La filosofia incomprensibile è tale soprattutto perchè non va compresa, ma assaporata: la filosofia, infatti, è in realtà una branca della poesia.
Ha cominciato Kant ma egli era ancora sufficientemente chiaro: tentare con il potere risolutivo della mente di definire l'indefinibile con _precisione_. Poi da Fichte in poi inizia questo trend della incomprensibilità concettuale. Hegel è bellissimo, ma difficilissimo. Fichte è spesso del tutto incomprensibile. Jaspers è come Hegel. Sartre fa una puntata nell' astruso con L' Essere E Il Nulla - poi arriva Heidegger.
Ed Heidegger è a volte il più incomprensibile di tutti - anche perchè esibisce una rarefazione notevole, è come se cercasse di definire in termini complessi una nebbia, una fuliggine.
E osa anche di più: introdurre la poesia nella filosofia....
Alla fine si iniziano a rimpiangere quei filosofi dove la chiarezza ancora non richiedeva alcuno sforzo - si inizia a rimpiangere la militanza di Diderot, il sarcasmo di Voltaire, la olimpicità di Goethe, la umanità di Leibniz (non quello della Monadologia, ovvio), la sovrumanità perfettamente comprensibile di Nietzsche.
Questo frenetico ingresso della filosofia nell' incomprensibile che si inaugura con Kant, e che si sviluppa come frainteso del suo approccio, non mi è mai parso davvero necessario.
Perchè Heidegger, questo pensatore impossibile e nemmen così profondo, affascina? Da un lato per snobismo: dire che leggi Heidegger fa fico. In realtà egli è un Iperboreo inane: filosofa dopo la fine della filosofia. Quel che affascina è dunque l' idea che dopo il nulla sia ancora possibile dir qualcosa. Qualcosa che Heidegger non sa dire nè dice, ma che osa. Pattuglie di spettri nella nebbia, che ancora combattono.
Epperò: «Possiamo apprezzare un pensatore solo pensando. Ciò richiede il pensamento di tutto ciò che di essenziale il suo pensiero ci pensa» (Heidegger). Malgrado la apparenza (intenzionalmente) astrusa, la frase è molto vera: basta infatti pensarla un attimo, e il suo nodo si scioglie, e si appalesa come verità. Non si criticano i pensatori: semmai, si ri-pensano.
Heidegger distingue enti (=fenomeni) dall' essere: gli enti sarebbero la declinazione di una pangea dell' essere non meglio chiarita situata sullo sfondo. Ma quando chiede "Come è possibile in generale l' ente e non piuttosto il niente?", l'oscurità un po' si dirada. L' "essere" risiederebbe in questa domanda: come mai è ciò che è, e non piuttosto il niente che sarebbe assai più facile ed entropicamente giustificato?
L'essere dei fenomeni in quanto tale, cioè indipendente dalle loro articolazioni, esisterebbe nella misura in cui è possibile porselo come domanda che sussume gli enti. In tal caso l' "essere" eisterebbe poichè esisterebbe il niente: esistendo la ontologia del niente, parrebbe legittimo postulare quella dell' essere.
Induce in errore sottolineare che nella sua domanda Heidegger parla di ente come contrapposto al ni-ente: l'artificio è meramente retorico, è una metonimia metafisica: siccome ente e ni-ente si corrispondono come polairtà lessicali, viene impiegato il termine "ente", ma leggasi "essere" - così come si può dire "il ferro" per significare "la daga".
Questa difficoltà del linguaggio data dalla metonimia e dalla sineddoche, appartiene al linguaggio stesso.
La battaglia per avere la parola, o per avere l'ultima parola, in realtà non è che la battaglia per la parola tout-court. Quando Kant inventa un lessico per l' anima, e Freud ne inventa un altro per lo stesso argomento e vince, diventa chiaro che spesso non si inventa la parola per dire l'inidicibile, ma per dire o ridire il dicibile. Il che è verità antica, scritturale: Adamo conferisce "nomi".
La difficoltà nella lettura di Heidegger deriva da questo: che è impossibile capire Heidegger (ed io ci ho messo un po' per capire questa cosa) se non si tiene il suddetto a mente: egli non dice solo il nuovo, ma ridice anche il vecchio - solo che impiega un lessico di sua invenzione, poichè egli battaglia apertamente per la parola, per imporre il suo Verbo alla gnosi: e se non si hanno le tavole di trasduzione, egli diventa assai più incomprensibile di quel che è.
Se vuoi essere fuori (o dentro) Heidegger in dieci secondi, impara la sua lingua e capirai il suo linguaggio