resta, Montecristo e reo confesso.  
La luna algida e gelida va a caccia ne le steppe di ghiaccio  
e il giovane leone spera ancor che un dio gliene risparmi il laccio;  
l'omo che sfidava la notte e col giorno fiero oggi contende  
d' Epicuro comprese la maxima λάθε βιώσας: la vita savia di nascosto trascende;  
e sempre più picciol la sua umbra che recede con l'orizzonte pastorale si confende  
e al transeunte viaggio de le candide nubi or si volse, e poscia s'arrende.  
E infin parve spirto un tempo da gran disio ignito,  
or sotto i cipressi maravigliosamente assopuito. (1)

In Scherzoso E Gentil Omaggio Al Viaggio Di Paolina

Intrepidi passavamo l' Acheronte  
come anime a cui il ciel ha conferito l'arte  
d' Orfeo di scendere al vespero ne le terre de la vendemmia proibita  
faville vive che vagano ne la foschia morta  
e che Cerbero nol vede, e non abbaia:  
ma Penelope non sarà lasciata a tesser ne l' Ade tele inani per le ombre.  
Tra i campi di glaucopidi asfodeli barlumi di corruschi spettri lampeggian:  
improvvidi come fuochi fatui dal nulla erompono e nel nulla subitaneo ritornan  
con un grido incomprensibile lì ne le Terre ove Giustizia e Profezia  
spirano in un alba che mai deflagra in giorno  
e che innocenti e veggenti impetrano  
senza fine nel non men tristo dei viventi beluin soggiorno.  
A riveder questi Argonauti, l' inferno trema anche quand' è in dipinto;  
e la tela vibra, e trema  
e quasi si fende  
a lasciar tralucere il fulgore del sole flammeggiante e completo che la insidia  
e da cui non si difende.  
Si sconfigge l' Erebo una volta sola  
ma prima che il gelo ritorni  
chi ha vagolato nel vento notturno delle malebolge  
troverà poca cosa sorvolare i mari Australi e i lor fieri sassi irridere  
e possente oceano che ruggisce si farà ruscelletto d'aqua irrisoria et azzurrina  
e com' angelo serafino e di leggiadrìa alessandrina  
da la caviglia sopraffina, perfetta com' in Paolina et soave et zuccherina  
involatosi sarà: a riveder seguro Jerusalem, l' Oltermarina.
Text footnotes
(1) L'impressione strana che potreste avere ricavato deriva da questo: la parola assopito non ha un accento che faccia perfettissima onomatopea con la parola ignito bensì rimane un lievissimo scarto che solo un madrelingua, probabilmente, potrebbe rilveare; epperò la rima prescrive di conferirgli la medesima enfasi. Nel momento in cui lo si fa, si presenta un terzo incomodo inavvisato epperò presentito, un ospite inquietante: sale leggiero il suffisso ito; ito: andato, morto, o sparito. La interposizione della u serve appunto a rendere più facile questa accezione.
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