Below you can find the text of the snippet you want to read, and the list of the other snippets by this author if available. What are snippets?
Snippets are texts you edited that either you or other Full Poster members may reuse elsewhere on Full Poster, for instance inside blogs, as if they were quotations. Publishing a snippet implicitly means you accept it will be available to other members too for inclusion. If your snippets are included in the texts of other members, it will be printed a link that credits you as the author of the included snippet. Snippets are very useful in case of long quotes, exemplary descriptions or codes that you plan to use often, because they spare you the need to type their texts again, and they increase your visibility via the products of other members. If a member has banned you from his/her friends you will not be able to include his/her snippets as long as the ban is active. To Insert a snippet you must know its unique Identification Number, and then use the following syntax: either a white space or a new line, then an exclamation mark immediately followed by the identification number of the snippet to import, and then again either a white space or a new line: !1234567 You can't insert snippets within other snippets. See the list of the snippets by all authors.
«La noia profonda che va e viene nelle profondità dell' esserci come una nebbia silenziosa. (...)
Nell' angoscia l'ente nella sua totalità vacilla (...)
Il Niente nientifica ininterrottamente (...)
Fa dell' uomo il luogotenente del niente (...)
Nel domandare del niente accade un tale andare oltre l'ente in quanto ente nella sua totalità. Così la domanda si dimostra una domanda metafisica. (...)
Ogni domanda metafisica abbraccia sempre la totalità della metafisica. Inoltre, in ogni domanda metafisica l'esserci che domanda è sempre coinvolto nella domanda. (...)
Solo perchè il niente è manifesto nel fondo dell' esserci, può sopraffarci il senso della completa estraneità dell' ente, e solo se questa estraneità ci angustia, l'ente ridesta e attira su di sè lo stupore. (...)
L' andare oltre l'ente accade nell' essenza dell' esserci. Ma questo andare oltre è la metafisica stessa. Ciò implica che la metafisica faccia parte della natura dell' uomo. (...)
La metafisica è l' accadimento fondamentale dell' esserci (...)
Affinchè esso ritorni costantemente alla domanda fondamentale della metafisica, a cui il Niente stesso ci costringe: perchè è in generale l'ente e non piuttosto il Ni-ente?»
(Martin Heidegger * - Che Cos' è Metafisica?)
L' essenza del nichilismo risiede nel terrore che i significati possano esaurirsi. E' irrilevante a questo punto se questa evenienza possa verificarsi o meno: il semplice fatto di poterla postulare, è sufficiente ad evocare l'ipotesi ed a consegnarla ad una esistenza istantanea che oramai esige d'esser fronteggiata. Essenza della psico(pato)logia: Lo posso pensare, dunque potrebbe anche essere; cogito, ergo est.
Se al contrario fosse possibile una sintesi che unifica tutti i significati in un nucleo conclusivo e risolutivo, questo nucleo coincide ancora con l'esaurimento per condensazione di tutti i significati: ed il Nirvana è noioso.
Se invece i significati non possono esaurirsi, allora siamo condannati ad un eterno pellegrinaggio all' interno di una rapsodia la cui sostanziale futilità non ci sfugge: quella «rapsodia di percezioni, mai inquadrabili coerentemente addentro ad alcun testo» cui si rivolgeva Kant ed a cui subito ci ridurremmo se dovessimo apprendere le cose ogni volta come fosse la prima volta, e mai come se fosse almeno la seconda - il che senz'altro ci accadrebbe qualora i significati fossero infiniti ed incondivisibili. L' essere si è votato al nulla.
Tradotto all' incontro con questi dilemmi, l'essere dovrebbe subitaneamente essere visitato da un satori all' incontrario: se il satori è una illuminazione istantanea dove un deliquio dispensa siddhi manna e doni, la autoconsapevolezza nichilista sarebbe un cortocircuito che dovrebbe esitare in una fulminazione dove ogni luce orientante si eclissa; e come nell' incontro fra un protone ed un antiprotone, tutta la informazione si dovrebbe annichilire nella nequizia di un lampo immenso, breve y final, che da una postazione remota nella immensità tartarica del buio cosmico potrebbe esser testimoniato quale un isolato, inspiegabile e puntiforme flash attestante che da qualche parte vi è stato, subito spentosi, il vano e perciò stesso ancor più prometeico singulto all' essere.
Il che non ci accade ¿Non accade perchè il mancato sopraggiungere di alcunchè è talmente consistente con la prosaicità della conclusione nichilista che la corrobora rinnegandosi finanche alla apocalisse, o non accade perchè c'è qualcosa di sbagliato nel ragionamento? Forse che da uno spiraglio inatteso una lama di luce torna a sciabolare sulla antica maledizione di Pandora: la disgustosa, patetica speranza di uno sconfitto che non sa rassegnarsi? Se così fosse, la risposta al nichilismo potrebbe stare nei fatti: nel temperamento morale di un essere che a dispetto di tutte le congiure non cede. Rinascita dell' Etica e di Ulisse.
Tuttavia, come una onda che prima si gonfia e poi si frange, alludere al fatto che l' essere "può essere distrutto, non vinto" (Hemingway, che al contrario di quanti lo han frainteso non era un epigono del nichilismo, ma è una risposta al nichilismo), che sulle vette della disperazione di Cioran si consolida pur sempre il grido di Aiace, e che l'epoea possa inaugurare una nuova stagione di entusiasmo e di intraprendenza, sembra essere solo la reiterazione di un palinsesto già visto: il riallestimento di una scenografia eroica già calcata, e sulla quale peraltro troppo spesso ci muoviamo qual maldestro attore che dimentica la sua parte, e come tale destinata ad esser spazzata via dalla medesima risacca.
Quel che potremmo aver guadagnato, è solo la possibilità di garantirci l' Eterno Ritorno. Il che ci rispedisce dritti fra le braccia del nichilismo, al quale risponderemmo di nuovo con l'ostinazione o dell' eroe che nonostante tutto persiste o dell' antieroe che anche nella sconfitta ravvisa il profilo del redentore. Alla fine della partita, parrebbe vincere il nichilismo: per lo scarto di 0,1 con il quale partiva avvantaggiato. Se ad ogni oltraggio nichilista rispondo colpo su colpo con il vitalismo eroico, l'ultimo colpo rimane quello nichilista.
Tuttavia occorre ribadirlo: qui raggia già una soluzione, ed è solo la nostra ambizione che ci fa dichiarare insoddisfatti.
Nostra Signora Delle Consolazioni: Ella appare nel fatto che almeno l'eroismo etico non ci possa giammai venir precluso.
E se:
«In una società diversa (...) ogni orizzonte etico diventa impossibile, perchè in pratica si è costretti dalle circostanze a compiere ciò che eticamente consideriamo male, mentre per rifiutarsi di compierlo bisognerebbe superare i confini dell' etica e agire quindi in conformità ad una scelta eroica che nessuna etica può prescrivere come norma» (Sergio Quinzio)
allora a maggior ragione l'eroismo, trapassando dalla profilazione etica a quella iperetica, dimostra di essere eroico proprio nella misura in cui è anche assolutamente etico.
Perchè l'eroismo etico consiste nel sottintendere che anche se non possiamo (un "possiamo" trascendentale, cioè senza oggetto circoscrivibile) o non abbiamo potuto (o voluto), avremmo comunque potuto se solo ci fosse stato consegnato un mondo diverso: perchè la tempra con la quale abbiamo risposto attesta che sono state le circostanze fenomenologiche e non la nostra pusillanimità a siglare la nostra disfatta. Infatti colui che è incapace di eroismo e di etica, è anche colui che non potendo in questo mondo lascia capire che non ha potuto perchè non avrebbe potuto in nessun altro mondo; oppure che, allorquando può, lascia capire che ha potuto poichè avrebbe potuto solo nella comoda convenienza delle circostanze di questo mondo e non già in quelle di qualsiasi altro mondo: la bancarotta morale e l'impotenza etica sono debiti tanto irredimibili, quanto l' eroismo è riabilitante proprio per via della sua potenza ubiquitaria. Le contingenze che mi esiliano non mi respingono in quanto sarei troppo insignificante per essere assimilato, ma proprio perchè la mia magnitudine è incompatibile con l' acclusione: si deve essere annichiliti proprio perchè, diversamente, il fato che ci vederebbe vittoriosi appare segnato - et in hoc signo vinces.
E questo costituisce già la sconfitta del nulla, infertagli dalla persistenza della nostra idoneità ad opporre ad ogni sua abdicazione di significato un nostro controsignificato solerte: bella è codesta Madonna.
Perchè possiamo concettualmente affiancare eroismo ed etica? Perchè si può addivenire all' eroismo solo davanti alla sproporzione: come Thomas Mann scrisse, «tutto quel che di più nobile un essere umano può fare non è mai stato un grazie a ciò ma sempre un nonostante ciò». Davanti all' ordinario c'è solo la ordinaria amministrazione; e quando anche l'ordinario si fa epopea e produce eroismo, quando cioè le peripezie della banalità della vita quotidiana iniziano a ritagliare l' Ulisse di Joyce anzichè quello di Omero, non è perchè l' ordinario sia eroico, ma perchè addentro alla capienza ridotta dell' ordinario si rivela meglio la irriducibilità ed incommensurabilità delle anime che imprigiona.
Dire pertanto che la morte, paradigma di tutte le sproporzioni, oggi non ci spaventa, o che oggi la mia morte per me non conta, significa che la epifania di quell' oggi è tale poichè ho delineato un perimetro odierno tanto fugace quanto incantato addentro al cui momento io mi muovo in stato di grazia: e codesto stato non si consegue se non perchè si è attivamente assunta una statura morale.
Sfidare la morte è un antico grido di battaglia che ripropone la lotta fra gli aneliti della Libertà ed i reami della Necessità, il che si riconverte immediatamente in etica: allorquando, assediato dalle urgenze ineludibili di una Necessità che senza più alcuno scampo mi incalza in un angolo, io ribadisco la mia prospettiva rifiutando di soccombere integralmente a quelle impostemi cioè rifiuto di consegnargli finanche il mio consenso, io sto riaffermando al cospetto della strapotenza dei fatti e della morte che non appartengo nè agli uni nè all' altra; e se non si appartiene nè alla dismisura dei fatti (la necessità) nè a quella del caso ("state apparecchiati, perchè non sapete quando il padrone arriverà per chiedervi conto", dicono i Vangeli), questo può accadere unicamente in quanto, con il mio fatto eroico, dimostro di appartenere piuttosto alle misure dello spirito e dell' imperativo categorico: il che costituisce proprio la quintessenza di ogni autoaffermazione morale.
Forse vale precisare in questo contesto che un atto morale non è necessariamente eroico, mentre un atto eroico invece è sempre e necessariamente anche morale: il primo non attinge senz'altro al diapason dell' eroismo, il secondo invece è la escalation del primo; pertanto, quando i due atti si configurano come dioscuri, è perchè il primo trapassa nel secondo ed il secondo vi si fonda sopra tetragono.
La differenza sembra essere di prospettiva: dopo la mia scelta, l'atto eroico padroneggia il dolore e non vi si identifica seppur lo prova; l'atto morale al contrario non sempre si coniuga con una autoconsapevolezza del riscatto guadagnato: posso essere morale ma cotanto disperato da non avvedermi della scelta etica perpetrata coram necessitate, ed intraprenderla con un senso di pena predominante verso le avversità patite piuttosto che di autocoscienza verso il risultato cui sono pervenuto; e tale percezione, prevalendo, mi offusca e mi preclude la vertigine eroica.
Oppure, potrei intenzionalmente rinnegarmi alla opzione eroica, e sopravanzare nella mia scelta morale con il quietismo ed il sereno splendore di un essere che sinceramente si rifiuta ad ogni magnificazione: ma è proprio il fatto che io intenzionalmente rinuncio all' eroismo quel che tradisce attraverso tale intenzionalità la plenitudine della autoconsapevolezza guadata; ed il semplice fatto che ci si sia per un istante insediati in tale stadio, certifica il mio atto come munito della totalità della gerarchia morale prima conseguita e poi rassegnata: e dunque eroismo vi era.
Infine, possono darsi atti presuntivamente eroici ma non etici: sono casi di misnoming. Questo non significa che si debba aspirare all' atto eroico senz'altro: significa solo che se lo si vuole chiamare tale, bisogna prima esser sicuri che lo sia.
Ogni atto morale presuppone una scelta, in assenza della quale non è possibile conclamare alcun merito o demerito: e senza merito, non si ravvisa giudizio morale.
Se io passo di vittoria in vittoria schiacciando con successo mille avversari e difficoltà, o anche se io sconfiggo il male occorso agli altri senza mai esserne toccato e commosso ovvero senza mai riconoscerlo come mio e non unicamente altrui, io mi snodo invitto ed estraneo lungo un teorema di eventi fortuiti oppure fortunati se non presuntuosi e vanagloriosi, ma non lungo atti morali perchè le mie vittorie non sono frutto di scelte: ed in assenza di scelta non vi è atto morale, ed in assenza di atto morale non vi è più eroismo.
L'atto morale significa prendere la decisione scomoda, o non è morale: prendere la decisione comoda, ovvero quella che mi lascia arridere una sicura vittoria, non è eroismo ma opportunismo od ignavia; ed una teofania dove mi avvolgo di gloria non è la stessa cosa di una teodicea dove mi confronto col Male sentendomi chiamato ad una scelta che mi pone in causa con tutto l'essere: non con la sola gloria, ma con la gloria ed il tormento.
Nel momento in cui appartengo allo spirito, io sono morale ed eroico solo in quanto ho scelto di appartenervi nonostante la congiura di sirene che mi chiamavano altrove. Diversamente, sono solo un vincente: il che è proprio il motivo per cui spesso vincere viene presentito come potenzialmente immorale.
Dunque, se l'ultimo colpo inferto rimane comunque quello del nichilismo, dobbiamo giocare sapendo di perdere - per quanto con una consolazione: perdiamo tutto, ma lo perdiamo di poco. Il dilemma dell' essere sembra ricapitolarsi tutto lì. E nel fatto che, dopo tutto, al totalitarismo del nichilismo noi agognamo: se devo perdere di poco, dimostrerò il mio valore perdendo freneticamente e del tutto - il Giocatore.
D'altra parte, al cospetto della ontologia le valutazioni quantitative si fanno subito o relativistiche o irrilevanti: i problemi si pongono cioè con una fisionomia assoluta inidonea a diluirsi in valutazioni attinenti al dosaggio, ed anche il più piccolo di loro reclama la propria soddisfazione coinvolgendo la totalità dei poteri dell' essere. Che io vinca tutto o perda poco, che io vinca poco o perda tutto, in ogni caso le problematiche mi si pongono come problematiche di principio e non di dettaglio; e questo per il valido motivo che non ha senso scovare una soluzione il cui potere risolutivo, per quanto elevato, non lo sia abbastanza da focalizzare e risolvermi il tutto: non ha infatti alcun senso affaticarsi applicandosi alla risoluzione di un problema risolvendolo solo in uno dei suoi gradi possibili, in attesa che la impotenza della laboriosa soluzione mi si appalesi al fatal sopravvenir del grado successivo.
Si dovrebbe osservare, anche, che vincere è volgare: conniventi con la nostra perenne insoddisfazione, ben sappiamo che rassegnarsi a bere interminabilmente martini e giocare a golf sotto le bandiere della vittoria non è necessariamente più nobile che confrontarsi con le diuturne visitazioni dei fantasmi della sconfitta, bagnando di lacrime le lenzuola di notti insonni - nel mentre che è senz'altro più frigido e insensato. Tuttavia, a che servirebbe paragonarsi con una sconfitta che è permanente: rammaricarsi all' Inferno ha poco senso, e ne ha almeno tanto poco quanto ne avrebbe gioire per sempre come beati, o come beoti, nel Parnaso.
Oh sì, sotto queste braci cova qualcosa: perchè se ci sembra di capire chiaramente cosa non vogliamo, non si capisce affatto, invece, che cosa vorremmo. Dio fa bene a non risponderci.
La morte ci dispiace, ma di una vita eterna non sapremmo poi che farcene: non è forse proprio questo il problema che afflisse Dostoevskij in uno dei suoi più brutti romanzi (brutti poichè se il problema che solleva è affascinante, la conduzione che ne fa lo è molto meno), L' Idiota? In una tensione morale che sia totale e permanente noi non possiamo vivere: ma nella fatuità sentiamo invece di non vivere davvero.
Forse che la soluzione è epicurea: filosofare in mezzo all' alcool, in attesa che la morte faccia piazza pulita dei bagordi del simposio?
O che avesse ragione Sofocle: l'essere, finanche nella sua stessa fibra biologica, è una macchina per enigmi, una engimatron - e che nell' esser macchina ed enimma al tempo stesso esso riconcili empirismo con idealismo, ed assolva così ad una necessità cosmica di trasduzione del segnale?
L' approccio di Kant, e prima di lui delle filosofie Zen, era giusto: il problema gnoseologico, cioè del "come conseguire una verità certa" (Cassirer), è un falso problema, poichè ben più urgente del conoscere qualcosa di certo, è il comprendere come (e cosa) conosciamo. E, indubbiamente, la origine di questi problemi sembra quella individuata dal mito biblico: i problemi che ci irretiscono si evolvono dal distinguere il bene dal male, sono cioè problemi di ascrizione del valore - da cui il magistrale frainteso di Marx che ritenne e rivendicò la assegnazione del valore pecuniario come fondante la bilancia dei valori etici, anzichè come sua derivata: ma noi assegnamo valori da sempre, quindi è la capacità di assegnare valori quel che deve essere investigata, e non la sua transeunte applicazione.
Il nichilismo è una sfida che ci irretisce nella sconfitta, nella insufficienza dei significati che scaturisce dalla loro inesauribilità: insoddisfatti da entrambi, dimentichiamo che il problema non nè è il significato, nel cui raggiro possiamo pascerci solo a patto di illuderci che sia anche quello vero, nè la sua assenza, nel cui strazio possiamo indugiare solo perchè ancora capaci di ulteriore significato in stallo; ma è il significato del cimentarsi nell' inventare significati - incluso, a scanso di equivoci, il cinismo: esso può rallegrarsi nell' ostentare il diniego di ogni significato solo a patto di barattare la futilità della ascrizione di un significato con quella della sua sottrazione, e convincersi di un qualche significato di quest' ultima operazione nel mentre che, in un festival d'arbitrio, lo nega a quell' altra.
Dire che i significati sono inventati, infatti, non coincide senza scarti con il nichilismo: e sarebbe assurdo che la intransigenza con la quale ci affoghiamo nel nichilismo debba invece tradursi in indulgenza rispetto a questo equivoco e indurci a dire ch' esso non conterebbe. Dire che i significati sono inventati non significa sottoscrivere il corollario che allora i significati non sono; significa piuttosto chiedersi: perchè il significato - che cosa è un significato?
Rispetto a questa domanda, il nichilismo è una reazione che si presenta come già catalizzata, come un fatto; una conclusione, se si preferisce, e che viene data, sì: ma che non è transitata attraverso alcuna risposta o che, comunque, non rivela il tragitto di questo transito.
Chiedere perchè il significato, non equivale a sostenere ipsa quaestione che allora il significato non è; la domanda, al cospetto del nichilismo, resta inevasa. Il fatto che noi si sia capaci di chiederci perchè il significato, secondo il nichilismo coincide certamente con la risposta: ergo nessun significato. Questa certezza partecipa dell' assiomatico, cioè è tanto certa quanto indimostrata. Non nego che possa venir dimostrata: nego che si sia anche solo provato a farlo.
Negli ultimi tre secoli, il nichilismo sembra essere stato la pietra d'inciampo di tutto lo sforzo filosofico - e ciò è accaduto anche perchè in troppi non hanno avuto il coraggio di Nietzsche, che lo ha voluto vivere anzichè interrogarlo e contraddirlo, e sembrano aver lottato come se fosse da ritenersi scontato che il nichilismo fosse cosa da cui dover rifuggire, ed a cui dover scovare e dare una soluzione così come ad un birbante si dovrebbe dare un tutore: insomma, uno scandalo irrimediabile a cui porre rimedio; in assenza del che la vita, nessuna vita, sarebbe più stata degna d'esser vissuta.
Auschwitz stesso fu fondato sul principio che è possibile fornire a qualsiasi essere umano la dimostrazione che tutte le sue ascrizioni di significato sono insignificanti, e che lo si potrebbe fare atterrendolo con la esibizione della geometrica potenza della sistematicità; e vi è indubbiamente qualcosa di insolito in tutto questo: poichè per quale motivo sono stati posti in essere cotanti sforzi per dimostrare che il nichilismo sarebbe definitivo? Sarei stato incline a pensare che qualcosa ritenuta cotanto assolutamente autoevidente, non necessitasse affatto di sforzo alcuno: e quando al nichilismo si chiede l'onere della prova, non è perchè è difficile per noi confutarlo, ma perchè è difficile per lui dimostrarsi.
Dire che noi inventiamo i significati, epperciò tutti i significati non sarebbero altro che affabulazioni o speciose macchinazioni, è una conclusione che si può trarre solo ignorando che il problema, la domanda a monte, non è quale valore abbia questo significato inventato che ora, come un frutto maturo, come una melagrana aperta e deposta su di un vassoio, ci vien consegnato in qualità di prodotto finito: come tale potrei concordare che i balocchi dell' homo ludens sieno (o sembrino?) inani; la domanda a monte, piuttosto, è: perchè (noi inventiamo) il significato? Il frutto può non piacerci, ma nulla ancora sappiamo dell' albero: Adamo sapeva assegnare nomi alle cose già prima di esser maledetto per aver voluto tentare, "questa volta" ("hoc nunc", dice la vulgata latina), di assegnargli anche i valori (bene/male).
Possiamo discutere sulla opportunità dei valori di volta in volta ascritti, e quale Moira mai paga squalificarli inesorabilmente tutti ed uno dopo l' altro; ma che abbiamo da dire riguardo al fatto che ascrivere non solo valori ma anche nomi sia per noi fenomenicamente possibile in sè? Come per Kant «il primo passo che occorre fare in questo campo non è quello di rendere la rappresentazione di un oggetto chiara, ma di rendere la rappresentazione di un oggetto in generale possibile», così per noi la prima domanda cui occorre rispondere non è quella di riqualificare o svilire questo oggetto che ci si è posto, ma quella di capire come, in generale, esso abbia potuto porcisi.
Questa, è la domanda giusta.
Forse la ermeneutica del significato, forse finanche un suo biogramma, son già stati tracciati; ed è certo che quella domanda sia già stata posta. Epperò affinchè una domanda sia proficua, cioè affinchè si profili anche come quella giusta, è necessario che essa sia posta di fronte al problema da cui eccheggia: si tratta cioè di una problematica situazionale e non storica. Ci sono dilemmi che hanno bisogno della loro domanda giusta per esser sciolti, e risposte giuste che hanno bisogno di ritrovare le domande cui pertengono per solidificare.
Al cospetto del nichilismo chiedersi «perchè e che cosa sia il significato», significa ritrapiantare la domanda nel suo ambiente naturale, quello per risolvere il quale venne proposta. E se anche, invece di essere insorta da quella compagine nichilista, la domanda ne avesse evocato la sfida, ancora una volta avremmo comunque ricomposto la sigizia e riconsegnato alla serratura la sua chiave ed alla chiave la sua serratura, indipendentemente da chi poi sia chiave e chi serratura: perchè si sente che ingranano, ed un cieco che infilasse una chiave in una serratura sarebbe cieco senza inconvenienti poichè non ha alcun bisogno di verificarne preventivamente l'addentellato onde indovinare che gira, ch' eppur si muove.
E del significato diamo testimonianza noi: sia che noi lo si riveli sia che noi se ne sia i ricettacoli, di questo fuoco siamo comunque noi le vestali; ed in quanto titolari siamo qualificati ed idonei a vaticinare dove cade l'accento, e ad impartire un altro giro alla vite - another turn of the screw.
Quando Fichte dice che l' io ed il non-io si definiscono vicendevolmente, fa trasparire questa ipotesi: che il nulla sarebbe un prodotto dell' io stesso, che è tanto capace di evocare una raffigurazione calamitosa quanto di esplicare una attività distruttiva; è nelle sue facoltà il poterlo fare poichè, potendo creare, nulla impedisce che quel che viene creato sia proprio una ideazione di annientamento.
Cioran parla di "un genio malefico" che "presiede ai destini della storia, una provvidenza particolare, è vero, e quantomai sospetta, i cui disegni sono meno impenetrabili di quella originaria (reputata benefica) solo perché essa agisce in modo che le civiltà di cui guida il cammino divergano sempre dalla direzione primitiva, per raggiungere l' opposto delle proprie mire, per cadere nel baratro con una pervicacia ed un metodo che manifestano molto bene le trame di una Potenza tenebrosa e ironica".
Se le tenebre sfoggiano un ghigno ironico, questo ghigno non sta affatto nelle tenebre ma in una volontà della immaginazione che si autoraffigura ghignando. Se io e non-io si delimitano reciprocamente "in forza della opposizione secondo cui al non-io spetta quanto non spetta all' io" (Fichte), allora quanto spetta all' essere non dovrebbe spettare al nulla, ed ascriverglielo è un preconcetto: perchè è l'io, e non il fatto, che ghigna e che ci angoscia.
Vero è che poi sopraggiunge nequizia e la morte fisica spazza via l'equivoco poichè segna il trapasso dalle rappresentazioni funeste dell' io alla pre-potenza dei fatti.
Di fronte a tale obiezione non varrebbe dire che se la morte è un fatto che comprova la sussistenza fattiva del nulla, allora la nascita sarebbe un fatto che comproverebbe la sussistenza dell' essere: infatti, nella età immemore di un universo che esiste da eoni, si nasce da molto poco; mentre per miliardi di anni (ammesso che il tempo abbia un valore) non è nato nessuno ed il nulla incosciente regnava onnipotente ed incontrastato come ripromette di tornare a regnare.
E tuttavia la domanda più giusta da porsi rimane quella: cosa sia e perchè esista il significato.
Perchè se non riusciamo nemmeno rispondere a questa domanda, che attiene al dominio della nostra vita, non ha alcun senso preoccuparsi di rispondere a domande che a quel dominio sono senz'altro sottratte: quelle della morte, di un'altra vita, della vita prima della vita, della vita dopo la vita, e del nulla eterno, de "il prode ingegno con la tenaria Diva, e de l'atra notte, e de la silente riva" (Leopardi).
Può darsi che focalizzarsi sulla domanda giusta sia solo una proroga in attesa che l' appello riconfermi la sentenza di prima istanza; solo che questo noi non lo sappiamo. Sappiamo, invece, che la risposta alla domanda su cosa sia il senso e quale sia il suo perchè non è mai stata data. E se il nulla ci perseguita come tenebra che ghigna, lo fa proprio perchè si pone in tal modo in qualità di significato e non di fatto: diversamente dal che non ci avvincerebbe, e ci assassinerebbe trovandoci deludentemente indifferenti.
Non bisogna confondere fra le produzioni del significato e quelli dei fatti, perchè nel momento che ci si appalesa una produzione di significato che affianca quella dei fatti, si appalesa anche che forse, in assenza della produzione di quei significati, cesserebbe anche d'apparire problematica la produzione dei fatti - la morte.
Per cui, assolutamente ed in tutti i casi, alla domanda giusta è o indispensabile o propedeutico riuscire a dar risposta.
Infliggere la violenza è solo un modo di inoculare surrettiziamente un significato: è una mimesi cosmica del significato.
Per questo ha poco senso investigare e perseguire il mito per il mito o la storia per la storia, od il mito per i costumi e la storia, magari, per la analisi sociologica: perchè sia il mito che la storia, sia i costumi che la sociologia, esistono tutti unicamente nella misura in cui sussiste il significato; poichè il mito è per il significato, e la storia ed il fato ci trascinano sì, ma grazie ai significati che ci impellono.
Le "cose nascoste sin dalla fondazione del mondo" di cui parla René Girard non sono i sacrifici Vedici, ma il corredo di significazioni misconosciute che pur tuttavia essi risvegliano, rievocano ed enigmaticamente riattualizzano.
La vera scienza occulta non sedimenta in un alambicco ma in quell' evento arcano, tanto perennemente dissimulato ed afono quanto ubiquo ed afasico, che è il significato e la possibilità della sua ascrizione, induzione, deduzione.
Quando pensatori come Emanuele Severino si impegnano a dimostrare la insostenibiltà logica del nichilismo con la meticolosità di un roditore intento a far breccia su di una corteccia refrattaria, si sforzano di confutare qualcosa che non ha affatto perorato la propria causa: si preoccupano di sconfessare una risposta che non è mai stata data.
Il che, nonostante le deduzioni (allorquando capite) possano rivelarsi appropriate, potrebbe far sospettare una forma di malafede (che non viene affatto ascritta a colpa, ma ecumenicamente ben compresa): e cioè che non si fronteggia il nichilismo perchè si pre-sente davvero una verità altrove, ma soprattutto -se non unicamente- poichè lo si teme; e nella urgenza di scovare un rimedio che tamponi la falla da cui si imbarca copiosamente acqua di mare, si accorre con soluzioni posticce.
Potrebbe non essere il caso di tentativi come quello di Severino, che qui viene addotto solo come comoda istanza di analoghi espedienti: per quanto i mezzi impiegati parrebbero confermarlo. Nella algebra delle proposizioni puoi tradurre ogni schema di linguaggio in un altro equivalente che ne preserva il senso pur impiegando operatori diversi: ad esempio, una affermazione può essere assemblata con una sequenza opportuna di negazioni. Disquisendo su Parmenide, sulle spalle di una cui frase vien fatto gravare tutto l'onus della genesi del nichilismo, Severino sembra proprio impiegare una siffatta algebra, anche se non ne invoca mai direttamente i sintagmi ufficiali; come altro leggere, infatti, espressioni quali:
«basta osservare che questa osservazione divide l'intero in due campi, in uno dei quali (sia C1) il positivo si oppone al negativo, mentre nell' altro (sia C2) il positivo non si oppone al suo negativo. Pertanto, poichè C2 è il negativo di C1 e viceversa, si viene a dire (quando si vuol salvare l' incontraddittorietà di C1) che C1 si oppone a C2 e (quando si vuol porre la contraddittorietà di C2) che C1 non si oppone a C2. L'affermazione limitata dall' incontraddittorietà è contraddittoria. C'è però, da parte di questa affermazione limitata, la possibilità di limitarsi ulteriormente, in modo da evitare di essere autocontraddittoria nel modo qui sopra indicato. Se x, y, z è il contenuto di C2, è sì necessario, per mantenere la determinatezza di C1, che anche C2 sia determinato - ossia si opponga a C1, proprio perchè C1 è tenuto fermo nella sua determinatezza, ossia nel suo opporsi a C2- ma non sembra necessario che le determinazioni di C2 (ossia x, y, z) si oppongano tra di loro: per la determinatezza di C1 si richiede la determinatezza di C2 rispetto a C1, ma non la determinatezza dei termini che costituiscono il contenuto di C2. dando un valore concreto alle variabili x, y, z, sembra che giudizi del tipo (...)»
Ora, cosa costituisce la suddetta citazione se non che un aperto ed intenzionale tentativo di affrontare il nulla con l'algebra?
C'è l' insiemistica (C1 e C2), si intravede la scala cartesiana dei valori numerici positivi e negativi, ci sono le categorie booleane di vero e falso sotto le mentite spoglie della diade contraddittorietà/incontraddittorietà, e ci sono, senza equivoci, variabili chiamate come tali e per l'appunto situate dentro la più trita trimurti della algebra scolastica: miss x, doctor y, e mister z.
Il sospetto è che i nostri argomenti non siano affatto muniti della forza ineluttabile della matematica cui fanno appello, bensì che siano espedienti disperati: non incontrovertibili, bensì artificiosi; e più che conclusioni pertinenti, paiono asserzioni gratuite. Il nulla che ci stringe e che ci attanaglia, non solo non ne risulta sconfitto: non ne appare nemmen scalfito. Nemmeno si gratta.
E' come riproporsi di battere il nichilismo colpendolo sulla testa con un volume di grammatica, confidando sul fatto che sia corretta ed impeccabile: e dal nietzscheano "come si filosofa con il martello", si passa a raccomandare come si filosofa con lo spolverino.
Il fatto è che per quanto in simili algebre logiche si traduca una proposizione nell' altra tentando di materializzare un giudizio a furia di morphing, non si perviene mai ad una dimostrazione della verità delle proposizioni che possa sussistere come portato autonomo idoneo a sopravvivere al di fuori del campo in cui matura, poichè esse acquisiscono verità solo all' interno di una astrazione che comunque, alla fine, si sottrae al criterio della falsificabilità e si autocertifica: il sistema, che prima genera le proprie verità e dimostrazioni, e poi le protegge sottraendole al fuoco avverso. Nessun giudice coscenzioso giudicherà mai della sorte di un imputato usando le tavole della verità algebriche per pervenire alla soluzione del caso, e dirimervi il vero dal falso: sentirebbe che qualcosa di inumano troppo inumano sopraggiunge, e sopraggiungendo non quadra.
Si arriva facilmente ad un crocevia, con tali algebre, dove davvero autoevidenti ed inappuntabili sono solo quelle proposizioni che non potranno mai rilasciare alcuna verità: ovvero contraddizioni e tautologie - le prime per essere ostensibilmente false, le seconde per essere innegabilmente vere.
A tal punto l'unica logica commendevole diviene quella dell' inusabile potere risolutivo che siffatto sistema promuove: e cioè che vero sarebbe nientedimeno che ciò che è già vero (tautologia), mentre falso sarebbe nientedimeno che quel che ci dice chiaramente di esserlo (contraddizione) - e siamo atterrati sulla pista del nichilismo trasportati dai cargo dell' algebra, poichè siamo ridotti a non poter conoscere null' altro se non che quel che non vale la pena conoscere: il pedissequo ovvio.
La logica delle proposizioni diviene quella cosa così tanto logica al cospetto delle sue stesse pro-posizioni, che sembra sussurrarci non solo d'esser patentemente vera, ma anche che qualora avesse a rivelarcisi in qualche modo falsa, non potremo più abbandonarla sol perchè non è convincente, o sol perchè è chiaramente falsa, o perchè illogica: la sua dimostrazione, inesorabile fino addentro alla menzogna, chiede ossequio al procedimento non al risultato; e così ci ritroviamo inavvertitamente dentro all' Hotel California, per scoprire troppo tardi che:
«Last thing I remember, I was
Running for the door
I had to find the passage back
To the place I was before
"Relax", said the night man,
We are programmed to receive.
You can checkout any time you like,
But you can never leave.»
Non possiamo voler sconfiggere il nichilismo, e poi annunciare che lo faremo con le tavole della verità algebrica: il convitato non è così dappoco. Debbo confrontarlo con tutto l'essere, e finchè non mi ha sfidato chiamando in causa finanche il dolore e la catabasi, non v'è stato confronto.
Anche qualora non si possa addivenire ad una soluzione che esibisca i connotati di un satori, di una catarsi che coinvolga l'essere su tutti i piani e non esclusivamente su quello intellettuale, e che su tutti i piani riesca a chiamarlo in causa, a stravolgerlo ed a trasfigurarlo, non per questo si dovrà capitolare su di una soluzione che coinvolga solo l'intelletto e rassegnarsi alle computazioni anodine di una illustrazione che soddisfa unicamente l' algebra e che magari lo fa appagandola in misura finanche controversa.
E' possibile che di questa infelice scelta degli armamentari sia responsabile un equivoco indotto dalla figurazione del sostantivo «senso» come affine a «significato», cui consegue l' impiego improprio del primo in luogo del secondo: ma il nichilismo si oppone al significato, non al senso.
Il termine senso configura una direzionalità ed una viabilità di quanto andrà a denotare * , tanto che si potrà parlare del senso di una espressione (A non è uguale a B è una negazione, il contrario una affermazione), di controsenso in un' altra (A è uguale a B, ergo B non è uguale ad A), e di nonsenso di una argomentazione (A è uguale a B, e oggi nevica): il senso è quindi categoria che pertiene alla analisi logica e, al limite, alla analisi grammaticale e per la cui gestione è dunque pertinente, o plausibile, oppure almeno condonabile, sfoderare le strumentazioni della logica proposizionale.
Il significato invece non è tanto denotativo quanto connotativo; pertanto non è che, a differenza del senso, avrebbe la facoltà di essere contraddittorio e arbitrario: è che contradditorio ed arbitrario sembra esserlo sempre - tanto che una frase può smarrire il suo senso ma continuare a custodire un suo significato, il quale non perchè incondivisibile cessa d'esser autoevidente per il soggetto:
A=B, ma quando vedo B sono felice e quando vedo A ho paura Il significato è contraddittorio, perchè tra l'oggetto cui si attaglia e la carica che gli conferisce non è possibile rinvenire i passaggi intermedi che rendano omogeneo il percorso ed esplicabile il connubio finale:
Soffro di aracnofobia, perchè i ragni sono orrendi - per via delle loro zampe: ma questo perchè e quel per via non stanno affatto insieme, nè stanno stabilendo un nesso fra le transizioni postulate.
Ed è arbitrario, perchè si tratta di un cemento talmente versatile che con esso posso saldare qualsiasi anfibologia:
Soffro di aracnofobia, per questo devo uccidere Alyona Ivanovna: le due dimensioni sono molto molto distanti, sebbene la frase reclami un nesso.
Ma, di più:
«Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.» (Saffo)
La processione delle correlazioni, presentate come ovvie, non aiuta minimamente a desumerne l' ovvietà.
Quindi il significato non è categoria logica che delucida, ma categoria vitalistica che agisce; come tale esso è finanche capace di appropriarsi della logica mistificandola o sfruttandola utilitaristicamente per finalità proprie, poichè gli risulta gerarchicamente sovraordinato; è a quel punto notoriamente futile contrastarlo con altra logica: ci si affronterebbe situandosi sul terreno strumentale e non su quello motivazionale.
Per questo il senso è chiamato a disputare al massimo contro un' aporia, mentre il significato è fronteggiato dal nulla: perchè la loro irriducibilità si trasmette e ripropone anche nella sproporzione fra le stature dei rispettivi avversari.
Questo non significa che la logica debba essere abbandonata, e che la soluzione cui si possa addivenire debba conquistarsi senza il concorso della razionalità. Eckhart nel "Commento Alla Sapienza" scrive:
«"Lo Spirito Santo rifugge dai pensieri senza intelletto" (1, 5): bisogna notare che ciò che deriva da una compulsione, senza il consiglio della ragione e senza libera scelta, non può accampare fondamento di bontà divina o morale, e neppure di virtù. Perciò qui è scritto: lo Spirito Santo rifugge dai pensieri senza intelletto».
Pensare che la trascendenza possa acquisirsi senza, a prescindere, a discapito, o a dispetto della razionalità significa solo che o non si è compresa la trascendenza, o che non si è compresa la razionalità: le due cose sono appunto in concorso, e non in concorrenza.
Significa piuttosto che fare alla logica la scortesia di identificarla con l' algebra o con prodotti affini sol perchè l'algebra o prodotti affini così chiedono, è una abdicazione ai ruoli e alle potestati della logica stessa, e niente affatto la sua incoronazione: ed un monopolio non garantisce mai la genuinità dei prodotti commerciati, ma al contrario assicura che possa essere contrabbandata qualsiasi merce avariata poichè tanto alternativa a quel che ci viene smerciato non v'è.
La logica non prescinde dal concorso di tutto l'essere, ma se ne alimenta e ne vive.
Anche in termini etici, quelli del cosiddetto imperativo categorico, la vera convinzione personale, quella cosa per cui come dice Kierkegaard «solo quando fra parole e fatti non vi è più spazio, solo allora si hanno uomini tutti d'un pezzo», non è quella di una convinzione non partecipata, non quella dei catechismi, e neppure quella che si fa ed imperativa e categorica solo nella misura in cui mi irrigidisce in una armatura di sovrastrutture inscalfibili: bensì è quella che mi commuove cotanto a fondo che tutto l'essere compartecipa di quella doglia; ed allora sì che si hanno uomini morali tutti d'un pezzo: perchè io sono con-vinto solo nella misura in cui sono vinto tutto, e con tutto me stesso avvinto. La convinzione che non partecipa più con il tormento, si chiama convenienza.
Nelle more di questa convulsione supremamente filosofica che uccide, non è questione del sentimento di «colpevole minorità» che la filosofia prova nei confronti della scienza - sia essa scienza algebrica, biologica o quant' altro: perchè con queste faccende la scienza non ha nulla a che vedere.
Che la scienza abbia trionfato della filosofia dopo esserne emersa, e che la filosofia talora percepisca come cogente questa disfatta, costituisce un problema mal posto che si cruccia di quanto non è accaduto; e anzi non è nemmeno un problema: non almeno nella accezione di problema inteso come intervento di una contraddizione che, sconfessando delle premesse, le rimette in discussione assieme a tutto il corteo delle loro venerande deduzioni. Semmai, si tratta di un problema nel senso di concrezione abusiva che va a parassitare un ambiente cui non appartiene.
Infatti che le categorie tipiche della scienza, ovvero il meccanicismo ed il determinismo, si sieno aggiudicate un ruolo egemonico nella analisi, manipolazione e spiegazione del reale, lascia del tutto intatto ed indifferente il campo filosofico, il quale non inerisce alla physis che quel determinismo e quel meccanicismo contemplano, ma alla assegnazione di significati a quella physis. Tale assegnazione di significati è del tutto discinta dalle vicissitudini dell' empirismo e si sottrae efficacemente alle sue facoltà risolutrici, pertanto nè può esserne influenzata nè quelle vicende possono trionfarne.
Se io soffro di una lacero-contusa, ricado sotto la potestà della scienza che mi viene incontro vestita da medico. Ma se io soffro di una situazione che vivo come una ingiustizia, sotto cosa ricadono questa ingiustizia e questo vissuto? Sotto la istologia? Sotto l'astronomia? Oppure sotto la matematica? O non sarà piuttosto, assai chiaramente, una questione di botanica?
I significati non si scontrano con la scienza, ma con il nichilismo.Certo, così come Feyerabend ci ricorda che sussistono «superstizioni scientifiche» oltrechè popolari, esiste anche un messianesimo scientifico oltrechè uno religioso; e sulla scorta del primo si potrebbe facilmente immaginare il giorno felice in cui una medicina molto eugenetica arriverà ad inocularci i significati endovena, sopperendo con un drip al travaglio naturalistico deputato ad ingenerarli ed insediarli: dopo tutto, le disutopie di 1984 hanno azzardato sperare e temere molto di più.
Ma così come l' autistico è considerato geniale poichè effettua conteggi aritmetici di natura algoritmica bypassando completamente quelle inibizioni naturali che precludono tale disinvoltura computazionale al non autistico, e ciò nonostante l' autistico rimane comunque un disadattato dalle funzioni cognitive drammaticamente compromesse, similmente anche il significato indotto farmacologicamente sarebbe un significato cui si perviene senza transitare per i resistòri naturali, bensì lasciando che sia il farmaco ad abbatterli per noi.
Tra questi due percorsi, tra quello la cui traiettoria accetta d'intercettare l' ostacolo e raccoglierne le sfide metaboliche ovvero non si svincola dal compito di vincerlo, e quello che aggira l'ostacolo risparmiandosene le implicazioni fisiologiche quasi fossero una complicanza da ovviare od una accidentalità dalla cui fatuità ci si può esimere, intercorrono differenze essenziali e non dottrinarie.
Come ben presto comprese Freud nei suoi tentativi di curare la isteria con la ipnosi, esitanti in remissioni estemporanee invariabilmente seguite da ricadute, la presenza di una resistenza anamnestica costituiva un rilevamento immancabile ed universale tanto per la costanza con cui ricorreva quanto per l'accanimento transferenziale * e contro-transferenziale con cui occorreva misurarvisi se si voleva averne stabilmente e non più solo provvisoriamente ragione; ciò che questa fenomenologia lascia emergere con chiarezza, è che pervenire ad una comprensione attraverso un percorso snaturato e facilitato od arrivarvi piuttosto attraverso uno congenito e contrastato non configura solo due filogenesi formalisticamente diverse ma determina anche due esiti sostanzialmente e qualitativamente incommensurabili: perchè un conto è capire tramite una contraffazione od una razionalizzazione, un altro attraverso l' apprendimento ed il coinvolgimento ovvero dopo avere risentito nella carne un incontro che permetta ai segni teorici di inverarsi in cicatrici fortemente individualizzate - «Prima ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (Giobbe 42,5).
Un significato senza il percorso che porta al significato è solo una protesi, e se ci batti sopra risuonerà cavo come un cembalo: tra l' Inno Alla Gioia e gli effetti esilaranti del protossido di azoto, trascorre la stessa differenza che passa fra indicazioni terapeutiche ed effetto collaterale.
Una filosofia in fiale che spacci all' essere un significato in forma di cablogramma molecolare, conferisce all' essere un significato che l'essere non si è conquistato, e dunque nemmeno aggiudicato: per cui un autosuperamento dell' essere che sia autentico e non episodico può avvenire solo sui terreni della filosofia vissuta, e non su quelli delle posologie prescritte.
Scienza e filosofia hanno divorziato, o si sono vicendevolmente emancipate dall' alveo aristotelico che le voleva far convivere, non perchè l'una fosse migliore o peggiore rispetto all' altra, ma per il ben più fondato ed ineluttabile motivo del non avere nulla a che spartire l'una con l'altra.
Peraltro nel trapassato remoto, da quello presocratico fino a quello rinascimentale, l'approccio interdisciplinare costituiva la norma: pertanto l' abbinamento postumo fra la metafisica e la philosophia naturalis da cui deriverà la scienza, potrebbe non essere stato affatto nelle intenzioni di Aristotele ma solo nei fraintesi dei suoi epigoni scolastici; che uno stesso uomo abbia scritto tanto la Fisica quanto la Metafisica applicando ad esse una medesima facoltà logica, non postula la correlazione inevitabile fra i due statuti ma solo la trasversalità di una metodologia auspicata.
La sintesi hegeliana fra i due percorsi non può ostinarsi a situarsi lungo la dialettica promossa da questo malinteso, per poi lamentare la propria incollocabilità.
La scienza combatte con la morte, la filosofia combatte con la vita. Quel che hanno in comune, se vi è, non può certo essere rintracciato fra quanto erroneamente prima le unì e poi le divise, ma piuttosto nel fatto che nessuna può permettersi, sulla base d' un equivoco, di ritenere l'altra meno seria senza diventare essa stessa poco seria: perchè è cathedra, sì, autem derisorum, cioè è davverocathedra pestilentiae quel che confida nella attendibilità del proprio giudizio edificandolo sulla fallacità di un travisamento.
Ora questo arrangiamento, benchè proficuo e soprattutto benchè vero in quanto rimane incontestabile che non si può costruire su di un simile errore, assomiglia anche ad una radicalizzazione che decide di gestire il nodo gordiano di una contesa protrattasi troppo a lungo, tagliandolo: assomiglia cioè al modo con cui due amanti si lasciano, rinfacciandosi i doni e rivendicando ciascuno a sè la priorità genetica di una iniziativa e la definitività di una scelta inesorabile che quanto più enfatizza la propria irremovibilità tanto più tradisce quanto poco fosse originale, quanto poco inevitabile, e quanto poco inesorabile.
Il che dovrebbe incoraggiarci: poichè se così è, allora qui si presentono più i motivi della solidarietà che quelli del dissenso; e non è poca cosa aver compreso che, se le ragioni del consenso sussitono, non le si potrà certo riscoprire insistendo a battere e ad inconsapevolmente tutelare i sentieri aberranti di un traviamento. E la dolce catarsi di questa luce aurorale, ed il suo tepore, inaugurassero pure un giorno di pioggia, già mi bastano per veder più chiaro:
«Soldato: è forse l'alba quella che vedo rilucere laggiù?» (Shakespeare, ma non ricordo più dove)
«La scienza moderna pose alla base della sua impresa un postulato di continuità della natura (...)
le trasformazioni fra i differenti livelli di realtà sarebbero state effettuabili una volta avuto accesso alla chiave di questo ordine. Questa chiave sarebbe stata la conoscenza dell' ordine nascosto, del livello fondamentale di osservazione e spiegazione nei cui termini ridurre, riunificare, rendere omogenee quelle dimensioni e quelle scale che apparivano eterogenee.»
le ragioni della fratellanza si appalesano roboanti, perchè sotto la veste della settorialità scientifica si delinea con chiarezza addirittura adamantina la perfetta identità dianoetica fra il profilo di questo disegno e proponimento e quello del Mahayana: l'unica cosa che varia è il rimpiazzo dei lessici sanscriti con circonlocuzioni della fisica nucleare e di quelli cosmogonici con quelli cosmologici, permanendo complessivamente un contesto di intercambiabilità commutativa che non tradisce ulteriori soluzioni di continuità.
Quanto questo saggio sta suggerendo, il crinale lungo il quale scivola addentro queste problematiche, è che un decisivo (se non forse il decisivo) contributo alla teoria riunificante del tutto si potrebbe raggiungere in chiave gnoseologica: affrontando non la tematica kantiana (e della scuola di Cassirer) di cosa sia la ragion pura, ma quella di cosa sia il significato; significato inteso non come semplice cifra anodina da prestare alle dissezioni di una filosofia analitica, bensì vissuto ed alfine appercepito per quel che è: un genuino monstruum misteriosofico ed onnipervasivo che così inquietantemente ed insistentemente sembra additare l' ultramondano, e che noi umani così imperterritamente ed ininterrottamente assegnamo al visibilivm omnivm, et i-n-v-i-s-i-b-i-l-i-v-m.
E se pure, infine, fosse possibile riprodurre artificialmente, attraverso un miracoloso tetrafarmakon tetravalente, tanto il significato quanto l'intero percorso fisiologico che lo forgia, allora verrebbe da chiedersi perchè mai piuttosto che perseguire l'esperienza originale si dovrebbe somministrare il surrogato che la emula: tanto più che rimane comunque uno scarto irriducibile, munito di un nome che alla scienza dovrebbe suonare familiare: empiria se non, trattandosi di vissuto: vita; ma se si è pronti a questo
«con ciò stesso si ammette che tutto quel che ci è lasciato come ultima consolazione possibile e fonte di gioia nella sofferenza, è la sottomissione incondizionata. Ma se qualcuno è pronto a questo, avrebbe potuto verosimilmente risparmiarsi siffatta via traversa.» (Freud)
Certo, dipende anche da quanta importanza ascriviamo al requisito della stabilizzazione nel perseguimento degli obbiettivi: alcuni possono caratterizzarsi come propositi rilevanti, proprio a causa delle significazioni di cui sono investiti; altri meno: e quindi potremmo rimetterli ai tatticismi.
Sta a voi stabilire se per voi i significati talora fatali cui affidate le vicissitudini delle vostre vite emotive e i tragitti delle vostre biografie appartengano alle dotazioni dispensabili oppure a quelle indispensabili, e se quindi ricadano sotto la tutela dei munizionamenti tattici o piuttosto sotto quella degli arsenali strategici.Che cosa è il significato? Se mi rispondi: nulla, la tua risposta non vale poi molto più di una altra; perchè se l'unica dimostrazione che puoi fornirmi è quella dei fatti (magari morte e distruzione, invocati a sostegno del teorema che il significato, in quanto può cessare di essere, allora giammai sarebbe stato), a proposito dei quali non sei stato interpellato, è proprio perchè si tratta solo di fatti che mi risulti insufficiente; i tuoi fatti uccidono ma non convincono, ed è proprio per questo che io sospetto (categoria dello scetticismo) che si moltiplichino: per sopperire e dissimulare con la ingenza quantitativa la inidoneità a scalfire un interrogativo che sollecitava una risposta qualitativa. Io ti chiedo di convincermi, ma tu mi presenti solo azioni. Tanto valeva, se ti avessi chiesto i fatti, che tu mi avessi servito fornendomi solo discorsi.
Sterminare non collima con il fare proseliti, e se i tuoi fatti mi uccidono ma non persuadono, non va frainteso l'avermi ridotto al silenzio con il non avere più nulla da dire: questo potrebbe soddisfare una progettualità politica, forse; ma non svolge più alcun ruolo nell' ambito di una intenzione metafisica che voglia aggiudicarsi l'essere: perchè l'essere davvero conquistato è solo quello che viene conquistato nella sua integrità ovvero mentre è ancora in pieno possesso di tutte le sue facoltà e prerogative.
Al cospetto del cogito ergo est, del noumeno che si pone un dilemma, tu non rispondi ma strepiti: "l' urlo e il furore" che tu ravvisi in una vita che cercherebbe di autoaffermarsi malgrado la sua possibile insostanzialità, io lo ravviso anche nella frenesia che tu poni nello screditarmi; e la angoscia che la vita prova nel vivere senza risposte, non è dissimile da quella che vedo nel nichilismo che si ferma su un piano olimpico, brandendo una replica irrevocabile ed atra, ma dove tuttavia il sottofondo angosciante permane, irredento epperciò non risposto. La angoscia, che il nichilismo ritiene di poter arruolare come sua consorte elettiva, potrebbe altrettanto bene tradirlo.
"Angst" è un bellissimo termine tedesco, che rende molto più l'idea che il nostro equivalente "angoscia". Osservava giustamente Schopenhauer che lo spazio per l'angoscia sembra essere permanentemente allocato. I suoi avatar mundani (fidanzati, genitori, lavoro, eccetera) potrebbero non avere alcun potere, se non fosse cioè che lo fondano perforando pozzi su di una 'angst' basale che sussisterebbe indipendentemente da qualsiasi incarnazione.
Può darsi che per esperire fattivamente la angoscia io debba transitare attraverso un oggetto che la evochi: ma una volta percepitola, mi appare subito chiaro che la portata del naufragio impiega l'oggetto solo per attraversarlo, e in questo trapasso mi allude ad un bacino più ampio ed oscuro, ad un mare popolato dall' affiorare non solo di questa angoscia ma di tutte le angosce, e dal risuonare di echi e ruggiti che mi intimano le sagome di minotauri più lontani ma già sulle mie tracce.
Sono peraltro consapevole, talora, che la mia prospettiva maggiormente sinistra potrebbe rasserenarsi se solo potessi permettermi d'assumerne un' altra, e che certune inezie non possono essere il movente di dannazioni così spropositate. E se dietro il sipario della scelta sintomatica si agitassero poi i patriarchi freudiani, e dietro di loro gli archetipici arconti junghiani, e fossero tutti costoro a fornire forza e propulsione alle mie angosce, io avrei un motivo in più e non uno in meno per dire: oggi ho paura di questo sol perchè ho paura del tutto, e se oggi è stato questo e non quello a terrorizzarmi, è perchè avrebbe ben potuto essere quello anzichè questo. Un destino difficilmente è una questione di sfumature, ed ogni angoscia sembra farsi subito cosmica.
Così come nei campus americani si parlò di "ribelli senza una causa" ("rebels without a cause"), si dovrebbe parlare allora di angoscia senza una causa. Cosa dunque ci angoscia, quando siamo angosciati?
Che accidenti significa questa angoscia senza oggetto, questa angst basale che la si può postulare allo stesso titolo con cui, ad esempio, Karen Horney parla di una "basic anxiety" in "The Neurotic Personality Of Our Time"? Orbene questa domanda mi sembra, travestita, la stessa cosa che chiedersi: che cosa è il significato? Se in "Angst" "A" è l' aleph e "ngst" un viluppo di consonanti atte ad alludere all' inarticolabile, allora angst si traduce con: in principio stava l'impronunciabilità. Tu sai, ma non puoi; ed in questa convulsione ti contorci negli spasmi della lallazione, proteso nel tentativo di riformulare un significato.
Il nichilismo fa di tutto per accentuarmi il senso di impotenza ma, appunto, nel mentre che lo fa finge di non sentire che quel mio sapere, quel mio sapere di sapere, questo grido muto del primo occhio aperto sulla prima folgore, ha posto una ipoteca tuttora inevasa. Può ulteriormente chiedermi: tu sai, ma che cosa? E implicare davanti al mio silenzio la risposta: nulla. Ma siamo da capo: io non posso dimostrare cosa so nel mentre che sento di sapere, e quanto più non posso quanto più lo percepisco; e il nichilismo non può fare altro che affannarsi sul versante del potere: non puoi nulla, quindi non sai nulla; ed è proprio questo il problema: che mi dimostri la prima delle due affermazioni, ma il sillogismo che conduce alla seconda è aprioristico.
Mi dimostri che io non posso, e siccom' io non posso, forse mi dimostri anche che il mio sapere, se c'è, non vale nè soprattutto serve: e con tutto ciò puoi ritenere liquidata la questione. Ma la vittoria non è tua, poichè alla originaria affermazione con la quale io nasco palpito e insorgo, cioè che io so un qualcosa (ma che non posso - esprimerlo? dimostrarlo?), tu non hai risposto affatto: mi hai liquidato sì, ma come si liquida un testimone scomodo.
E anche se il mio fosse un cavillo, che ben misera cosa è tutto questo dispiegamento di sovrumana potenza nichilista, se è bastato un capriccio tanto per suscitarla quanto per metterla in crisi e per tenerla in iscacco: "Oh ridicolissimo eroe", se sono impotente lo sono almeno quanto te; e se tu sei potente potresti esserlo o mea gratias o per sbaglio, e pertanto io potrei legittimamente mettermi a vaneggiare minacciando gli Arcangeli del Nulla come segue:
«La tua rabbia finirà per bruciare te stesso, e tu ti ridurrai
In cenere prima ancora che il nostro sangue abbia spento il tuo fuoco:
sta' ben attento, perchè sei già in pericolo.» (Shakespeare, King John)
Essendo gli esseri umani ascrittori di significato ad ogni ente, e poichè per essi l'ente coincide con il significato addebitatogli fino al punto che senza di esso nessun ente è più pensabile o concepibile, la domanda di Heidegger su perchè sia l' ente e non piuttosto il Ni-ente, si rivela essere una formulazione tuttora epifenomenica per una domanda ancor più sostanziale: perchè il significato e non piuttosto l' insignificante?
Jaques Lacan * si chiedeva: "per chi viene sognato il sogno?"
Quesito pertinente, poichè se il sogno ci appare incomprensibile per antonomasia, viene giustamente da chiedersi a quale scopo questo fenomeno naturale cui la coscienza (altrettanto naturale) non sa ascrivere alcun significato spontaneo, viene tuttavia presentato con tale frequenza al cospetto della coscienza e della memoria: non sapendo la coscienza che farsene, viene correttamente da chiedersi perchè o per chi esso venga proposto.
Il problema è che, così come la domanda di Heidegger, anche la domanda di Lacan appare fin troppo conservativa: infatti non la si dovrebbe limitare ai prodotti onirici, ma la si dovrebbe estendere ad ogni altra comunicazione umana. Le parole che rivolgiamo ai nostri interlocutori debbono, prima di accedere alla loro comprensione, transitare attraverso la intera selva dei loro filtri biografici ed epistemologici e l' esito finale di questa peripezia del datagramma sarà quello di distorcere parzialmente o completamente il senso originale del nostro messaggio onde conferirgli un senso di originalità diversa e magari perversa.
Ma giunti su questa soglia dove ogni comunicazione interpersonale sembra farsi inautentica poichè ogni scambio è soggetto ad una contraffazione inevitabile, è poca cosa togliere il velo di questa ultima thule e chiederci: per chi viene pensato il nostro stesso pensare?
E' infatti a questo punto legittimo supporre che non siamo padroni dei nostri stessi pensieri: potrebbero albergare fraintesi che non sarebbero meno rammarichevoli di quelli che deploriamo nei rapporti con gli estranei per il sol fatto che stavolta sono autoctoni.
Per chi viene pensato il nostro stesso pensare?
Per il significato.
Chi è il significato, questo incomunicabile con e per il quale incessantemente si comunica?