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Primo Levi: Il Sistema Periodico. Zinco Potassio Vanadio.
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Thursday December 13, 2007 - 09:29:52
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Premise (not printed if this snippet is included)There are several other great stories in Il Sistema Periodico, for instance Titanio. But there wasn't enough room here to add them here.  
Among the stories collected in Il Sistema Periodico, my favourite one is probably the one titled Potassio.
Primo Levi *  
Racconti scelti da: Il Sistema Periodico  
 

ZINCO

Avevamo assistito per cinque mesi, pigiati come sardine e reverenti, alle lezioni di Chimica Generale ed Inorganica del Professor P', riportandone sensazioni varie, ma tutte eccitanti e nuove. No, la chimica di P' non era il motore dell'Universo né la chiave del Vero: P' era un vecchio scettico ed ironico, nemico di tutte le retoriche (per questo, e solo per questo, era anche antifascista), intelligente, ostinato, ed arguto di una sua arguzia trista.  
Di lui si tramandavano episodi di esami condotti con fredda ferocia e con ostentato pregiudizio: sue vittime predilette erano le donne in genere, e poi le suore, i preti, e tutti quelli che gli si presentavano "vestiti da soldato". Si mormoravano sul suo conto leggende assai sospette di spilorceria maniaca nella conduzione dell'Istituto Chimico e del suo laboratorio personale: che conservasse in cantina casse e casse di fiammiferi usati, che proibiva ai bidelli di buttare via; che i misteriosi minareti dell'Istituto stesso, che tuttora conferiscono a quel tratto di Corso Massimo d'Azeglio una melensa impronta di falso esotismo, li avesse fatti costruire lui, nella remota sua giovinezza, per celebrarvi ogni anno una immonda segreta orgia di ricuperi, in cui si bruciavano tutti gli stracci e le carte da filtro dell'annata, e le ceneri le analizzava lui personalmente, con pazienza pitocca, per estrarne tutti gli elementi pregiati (e forse anche i meno pregiati) in una sorta di palingenesi rituale a cui solo Caselli, il suo tecnico-bidello fedelissimo, era autorizzato ad assistere. Di lui si narrava inoltre che avesse speso l'intera sua carriera accademica per demolire una certa teoria di stereochimica, non con esperimenti, ma con pubblicazioni. Gli esperimenti li faceva un altro, il suo grande rivale, in non si sa quale parte del mondo: li pubblicava via via sugli Helvetica Chimica Acta, e lui li faceva a pezzi uno per uno.  
Non potrei giurare sull'autenticità di queste dicerie: ma veramente, quando entrava nel laboratorio di Preparazioni, nessun becco Bunsen era basso abbastanza, e perciò era prudenza spegnerli addirittura; veramente, faceva preparare il nitrato d'argento dagli studenti con le cinque lire dall'aquila tratte dalle loro tasche, e il cloruro di nichel dai venti centesimi con la signora nuda che volava; e veramente, la sola volta che fui ammesso nel suo studio, trovai scritto in bella scrittura sulla lavagna: "Non voglio funerali né da vivo né da morto".  
A me P' era simpatico. Mi piaceva il rigore sobrio delle sue lezioni; mi divertiva la sdegnosa ostentazione con cui esibiva agli esami, in luogo della camicia fascista prescritta, un buffo bavaglino nero, grande un palmo, che ad ognuno dei suoi movimenti bruschi gli usciva fuori dei risvolti della giacca. Apprezzavo i suoi due testi, chiari fino all'ossessione, stringati, pregni del suo arcigno disprezzo per l'umanità in generale e per gli studenti pigri e sciocchi in particolare: perché tutti gli studenti, per definizione, erano pigri e sciocchi; chi, per somma ventura, riusciva a dimostrargli di non esserlo, diventava un suo pari, e veniva onorato con una laconica e preziosa frase d'encomio.  
Ora i cinque mesi di attesa inquieta erano passati: fra di noi ottanta matricole erano stati scelti i venti meno pigri e meno sciocchi, quattordici maschi e sei ragazze, ed a noi era stato dischiuso il laboratorio di Preparazioni. Di che cosa esattamente si trattasse, nessuno di noi aveva un'idea precisa: mi pare che fosse una sua invenzione, una versione moderna e tecnica dei rituali selvaggi di iniziazione, in cui ogni suo suddito veniva bruscamente strappato al libro ed al banco, e trapiantato in mezzo ai fumi che bruciano gli occhi, agli acidi che bruciano le mani, e agli eventi pratici che non quadrano con le teorie. Non voglio certo contestare l'utilità, anzi la necessità, di questa iniziazione: ma nella brutalità con cui essa veniva posta in atto era facile ravvisare il talento dispettoso di P', la sua vocazione per le distanze gerarchiche e per il vilipendio di noi suo gregge. Insomma: non una parola, pronunciata o scritta, fu da lui spesa come viatico, per incoraggiarci sulla via che avevamo scelta, per indicarcene i pericoli e le insidie, e per trasmetterci le malizie. Ho spesso pensato che P' fosse nel suo profondo un selvaggio, un cacciatore; chi va in caccia non ha che da prendere il fucile, anzi meglio la zagaglia e l'arco, e mettersi per il bosco: il successo e l'insuccesso dipendono solo da lui. Prendi e parti, quando il momento è giunto gli aruspici e gli àuguri non hanno luogo, la teoria è futile e si impara per strada, le esperienze degli altri non servono, l'essenziale è misurarsi. Chi vale vince, chi ha occhi o braccia o fiuto deboli ritorna e cambia mestiere: degli ottanta che ho detto, trenta cambiarono mestiere al second'anno, e altri venti più tardi.  
Quel laboratorio era ordinato e pulito. Ci si stava cinque ore al giorno, dalle 14 alle 19: all'ingresso, un assistente assegnava ad ognuno una preparazione, poi ognuno si recava allo "spaccio", dove l'irsuto Caselli consegnava la materia prima, esotica o domestica: un pezzetto di marmo a questo, dieci grammi di bromo a quello, un po' d'acido borico a quell'altro, una manciata d'argilla a quell'altro ancora. Queste reliquie, Caselli ce le affidava con una non dissimulata aria di sospetto: era il pane della scienza, pane di P', e finalmente era anche roba sua, roba che amministrava lui; chissà noi profani ed inesperti quale uso improprio ne avremmo fatto.  
Caselli amava P' di un amore acre e polemico. Pare che gli fosse stato fedele per quarant'anni; era la sua ombra, la sua incarnazione terrena, e, come tutti coloro che esercitano funzioni vicarie, era un interessante esemplare umano: come coloro, voglio dire, che rappresentano l'Autorità senza possederla in proprio, quali ad esempio i sagrestani, i ciceroni dei musei, i bidelli, gli infermieri, i "giovani" degli avvocati e dei notai, i rappresentanti di commercio. Costoro, in maggiore o minor misura, tendono a trasfondere la sostanza umana del loro Principale nel loro proprio stampo, come avviene per i cristalli pseudomorfici: talvolta ne soffrono, spesso ne godono, e posseggono due distinti schemi di comportamento, a seconda che agiscano in proprio o "nell'esercizio delle loro funzioni". Accade sovente che la personalità del Principale li invada così a fondo da disturbare i loro normali contatti umani, e che perciò essi restino celibi: il celibato è infatti prescritto ed accettato nella condizione monastica, che comporta appunto la vicinanza e la sudditanza alla maggiore delle autorità. Caselli era un uomo dimesso, taciturno, nei cui sguardi tristi eppure fieri si poteva leggere:  
- lui è un grande scienziato, e come suo "famulus" sono un po' grande anch'io;  
- io, benché umile, so cose che lui non sa;  
- lo conosco meglio di quanto lui si conosca; prevedo i suoi atti;  
- ho potere su di lui, lo difendo e lo proteggo;  
- io ne posso dire male, perché lo amo: a voi questo non è concesso;  
- i suoi principi sono giusti, ma lui li applica con rilassatezza, ed "una volta non andava così". Se non ci fossi io ...  
... ed infatti, Caselli gestiva l'Istituto con parsimonia e misoneismo anche superiori a quelli di P' stesso.  
A me, il primo giorno, toccò in sorte la preparazione del solfato di zinco: non doveva essere troppo difficile, si trattava di fare un elementare calcolo stechiometrico, e di attaccare lo zinco in granuli con acido solforico previamente diluito; concentrare, cristallizzare, asciugare alla pompa, lavare e ricristallizzare. Zinco, zinc, Zinck: ci si fanno i mastelli per la biancheria, non è un elemento che dica molto all'immaginazione, è grigio e i suoi sali sono incolori, non è tossico, non dà reazioni cromatiche vistose, insomma, è un metallo noioso. È noto all'umanità da due o tre secoli, non è dunque un veterano carico di gloria come il rame, e neppure uno di quegli elementini freschi freschi che portano ancora addosso il clamore della loro scoperta.  
Caselli mi consegnò il mio zinco, tornai al banco e mi accinsi al lavoro: mi sentivo curioso, "genato" e vagamente scocciato, come quando hai tredici anni e devi andare al Tempio a recitare in ebraico la preghiera del Bar-Mitzvà davanti al rabbino; il momento, desiderato e un po' temuto, era giunto. Era scoccata l'ora dell'appuntamento con la Materia, la grande antagonista dello Spirito: la Hyle, che curiosamente si ritrova imbalsamata nelle desinenze dei radicali alchilici: metile, butile eccetera.  
L'altra materia prima, il partner dello zinco, e cioè l'acido solforico, non occorreva farselo dare da Caselli: ce n'era in abbondanza in tutti gli angoli. Concentrato, naturalmente: e devi diluirlo con acqua; ma attenzione, c'è scritto in tutti i trattati, bisogna operare alla rovescia, e cioè versare l'acido nell'acqua e non viceversa, altrimenti quell'olio dall'aspetto così innocuo va soggetto a collere furibonde: questo lo sanno perfino i ragazzi del liceo. Poi si mette lo zinco nell'acido diluito.  
Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all'attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l'elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l'elogio dell'impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d'idrogeno, ci siamo, l'incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c'è di nuovo e cosa fanno gli altri.  
Gli altri facevano cose varie: alcuni lavoravano intenti, magari fischiettando per darsi un'aria disinvolta, ciascuno dietro alla sua particola di Hyle; altri girellavano o guardavano fuori dalle finestre il Valentino ormai tutto verde, altri ancora fumavano e chiaccheravano negli angoli.  
In un angolo c'era una cappa, e davanti alla cappa sedeva Rita. Mi avvicinai, e mi accorsi con fugace piacere che stava cucinando la mia stessa pietanza: con piacere, perché era un pezzo che giravo intorno a Rita, preparavo mentalmente brillanti attacchi di discorso, e poi al momento decisivo non osavo enunciarli e rimandavo al giorno dopo. Non osavo per una mia radicata timidezza e sfiducia, ed anche perché Rita scoraggiava i contatti, non si capiva perché. Era molto magra, pallida, triste e sicura di sé: superava gli esami con buoni voti, ma senza il genuino appetito, che io sentivo, per le cose che le toccava studiare. Non era amica di nessuno, nessuno sapeva niente di lei, parlava poco, e per tutti questi motivi mi attraeva, cercavo di sederle accanto a lezione, e lei non mi accettava nella sua confidenza, ed io mi sentivo frustrato e sfidato. Mi sentivo disperato, anzi, e non certo per la prima volta: infatti, in quel tempo mi credevo condannato ad una perpetua solitudine mascolina, negato per sempre al sorriso di una donna, di cui pure avevo bisogno come dell'aria.  
Era ben chiaro che quel giorno mi si stava presentando un'occasione che non poteva andare sprecata: fra Rita e me esisteva in quel momento un ponte, un ponticello di zinco, esile ma praticabile; orsù, muovi il primo passo.  
Ronzando intorno a Rita mi accorsi di una seconda circostanza fortunata: dalla borsa della ragazza sporgeva una copertina ben nota, giallastra col bordo rosso, e sul frontispizio stava un corvo con un libro nel becco. Il titolo? Si leggeva soltanto "agna" e "tata", ma tanto bastava: era il mio viatico di quei mesi, la storia senza tempo di Giovanni Castorp in magico esilio sulla Montagna Incantata. Ne chiesi conto a Rita, pieno d'ansia per il suo giudizio, quasi che il libro lo avessi scritto io: e mi dovetti presto convincere che lei, quel romanzo, lo stava leggendo in tutt'altro modo. Come un romanzo, appunto: le interessava molto sapere fino a che punto Giovanni si sarebbe spinto con la Signora Chauchat, e saltava senza misericordia le affascinanti (per me) discussioni politiche, teologiche e metafisiche dell'umanista Settembrini col gesuita-ebreo Naphtha.  
Non importa: anzi, c'è un terreno di dibattito. Potrebbe addirittura diventare una discussione essenziale e fondamentale, perché ebreo sono anch'io, e lei no: sono io l'impurezza che fa reagire lo zinco, sono io il granello di sale e di senape. L'impurezza, certo: poiché proprio in quei mesi iniziava la pubblicazione di "La Difesa della Razza", e di purezza si faceva un gran parlare, ed io cominciavo ad essere fiero di essere impuro. Per vero, fino appunto a quei mesi non mi era importato molto di essere ebreo: dentro di me, e nei contatti coi miei amici cristiani, avevo sempre considerato la mia origine come un fatto pressoché trascurabile ma curioso, una piccola anomalia allegra, come chi abbia il naso storto o le lentiggini; un ebreo è uno che a Natale non fa l'albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po' di ebraico a tredici anni e poi lo ha dimenticato. Secondo la rivista sopra citata, un ebreo è avaro ed astuto: ma io non ero particolarmente avaro né astuto, e neppure mio padre lo era stato.  
C'era dunque in abbondanza di che discutere con Rita, ma il discorso a cui io tendevo non si innescava. Mi accorsi presto che Rita era diversa da me, non era un grano di senape. Era figlia di un negoziante povero e malato. L'università, per lei, non era affatto il tempio del Sapere: era un sentiero spinoso e faticoso, che portava al titolo, al lavoro e al guadagno. Lei stessa aveva lavorato, fin da bambina: aveva aiutato il padre, era stata commessa in una bottega di villaggio, ed anche allora viaggiava in bicicletta per Torino a fare consegne e a ritirare pagamenti. Tutto questo non mi allontanava da lei, anzi, lo trovavo ammirevole, come tutto quello che la riguardava: le sue mani poco curate, il vestire dimesso, il suo sguardo fermo, la sua tristezza concreta, la riserva con cui accettava i miei discorsi.  
Così il mio solfato di zinco finì malamente di concentrarsi, e si ridusse ad una polverina bianca che esalò in nuvole soffocanti tutto o quasi il suo acido solforico. Lo abbandonai al suo destino, e proposi a Rita di accompagnarla a casa. Era buio, e la casa non era vicina. Lo scopo che mi ero proposto era obiettivamente modesto, ma a me pareva di un'audacia senza pari: esitai per metà del percorso, e mi sentivo sui carboni ardenti, ed ubriacavo me stesso e lei con discorsi trafelati e sconnessi. Infine, tremando per l'emozione, infilai il mio braccio sotto il suo. Rita non si sottrasse, e neppure ricambiò la stretta: ma io regolai il mio passo sul suo, e mi sentivo ilare e vittorioso. Mi pareva di aver vinto una battaglia, piccola ma decisiva, contro il buio, il vuoto, e gli anni nemici che sopravvenivano.

POTASSIO

Nel gennaio del 1941 la sorte dell'Europa e del mondo sembravano segnate. Solo qualche illuso poteva ancora pensare che la Germania non avrebbe vinto; gli stolidi inglesi "non si erano accorti di aver perso la partita" e resistevano ostinatamente ai bombardamenti, ma erano soli, e subivano sanguinosi rovesci su tutti i fronti. Solo un cieco e sordo volontario poteva dubitare sul destino riserbato agli ebrei in un'Europa tedesca: avevamo letto I fratelli Oppenheim di Feuchtwanger, importato nascostamente dalla Francia, e un Libro Bianco inglese, arrivato dalla Palestina, in cui si descrivevano le "atrocità naziste"; ne avevamo creduto una metà, ma bastava. Molti profughi dalla Polonia e dalla Francia erano approdati in Italia, ed avevamo parlato con loro: non conoscevano i particolari della strage che si andava svolgendo sotto un mostruoso velo di silenzio, ma ognuno di loro era un messaggero come quelli che accorrono a Giobbe, per dirgli "io solo sono scampato per raccontarlo".  
Eppure, se si voleva vivere, se si voleva in qualche modo trarre profitto della giovinezza che ci correva per le vene, non restava altra risorsa appunto che la cecità volontaria: come gli inglesi, "non ci accorgevamo", ricacciavamo tutte le minacce nel limbo delle cose non percepite o subito dimenticate. Si poteva anche, in astratto, gettare tutto e fuggire, trapiantarsi in qualche paese lontano, mitico, scelto fra i pochi che mantenevano aperte le frontiere: il Madagascar, l'Honduras Britannico; ma per fare questo occorrevano molti quattrini ed una favolosa capacità d'iniziativa, ed io, la mia famiglia e i miei amici non possedevamo né gli uni né l'altra. D'altronde, viste da vicino e nel dettaglio, le cose non sembravano poi così disastrose: l'Italia intorno a noi, o per meglio dire (in un tempo in cui si viaggiava poco) il Piemonte e Torino, non ci erano nemici. Il Piemonte era la nostra patria vera, quella in cui ci riconoscevamo; le montagne attorno a Torino, visibili nei giorni chiari, e a portata di bicicletta, erano nostre, non sostituibili, e ci avevano insegnato la fatica, la sopportazione, ed una certa saggezza. In Piemonte, e a Torino, erano insomma le nostre radici, non poderose ma profonde, estese e fantasticamente intrecciate.  
Né in noi, né più in generale nella nostra generazione, "ariani" o ebrei che fossimo, si era ancora fatta strada l'idea che resistere al fascismo si doveva e si poteva. La nostra resistenza di allora era passiva, e si limitava al rifiuto, all'isolamento, al non lasciarsi contaminare. Il seme della lotta attiva non era sopravvissuto fino a noi, era stato soffocato pochi anni prima, con l'ultimo colpo di falce che aveva relegato in prigione, al confino, all'esilio o al silenzio gli ultimi protagonisti e testimoni torinesi, Einaudi, Ginzburg, Monti, Vittorio Foa, Zini, Carlo Levi. Questi nomi non ci dicevano niente, non sapevamo quasi nulla di loro, il fascismo intorno a noi non aveva antagonisti. Bisognava ricominciare dal niente, "inventare" un nostro antifascismo, crearlo dal germe, dalle radici, dalle nostre radici. Cercavamo intorno a noi, e imboccavamo strade che portavano poco lontano. La Bibbia, Croce, la geometria, la fisica, ci apparivano fonti di certezza.  
Ci radunavamo nella palestra del "Talmùd Thorà", della Scuola della Legge, come orgogliosamente si chiamava la vetusta scuola elementare ebraica, e ci insegnavamo a vicenda a ritrovare nella Bibbia la giustizia e l'ingiustizia e la forza che abbatte l'ingiustizia: a riconoscere in Assuero e in Nabucodonosor i nuovi oppressori. Ma dov'era Kadosh Barukhù, "il Santo, Benedetto sia Egli", colui che spezza le catene degli schiavi e sommerge i carri degli Egizi? Colui che aveva dettato la Legge a Mosè, ed ispirato i liberatori Ezra e Neemia, non ispirava più nessuno, il cielo sopra noi era silenzioso e vuoto: lasciava sterminare i ghetti polacchi, e lentamente, confusamente, si faceva strada in noi l'idea che eravamo soli, che non avevamo alleati su cui contare, né in terra né in cielo, che la forza di resistere avremmo dovuto trovarla in noi stessi. Non era dunque del tutto assurdo l'impulso che ci spingeva allora a conoscere i nostri limiti: a percorrere centinaia di chilometri in bicicletta, ad arrampicarci con furia e pazienza su pareti di roccia che conoscevamo male, a sottoporci volontariamente alla fame, al freddo e alla fatica, ad allenarci al sopportare e al decidere. Un chiodo entra o non entra: la corda tiene o non tiene; anche queste erano fonti di certezza.  
La chimica, per me, aveva cessato di esserlo. Conduceva al cuore della Materia, e la Materia ci era alleata appunto perché lo Spirito, caro al fascismo, ci era nemico; ma, giunto al IV anno di Chimica Pura, non potevo più ignorare che la chimica stessa, o almeno quella che ci veniva somministrata, non rispondeva alle mie domande. Preparare il bromobenzene o il violetto metile secondo il Gattermann era divertente, anche esilarante, ma non molto diverso dal seguire le ricette dell'Artusi. Perché in quel modo, e non in un altro? Dopo di essere stato ingozzato in liceo delle verità rivelate dalla Dottrina del Fascismo, tutte le verità rivelate, non dimostrate, mi erano venute a noia o in sospetto. Esistevano teoremi di chimica? No: perciò bisognava andare oltre, non accontentarsi del "quia", risalire alle origini, alla matematica ed alla fisica. Le origini della chimica erano ignobili, o almeno equivoche: gli antri degli alchimisti, la loro abominevole confusione di idee e di linguaggio, il loro confessato interesse all'oro, i loro imbrogli levantini da ciarlatani o da maghi; alle origini della fisica stava invece la strenua chiarezza dell'occidente, Archimede ed Euclide. Sarei diventato un fisico, "ruat coelum": magari senza laurea, poiché Hitler e Mussolini me lo proibivano.  
Faceva parte del programma del IV anno di Chimica un breve corso di esercitazioni di fisica: semplici misure di viscosità, tensione superficiale, potere rotatorio e simili. Il corso era diretto da un giovane assistente, magro, alto, un po' curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in un modo a cui non eravamo abituati. Gli altri nostri insegnanti, quasi senza eccezione, si mostravano convinti dell'importanza ed eccellenza della materia che insegnavano; alcuni lo erano in buona fede, per altri si trattava palesamente di una questione di supremazia personale, di territorio di caccia. Quell'assistente, invece, aveva quasi l'aria di scusarsi davanti a noi, di mettersi dalla nostra parte: nel suo sorriso un po' impacciato, e signorilmente ironico, sembrava di poter leggere: "So anch'io che con questi apparecchi antiquati e consunti non combinerete nulla di utile, e che inoltre queste sono futilità marginali, e la sapienza abita altrove; ma è un mestiere che voi dovete fare e io anche, e perciò, per favore, cercate di non far troppi danni e di imparare quanto potete". In breve, tutte le ragazze del corso si innamorarono di lui.  
Nel giro di quei mesi avevo fatto disperati tentativi di entrare come allievo interno presso questo o quel professore. Alcuni, a bocca torta o magari con burbanza, mi avevano risposto che le leggi razziali lo vietavano; altri avevano fatto ricorso a pretesti fumosi e inconsistenti. Incassato compostamente il quarto o quinto rifiuto, stavo rincasando una sera, in bicicletta, con addosso una cappa quasi tangibile di scoramento e di amarezza. Risalivo svogliatamente via Valperga Caluso, mentre dal Valentino giungevano e mi sorpassavano folate di nebbia gelida; era ormai notte, e la luce dei lampioni, mascherati di violetto per l'oscuramento, non riusciva a prevalere sulla foschia e sulle tenebre. I passanti erano rari e frettolosi: ed ecco, uno fra questi attirò la mia attenzione. Procedeva nella mia direzione con passo lungo e lento, portava un lungo cappotto nero ed era a capo scoperto, e camminava un po' curvo, ed assomigliava all'Assistente, era l'Assistente. Lo sorpassai, incerto sul da farsi; poi mi feci coraggio, tornai indietro, ed ancora una volta non osai interpellarlo. Che cosa sapevo di lui? Niente: poteva essere un indifferente, un ipocrita, addirittura un nemico. Poi pensai che non rischiavo nulla se non un ulteriore rifiuto, e senza ambagi gli chiesi se sarebbe stato possibile essere accolto per un lavoro sperimentale nel suo istituto. L'Assistente mi guardò sorpreso; in luogo del lungo discorso che avrei potuto aspettare, mi rispose con due parole del Vangelo: "Viemmi retro".  
L'interno dell'Istituto di Fisica Sperimentale era pieno di polvere e di fantasmi secolari. C'erano file di armadi a vetri zeppi di foglietti ingialliti e mangiati da topi e tarme: erano osservazioni di eclissi, registrazioni di terremoti, bollettini meteorologici bene addietro nel secolo scorso. Lungo la parete di un corridoio trovai una straordinaria tromba, lunga più di dieci metri, di cui nessuno sapeva più l'origine, lo scopo e l'uso: forse per annunciare il giorno del Giudizio, in cui tutto ciò che si asconde apparirà. C'era una eolipila in stile Secessione, una fontana di Erone, e tutta una fauna obsoleta e prolissa di aggeggi destinati da generazioni alle dimostrazioni in aula: una forma patetica ed ingenua di fisica minore, in cui conta più la coreografia del concetto. Non è illusionismo né gioco di prestigio, ma confina con loro.  
L'Assistente mi accolse nello sgabuzzino a pian terreno dove lui stesso abitava, e che era irto di apparecchi ben diversi, entusiasmanti e sconosciuti. Alcune molecole sono portatrici di un dipolo elettrico, si comportano insomma in un campo elettrico come minuscoli aghi di bussola: si orientano, alcune più pigramente, altre meno. A seconda delle condizioni, obbediscono con maggiore o minore rispetto a certe leggi: ecco, quegli apparecchi servivano a chiarire queste condizioni e questo rispetto così lacunoso. Aspettavano chi li usasse: lui era indaffarato per altre questioni (di astrofisica, mi precisò, e la notizia mi percosse le midolla: avevo dunque davanti a me, in carne ed ossa, un astrofisico!), e inoltre non era pratico di certe manipolazioni che riteneva necessarie per purificare i prodotti da sottoporre alle misure; per queste occorreva un chimico, e il chimico benvenuto ero io. Mi cedeva volentieri il campo e gli strumenti. Il campo erano due metri quadrati di tavolo e scrivania; gli strumenti, una piccola famiglia, ma i più importanti erano la bilancia di Westphal e l'eterodina. La prima, la conoscevo già; con la seconda feci presto amicizia. Era in sostanza un apparecchio radioricevente, costruito in modo da svelare minime differenze di frequenza: ed infatti, usciva brutalmente di sintonia, ed abbaiava come un cane da pagliaio, solo che l'operatore si muovesse sulla sedia, o spostasse una mano, o addirittura se soltanto entrava qualcuno nella camera. In certe ore del giorno, inoltre, rivelava tutto un intricato universo di misteriosi messaggi, ticchettii in Morse, sibili modulati, e voci umane deformate e smozzicate, che pronunciavano frasi in lingue incomprensibili, o altre in italiano, ma erano frasi insensate, in codice. Era la babele radiofonica della guerra, messaggi di morte trasmessi da navi od aerei, da chissà chi a chissà chi, al di là dei monti e del mare.  
Al di là dei monti e del mare, mi spiegò l'Assistente, esisteva un sapiente di nome Onsager, del quale lui non sapeva nulla salvo che aveva elaborato una equazione che pretendeva di descrivere il comportamento delle molecole polari in tutte le condizioni, purché si trovassero allo stato liquido. L'equazione funzionava bene per le soluzioni diluite; non risultava che nessuno si fosse curato di verificarla per soluzioni concentrate, per liquidi polari puri, e per miscele di questi ultimi. Era questo il lavoro che mi proponeva, e che io accettai con indiscriminato entusiasmo: preparare una serie di liquidi complessi, e controllare se obbedivano alla equazione di Onsager. Come primo passo, avrei dovuto fare quello che lui non sapeva fare: a quel tempo non era facile trovare prodotti puri per analisi, ed io avrei dovuto dedicarmi per qualche settimana a purificare benzene, clorobenzene, clorofenoli, amminofenoli, toluidine ed altro.  
Bastarono poche ore di contatto perché la figura dell'Assistente si definisse. Aveva trent'anni, era sposato da poco, veniva da Trieste ma era di origine greca, conosceva quattro lingue, amava la musica, Huxley, Ibsen, Conrad, ed il Thomas Mann a me caro. Amava anche la fisica, ma aveva in sospetto ogni attività che fosse tesa ad uno scopo: perciò era nobilmente pigro, e detestava il fascismo naturaliter.  
Il suo rapporto con la fisica mi rese perplesso. Non esitò a trafiggere il mio ultimo ippogrifo, confermando con parole esplicite quel messaggio sulle "futilità marginali" che avevamo letto nei suoi occhi in laboratorio. Non soltanto quelle nostre umili esercitazioni, ma l'intera fisica era marginale, per natura, per vocazione, in quanto si prefiggeva di dare norma all'universo delle apparenze, mentre la verità, la realtà, l'intima essenza delle cose e dell'uomo stanno altrove, celate dietro un velo, o sette veli (non ricordo con esattezza). Lui era un fisico, e più precisamente un astrofisico, diligente e volonteroso, ma privo di illusioni: il Vero era oltre, inaccessibile ai nostri telescopi, accessibile agli iniziati; era quella una lunga strada che lui stava percorrendo con fatica, meraviglia e gioia profonda. La fisica era prosa: elegante ginnastica della mente, specchio del Creato, chiave al dominio dell'uomo sul pianeta; ma qual è la statura del Creato, dell'uomo e del pianeta? La sua strada era lunga, e lui l'aveva appena iniziata, ma io ero suo discepolo: volevo seguirlo?  
Era una richiesta terribile. Essere discepolo dell'Assistente era per me un godimento di ogni minuto, un legame mai sperimentato prima, privo d'ombre, reso più intenso dalla certezza che quel rapporto era mutuo: io ebreo, emarginato e reso scettico dagli ultimi rivolgimenti, nemico della violenza ma non ancora risucchiato dalla necessità dell'opposta violenza, dovevo essere per lui l'interlocutore ideale, un foglio bianco su cui qualunque messaggio poteva essere inciso.  
Non inforcai il nuovo gigantesco ippogrifo che l'Assistente mi offriva. In quei mesi i tedeschi distruggevano Belgrado, spezzavano la resistenza greca, invadevano Creta dall'aria: era quello il Vero, quella la Realtà. Non c'erano scappatoie, o non per me. Meglio rimanere sulla Terra, giocare coi dipoli in mancanza di meglio, purificare il benzene e prepararsi per un futuro sconosciuto, ma imminente e certamente tragico. Purificare il benzene, poi, nelle condizioni in cui la guerra ed i bombardamenti avevano ridotto l'Istituto, non era un'impresa da poco: l'Assistente mi precisò che avevo mano del tutto libera, potevo rovistare dappertutto dalle cantine al solaio, impossessarmi di qualsiasi strumento o prodotto, ma non acquistare nulla: neppure lui lo poteva, era un regime di autarchia assoluta.  
Trovai nello scantinato un bottiglione di benzene tecnico, al 95 per cento di purezza: meglio che niente, ma i manuali prescrivevano di rettificarlo e poi di sottoporlo ad una ultima distillazione in presenza di sodio, per liberarlo dalle ultime tracce di umidità. Rettificare significa distillare frazionatamente, scartando le frazioni che bollono più basso o più alto del prescritto e raccogliendo il "cuore", che dovrebbe bollire a temperatura costante: trovai nell'inesauribile cantina la vetreria necessaria, ivi compresa una di quelle colonnine di Vigreux, graziose come una trina, opera della sovrumana pazienza ed abilità dei soffiatori di vetro, ma (sia detto fra noi) di efficienza discutibile; il bagnomaria me lo fabbricai con un pentolino d'alluminio.  
Distillare è bello. Prima di tutto, perché è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo di pensare ad altro, un po' come l'andare in bicicletta. Poi, perché comporta una metamorfosi: da liquido a vapore (invisibile), e da questo nuovamente a liquido; ma in questo doppio cammino, all'in su ed all'in giù, si raggiunge la purezza, condizione ambigua ed affascinante, che parte dalla chimica ed arriva molto lontano. E finalmente, quando ti accingi a distillare, acquisti la consapevolezza di ripetere un rito ormai consacrato dai secoli, quasi un atto religioso, in cui da una materia im perfetta ottieni l'essenza, l'«usìa", lo spirito, ed in primo luogo l'alcool, che rallegra l'animo e riscalda il cuore. Impiegai due buoni giorni per ottenere una frazione di purezza soddisfacente: per questa operazione, dato che dovevo lavorare con fiamma libera, mi ero volontariamente relegato in una cameretta al 1o piano, deserta e vuota, e lontana da ogni presenza umana.  
Ora si trattava di distillare una seconda volta in presenza di sodio. Il sodio è un metallo degenere: è anzi un metallo solo nel significato chimico della parola, non certo in quello del linguaggio quotidiano. Non è né rigido né elastico, è anzi molle come la cera; non è lucente, o meglio, lo è solo se conservato con attenzioni maniache, poiché altrimenti reagisce in pochi istanti con l'aria ricoprendosi di una brutta cotenna ruvida: con anche maggiore rapidità reagisce con l'acqua, sulla quale galleggia (un metallo che galleggia!) danzando freneticamente e svolgendo idrogeno. Frugai invano il ventre dell'Istituto: trovai dozzine di ampolle etichettate, come Astolfo sulla Luna, centinaia di composti astrusi, altri vaghi sedimenti anonimi apparentemente non toccati da generazioni, ma sodio niente. Trovai invece una boccetta di potassio: il potassio è gemello del sodio, perciò me ne impadronii e ritornai al mio eremitaggio.  
Misi nel palloncino del benzene un grumo di potassio "della grossezza di mezzo pisello" (così il manuale) e distillai diligentemente il tutto: verso la fine della operazione spensi doverosamente la fiamma, smontai l'apparecchio, lasciai che il poco liquido rimasto nel pallone si raffreddasse un poco, e poi, con un lungo ferro acuminato, infilzai il "mezzo pisello" di potassio e lo estrassi.  
Il potassio, come ho detto, è gemello del sodio, ma reagisce con l'aria e con l'acqua con anche maggiore energia: è noto a tutti (ed era noto anche a me) che a contatto con l'acqua non solo svolge idrogeno, ma anche si infiamma. Perciò trattai il mio mezzo pisello come una santa reliquia; lo posai su di un pezzo di carta da filtro asciutta, ne feci un involtino, discesi nel cortile dell'Istituto, scavai una minuscola tomba e vi seppellii il piccolo cadavere indemoniato. Ricalcai bene la terra sopra e risalii al mio lavoro.  
Presi il pallone ormai vuoto, lo posi sotto il rubinetto ed aprii l'acqua. Si udì un rapido tonfo, dal collo del pallone uscì una vampa diretta verso la finestra che era vicina al lavandino, e le tende di questa presero fuoco. Mentre armeggiavo alla ricerca di qualche mezzo anche primitivo di estinzione, incominciarono ad abbrustolire i pannelli degli scuri, ed il locale era ormai pieno di fumo. Riuscii ad accostare una sedia ed a strappare le tende: le buttai a terra e le calpestai rabbiosamente, mentre già il fumo mi aveva mezzo accecato e il sangue mi batteva con violenza nelle tempie.  
A cose finite, quando tutti i brandelli incandescenti furono spenti, rimasi in piedi per qualche minuto, atono e come istupidito, con le ginocchia sciolte, a contemplare le tracce del disastro senza vederle. Appena ebbi ripreso un po' di fiato, scesi al piano di sotto e raccontai l'episodio all'Assistente. Se è vero che non c'è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, è altrettanto vero che rievocare un'angoscia ad animo tranquillo, seduti quieti alla scrivania, è fonte di soddisfazione profonda.  
L'Assistente ascoltò la mia relazione con attenzione educata ma con un'aria curiosa: chi mi aveva costretto a imbarcarmi in quella navigazione, e a distillare il benzene con tutte quelle cure? In fondo mi stava bene: sono queste le cose che accadono ai profani, a coloro che si attardano a giocare davanti alle porte del tempio invece di penetrarvi. Ma non disse nulla; assunse per l'occasione (malvolentieri come sempre) la distanza gerarchica, e mi fece notare che un pallone vuoto non s'incendia: vuoto non doveva essere stato. Doveva aver contenuto, se non altro, il vapore del benzene, oltre naturalmente all'aria penetrata dal collo. Ma non s'è mai visto che il vapore di benzene, a freddo, prenda fuoco da sé: solo il potassio poteva aver acceso la miscela, ed il potassio io l'avevo tolto. Tutto?  
Tutto, risposi io: ma mi venne un dubbio, risalii sul luogo dell'incidente, e trovai ancora a terra i cocci del pallone; su uno di essi, guardando bene, si scorgeva, appena visibile, una macchiolina bianca. La saggiai con la fenolftaleina: era basica, era idrossido di potassio. Il colpevole era trovato: aderente al vetro del pallone doveva essere rimasto un frammento minuscolo di potassio, quanto era bastato per reagire con l'acqua che io avevo introdotta ed incendiare i vapori di benzene.  
L'Assistente mi guardava con occhio divertito e vagamente ironico: meglio non fare che fare, meglio meditare che agire, meglio la sua astrofisica, soglia dell'Inconoscibile, che la mia chimica impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili. Io pensavo ad un'altra morale, più terrena e concreta, e credo che ogni chimico militante la potrà confermare: che occorre diffidare del quasi-uguale (il sodio è quasi uguale al potassio: ma col sodio non sarebbe successo nulla), del praticamente identico, del pressapoco, dell'oppure, di tutti i surrogati e di tutti i rappezzi. Le differenze possono essere piccole, ma portare a conseguenze radicalmente diverse, come gli aghi degli scambi; il mestiere del chimico consiste in buona parte nel guardarsi da queste differenze, nel conoscerle da vicino, nel prevederne gli effetti. Non solo il mestiere del chimico.

VANADIO

Una vernice è una sostanza instabile per definizione: infatti, a un certo punto della sua carriera, da liquida deve diventare solida. È necessario che questo avvenga al momento e nel luogo giusto. Il caso opposto può essere sgradevole o drammatico: può avvenire che una vernice solidifichi (noi diciamo brutalmente "parta") durante il soggiorno a magazzino, e allora la merce va buttata; o che solidifichi la resina di base durante la sintesi, in un reattore da dieci o venti tonnellate, il che può volgere al tragico; o invece, che la vernice non solidifichi affatto, neppure dopo l'applicazione, e allora ci si fa ridere dietro, perché una vernice che non "asciuga" è come un fucile che non spara o un toro che non ingravida.  
Al processo di solidificazione prende parte in molti casi l'ossigeno dell'aria. Fra le varie imprese, vitali o distruttive, che l'ossigeno sa compiere, a noi verniciai interessa soprattutto la sua capacità di reagire con certe molecole piccole, quali quelle di certi oli, e di creare ponti fra loro trasformandole in un reticolo compatto e quindi solido: è così che, ad esempio, "asciuga" all'aria l'olio di lino.  
Avevamo importato una partita di resina per vernici, una appunto di quelle resine che solidificano a temperatura ordinaria per semplice esposizione all'atmosfera, ed eravamo preoccupati. Controllata da sola, la resina essiccava regolarmente, ma dopo di essere stata macinata con un certo (insostituibile) tipo di nerofumo, la capacità di essiccare si attenuava fino a sparire: avevamo già accantonato diverse tonnellate di smalto nero che, a dispetto di tutte le correzioni tentate, dopo applicato rimaneva appiccicoso indefinitamente, come una lugubre carta moschicida.  
In casi come questi, prima di formulare accuse bisogna andare cauti. Il fornitore era la W', grande e rispettabile industria tedesca, uno dei tronconi in cui, dopo la guerra, gli Alleati avevano smembrato la onnipotente Ig-Farben: gente come questa, prima di riconoscersi in colpa, butta sul piatto della bilancia tutto il peso del proprio prestigio e tutta la propria capacità defatigatoria. Ma non c'era modo di evitare la controversia: le altre partite di resina si comportavano bene con quella stessa partita di nerofumo, la resina era di un tipo speciale, che solo la W' produceva, e noi eravamo vincolati da un contratto, e dovevamo assolutamente continuare a fornire quello smalto nero, senza perdere scadenze.  
Scrissi una educata lettera di protesta, esponendo i termini della questione, e pochi giorni dopo giunse la risposta: era lunga e pedante, consigliava artifici ovvi che noi avevamo già adottati senza risultato, e conteneva un'esposizione superflua e deliberatamente confusa sul meccanismo d'ossidazione della resina; ignorava la nostra fretta, e sul punto essenziale diceva soltanto che erano in corso i doverosi controlli. Non rimaneva altro da fare se non ordinare subito un'altra partita, raccomandando alla W' di verificare con particolare cura il comportamento della resina con quel tipo di nerofumo.  
Insieme con la conferma di quest'ultimo ordine, giunse una seconda lettera, lunga quasi quanto la prima, e firmata dallo stesso Doktor L' Müller. Era un po' più pertinente della prima, riconosceva (con molte cautele e riserve) la giustezza della nostra doglianza, e conteneva un consiglio meno ovvio dei precedenti: "ganz unerwarteterweise", e cioè in modo del tutto inaspettato, gli gnomi del loro laboratorio avevano trovato che la partita contestata guariva se addizionata dello 0,1 per cento di naftenato di vanadio: un additivo di cui, fino a quel tempo, nel mondo delle vernici non si era mai sentito parlare. L'ignoto dottor Müller ci invitava a verificare immediatamente la loro affermazione; se l'effetto veniva confermato, la loro osservazione avrebbe potuto evitare ad entrambe le parti i fastidi e le incognite di una controversia internazionale e di una riesportazione.  
Müller. C'era un Müller in una mia incarnazione precedente, ma Müller è un nome comunissimo in Germania, come Molinari in Italia, di cui è l'esatto equivalente. Perché continuare a pensarci? Eppure, rileggendo le due lettere dal periodare pesantissimo, infarcite di tecnicismi, non riuscivo a far tacere un dubbio, di quelli che non si lasciano accantonare e ti scricchiolano dentro come tarli. Ma via, i Müller in Germania saranno duecentomila, lascia andare e pensa alla vernice da correggere.  
... e poi, ad un tratto, mi ritornò sott'occhio una particolarità dell'ultima lettera che mi era sfuggita: non era un errore di battuta, era ripetuto due volte, stava proprio scritto "naptenat", non "naphthenat" come avrebbe dovuto. Ora, degli incontri fatti in quel mondo ormai remoto io conservo memorie di una precisione patologica: ebbene, anche quell'altro Müller, in un non dimenticato laboratorio pieno di gelo, di speranza e di spavento, diceva "beta-Naptylamin" anziché "beta-Naphthylamin".  
I russi erano alle porte, due o tre volte al giorno venivano gli aerei alleati a sconquassare la fabbrica di Buna: non c'era un vetro intero, mancavano l'acqua, il vapore, l'energia elettrica; ma l'ordine era di incominciare a produrre gomma Buna, e i tedeschi non discutono gli ordini.  
Io stavo in un laboratorio con altri due prigionieri specialisti, simili agli schiavi indottrinati che i ricchi romani importavano dalla Grecia. Lavorare era tanto impossibile quanto inutile: il nostro tempo se ne andava quasi per intero nello smontare gli apparecchi ad ogni allarme aereo e nel rimontarli ad allarme cessato. Ma appunto, gli ordini non si discutono, ed ogni tanto qualche ispettore si faceva largo fino a noi attraverso le macerie e la neve per accertarsi che il lavoro del laboratorio procedesse secondo le prescrizioni. A volte veniva un Ss dalla faccia di pietra, altre volte un vecchio soldatino della Territoriale spaurito come un sorcio, altre ancora un borghese. Il borghese che compariva più sovente veniva chiamato Doktor Müller.  
Doveva essere piuttosto autorevole, perché tutti lo salutavano per primi. Era un uomo alto e corpulento, sui quarant'anni, dall'aspetto piuttosto rozzo che raffinato; con me aveva parlato soltanto tre volte, e tutte e tre con una timidezza rara in quel luogo, come se si vergognasse di qualche cosa. La prima volta, solo di questioni di lavoro (del dosamento della "naptilamina", appunto); la seconda volta mi aveva chiesto perché avevo la barba così lunga, al che io avevo risposto che nessuno di noi aveva un rasoio, anzi neppure un fazzoletto, e che la barba ci veniva rasa d'ufficio tutti i lunedì; la terza volta mi aveva dato un biglietto, scritto nitidamente a macchina, che mi autorizzava ad essere raso anche il giovedì ed a prelevare dall'Effektenmagazin un paio di scarpe di cuoio, e mi aveva chiesto, dandomi del "lei": "Perché ha l'aria così inquieta?" Io, che a quel tempo pensavo in tedesco, avevo concluso fra me: "Der Mann hat keine Ahnung", costui non si rende conto.  
Prima il dovere. Mi affrettai a ricercare fra i nostri comuni fornitori un campione di naftenato di vanadio, e mi accorsi che non era facile: il prodotto non era di fabbricazione normale, veniva preparato in piccoli quantitativi e solo su ordinazione; trasmisi l'ordinazione.  
Il ritorno di quel "pt" mi aveva precipitato in una eccitazione violenta. Ritrovarmi, da uomo a uomo, a fare i conti con uno degli "altri" era stato il mio desiderio più vivo e permanente del dopo-Lager. Era stato soddisfatto solo in parte dalle lettere dei miei lettori tedeschi: non mi accontentavano, quelle oneste e generiche dichiarazioni di pentimento e di solidarietà da parte di gente mai vista, di cui non conoscevo l'altra facciata, e che probabilmente non era implicata se non sentimentalmente. L'incontro che io aspettavo, con tanta intensità da sognarlo (in tedesco) di notte, era un incontro con uno di quelli di laggiù, che avevano disposto di noi, che non ci avevano guardati negli occhi, come se noi non avessimo avuto occhi. Non per fare vendetta: non sono un Conte di Montecristo. Solo per ristabilire le misure, e per dire "dunque?". Se questo Müller era il mio Müller, non era l'antagonista perfetto, perché in qualche modo, forse solo per un momento, aveva avuto pietà, o anche solo un rudimento di solidarietà professionale. Forse ancora meno: forse si era soltanto risentito per il fatto che quello strano ibrido di collega e di strumento, che pure in somma era un chimico, frequentasse un laboratorio senza l'Anstand, il decoro, che il laboratorio richiede; ma gli altri intorno a lui non avevano sentito neppure questo. Non era l'antagonista perfetto: ma, come è noto, la perfezione è delle vicende che si raccontano, non di quelle che si vivono.  
Mi misi in contatto col rappresentante della W', con cui ero abbastanza in confidenza, e lo pregai di investigare con discrezione sul dottor Müller: quanti anni aveva? quale aspetto? dove era stato durante la guerra? La risposta non tardò molto: gli anni e l'aspetto coincidevano, l'uomo aveva lavorato prima a Schkopau, per impratichirsi nella tecnologia della gomma, poi alla fabbrica di Buna, presso Auschwitz. Ottenni il suo indirizzo, e gli mandai, da privato a privato, una copia della edizione tedesca di Se questo è un uomo, con una lettera di accompagnamento in cui gli chiedevo se era veramente lui il Müller di Auschwitz, e se ricordava "i tre uomini del laboratorio"; bene, che scusasse la brutale intromissione e ritorno dal nulla, io ero uno dei tre, oltre ad essere il cliente preoccupato per la resina che non essiccava.  
Mi disposi all'attesa della risposta, mentre a livello aziendale continuava, come l'oscillazione di un enorme lentissimo pendolo, lo scambio di lettere chimico-burocratiche a proposito del vanadio italiano che non andava così bene come quello tedesco. Vogliate pertanto spedirci con cortese urgenza le specificazioni del prodotto, ed inviarcene per via aerea kg 50, il cui importo vorrete defalcare eccetera. Sul piano tecnico la questione sembrava bene avviata, ma non era chiaro il destino del lotto difettoso di resina: trattenerlo con uno sconto sul prezzo, o riesportarlo a spese della W', o chiedere un arbitrato; intanto, come è usanza, ci minacciavamo a vicenda di adire le vie legali, "gerichtlich vorzugehen".  
La risposta "privata" continuava a farsi attendere, il che era irritante e snervante quasi quanto la contesa aziendale. Che cosa sapevo del mio uomo? Niente: con ogni probabilità aveva cancellato tutto, deliberatamente o no; la mia lettera e il mio libro erano per lui un'intrusione ineducata e fastidiosa, un invito maldestro a rimestare un sedimento ormai bene assestato, un attentato all'Anstand. Non avrebbe risposto mai. Peccato: non era un tedesco perfetto, ma esistono tedeschi perfetti? o ebrei perfetti? Sono un'astrazione: il passaggio dal generale al particolare riserva sempre delle sorprese stimolanti, quando il partner privo di contorni, larvale, ti si definisce davanti, a poco a poco o ad un solo tratto, e diventa il Mitmensch, il co-uomo, con tutto il suo spessore, ticchi, anomalie ed anacoluti. Ormai erano passati quasi due mesi: la risposta non sarebbe più arrivata. Peccato.  
Arrivò datata 2 marzo 1967, su elegante carta intestata in caratteri vagamente gotici. Era una lettera di apertura, breve e riservata. Sì, il Müller di Buna era proprio lui. Aveva letto il mio libro, riconosciuto con emozione persone e luoghi; era lieto di sapermi sopravvissuto; mi chiedeva notizie degli altri due "uomini del laboratorio", e fin qui non c'era nulla di strano, poiché erano nominati nel libro: ma chiedeva anche di Goldbaum, che io non avevo nominato. Aggiungeva di aver riletto, con l'occasione, le sue annotazioni su quel periodo: me le avrebbe commentate volentieri in un auspicabile incontro personale, "utile sia a me, sia a Lei, e necessario ai fini del superamento di quel terribile passato" ("im Sinne der Bewältigung der so furchtbaren Vergangenheit"). Dichiarava infine che, fra tutti i prigionieri che aveva incontrato ad Auschwitz, ero io quello che gli aveva fatto l'impressione più forte e duratura, ma questa poteva bene essere una lusinga: dal tono della lettera, e in specie da quella frase sul "superamento", sembrava che l'uomo aspettasse qualcosa da me.  
Adesso toccava a me rispondere, e mi sentivo imbarazzato. Ecco: l'impresa era riuscita, l'avversario accalappiato; era davanti a me, quasi un collega verniciaio, scriveva come me su carta intestata, e si ricordava perfino di Goldbaum. Era ancora assai sfuocato, ma era chiaro che voleva da me qualcosa come un'assoluzione, perché lui aveva un passato da superare e io no: io volevo da lui soltanto uno sconto sulla fattura di una resina difettosa. La situazione era interessante, ma del tutto atipica: coincideva solo in parte con quella del reprobo davanti al giudice.  
In primo luogo: in quale lingua gli avrei risposto? Non in tedesco certo; avrei commesso errori ridicoli, che il mio ruolo non ammetteva. Meglio sempre combattere sul proprio campo: gli scrissi in italiano. I due del laboratorio erano morti, non sapevo dove né come; così pure Goldbaum, di freddo e fame, durante la marcia di evacuazione. Di me, l'essenziale lo conosceva dal libro, e dalla corrispondenza aziendale sul vanadio.  
Avevo io molte domande da porgli: troppe, e troppo pesanti per lui e per me. Perché Auschwitz? Perché Pannwitz? Perché i bambini in gas? Ma sentivo che non era ancora il momento di superare certi limiti, e gli chiesi soltanto se accettava i giudizi, impliciti ed espliciti, del mio libro. Se riteneva che la Ig-Farben avesse assunto spontaneamente la mano d'opera schiava. Se conosceva allora gli "impianti" di Auschwitz, che ingoiavano diecimila vite al giorno a sette chilometri dagli impianti per la gomma Buna. Infine, poiché lui citava le sue "annotazioni su quel periodo", me ne avrebbe mandata una copia?  
Dell'«auspicabile incontro" non parlai, perché ne avevo paura. Inutile cercare eufemismi, parlare di pudore, ribrezzo, ritegno. Paura era la parola: come non mi sentivo un Montecristo, così non mi sentivo un Orazio-Curiazio; non mi sentivo capace di rappresentare i morti di Auschwitz, e neppure mi pareva sensato ravvisare in Müller il rappresentante dei carnefici. Mi conosco: non posseggo prontezza polemica, l'avversario mi distrae, mi interessa più come uomo che come avversario, lo sto a sentire e rischio di credergli; lo sdegno e il giusto giudizio mi tornano dopo, sulle scale, quando non servono più. Mi stava bene continuare per lettera.  
Müller mi scrisse aziendalmente che i cinquanta chili erano stati spediti, e che la W' confidava in una composizione amichevole eccetera. Quasi simultaneamente, mi giunse a casa la lettera che attendevo: ma non era come la attendevo. Non era una lettera modello, da paradigma: a questo punto, se questa storia fosse inventata, avrei potuto introdurre solo due tipi di lettera; una lettera umile, calda, cristiana, di tedesco redento; una ribalda, superba, glaciale, di nazista pervicace. Ora questa storia non è inventata, e la realtà è sempre più complessa dell'invenzione: meno pettinata, più ruvida, meno rotonda. È raro che giaccia in un piano.  
La lettera era lunga otto pagine, e conteneva una fotografia che mi fece trasalire. Il viso era quel viso: invecchiato, ed insieme nobilitato da un fotografo sapiente, lo risentivo alto sopra di me a pronunciare quelle parole di compassione distratta e momentanea, "perché ha l'aria così inquieta?"  
Era visibilmente opera di uno scrivente inesperto: retorica, sincera a mezzo, piena di digressioni e di elogi sperticati, commovente, pedantica ed impacciata: sfidava qualsiasi giudizio sommario e globale.  
Attribuiva i fatti di Auschwitz all'Uomo, senza differenziare; li deplorava, e trovava consolazione al pensiero di altri uomini citati nel mio libro, Alberto, Lorenzo, "contro cui si spuntano le armi della notte": la frase era mia, ma ripetuta da lui mi suonava ipocrita e stonata. Raccontava la sua storia: "trascinato inizialmente dal generale entusiasmo per il regime di Hitler", si era iscritto in una lega studentesca nazionalistica, che poco dopo era stata incorporata d'ufficio nelle Sa; aveva ottenuto di esserne congedato, e commentava che "anche questo era dunque possibile". Alla guerra, era stato mobilitato nell'antiaerea, e soltanto allora, davanti alle rovine delle città, aveva provato "vergogna e sdegno" per la guerra. Nel maggio del '44 aveva potuto (come me!) far valere la sua qualità di chimico, ed era stato assegnato alla fabbrica di Schkopau della Ig-Farben, di cui la fabbrica di Auschwitz era una copia ingrandita: a Schkopau aveva provveduto ad addestrare nei lavori di laboratorio un gruppo di ragazze ucraine, che infatti io avevo ritrovate ad Auschwitz, e di cui non mi spiegavo la strana famigliarità col dottor Müller. Era stato trasferito ad Auschwitz con le ragazze solo nel novembre 1944: il nome di Auschwitz, a quel tempo, non aveva alcun significato, né per lui, né per i suoi conoscenti; tuttavia, al suo arrivo, aveva avuto un breve incontro di presentazione col direttore tecnico (presumibilmente l'ingegner Faust), e questi lo aveva ammonito che "agli ebrei di Buna dovevano essere assegnati solo i lavori più umili, e la compassione non era tollerata".  
Era stato assegnato alle dirette dipendenze del Doktor Pannwitz, quello che mi aveva sottoposto ad un curioso "esame di Stato" per accertarsi delle mie capacità professionali: Müller mostrava di avere una pessima opinione del suo superiore, e mi precisava che era morto nel 1946 di un tumore al cervello. Era lui Müller il responsabile dell'organizzazione del laboratorio di Buna: affermava di non aver saputo nulla di quell'esame, e di essere stato lui stesso a scegliere noi tre specialisti, e me in specie; secondo questa notizia, improbabile ma non impossibile, sarei dunque stato debitore a lui della mia sopravvivenza. Con me, affermava di aver avuto un rapporto quasi di amicizia fra pari; di aver conversato con me di problemi scientifici, e di aver meditato, in questa circostanza, su quali "preziosi valori umani venissero distrutti da altri uomini per pura brutalità". Non solo io non ricordavo alcuna conversazione del genere (e la mia memoria di quel periodo, come ho detto, è ottima), ma il solo supporle, su quello sfondo di disfacimento, di diffidenza reciproca e di stanchezza mortale, era del tutto fuori della realtà, e solo spiegabile con un molto ingenuo wishful thinking postumo; forse era una circostanza che lui raccontava a molti, e non si rendeva conto che l'unica persona al mondo che non la poteva credere ero proprio io. Forse, in buona fede, si era costruito un passato di comodo. Non ricordava i due dettagli della barba e delle scarpe, ma ne ricordava altri equivalenti, e a mio parere plausibili. Aveva saputo della mia scarlattina, e si era preoccupato della mia sopravvivenza, specialmente quando aveva saputo che i prigionieri venivano evacuati a piedi. Il 26 gennaio 1945 era stato assegnato dalle Ss al Volkssturm, l'armata raccogliticcia di riformati, di vecchi e di bambini che avrebbe dovuto contrastare il passo ai sovietici: lo aveva fortunosamente salvato il direttore tecnico nominato sopra, autorizzandolo a fuggire nelle retrovie.  
Alla mia domanda sulla Ig-Farben rispondeva recisamente che sì, aveva assunto prigionieri, ma solo per proteggerli: addirittura, formulava la (pazzesca!) opinione che l'intera fabbrica di Buna-Monowitz, otto chilometri quadrati di impianti ciclopici, fosse stata costruita con l'intento di "proteggere gli ebrei e contribuire a farli sopravvivere", e che l'ordine di non aver compassione per loro fosse "eine Tarnung", un mascheramento. "Nihil de Principe", nessuna accusa alla Ig-Farben: il mio uomo era tuttora dipendente della W', che ne era l'erede, e non si sputa nel piatto in cui si mangia. Durante il suo breve soggiorno ad Auschwitz, lui "non era mai venuto a conoscenza di alcun elemento che sembrasse inteso all'uccisione degli ebrei". Paradossale, offensivo, ma non da escludersi: a quel tempo, presso la maggioranza silenziosa tedesca, era tecnica comune cercare di sapere quante meno cose fosse possibile, e perciò non porre domande. Anche lui, evidentemente, non aveva domandato spiegazioni a nessuno, neppure a se stesso, benché le fiamme del crematorio, nei giorni chiari, fossero visibili dalla fabbrica di Buna.  
Poco prima del collasso finale, era stato catturato dagli americani, e rinchiuso per qualche giorno in un campo per prigionieri di guerra che lui, con sarcasmo involontario, definiva "di attrezzatura primitiva": come al tempo dell'incontro in laboratorio, Müller continuava dunque, nel momento in cui scriveva, a non avere "keine Ahnung", a non rendersi conto. Era ritornato presso la sua famiglia a fine giugno 1945. Il contenuto delle sue annotazioni, che io avevo chiesto di conoscere, era sostanzialmente questo.  
Percepiva nel mio libro un superamento del Giudaismo, un compimento del precetto cristiano di amare i propri nemici ed una testimonianza di fede nell'Uomo, e concludeva insistendo sulla necessità di un incontro, in Germania o in Italia, dove era pronto a raggiungermi quando e dove io lo gradissi: preferibilmente in Riviera. Due giorni dopo, per i canali aziendali, arrivò una lettera della W' che, certo non per caso, portava la stessa data della lunga lettera privata, oltre alla stessa firma; era una lettera conciliante, riconoscevano il loro torto, e si dichiaravano disponibili a qualsiasi proposta. Facevano capire che non tutto il male era venuto per nuocere: l'incidente aveva messo in luce la virtù del naftenato di vanadio, che d'ora in avanti sarebbe stato incorporato direttamente nella resina, a qualunque cliente fosse destinata.  
Che fare? Il personaggio Müller si era "entpuppt", era uscito dalla crisalide, era nitido, a fuoco. Né infame né eroe: filtrata via la retorica e le bugie in buona o in mala fede, rimaneva un esemplare umano tipicamente grigio, uno dei non pochi monocoli nel regno dei ciechi. Mi faceva un onore non meritato attribuendomi la virtù di amare i nemici: no, nonostante i lontani privilegi che mi aveva riserbati, e benché non fosse stato un nemico a rigore di termini, non mi sentivo di amarlo. Non lo amavo, e non desideravo vederlo, eppure provavo una certa misura di rispetto per lui: non è comodo essere monocoli. Non era un ignavo né un sordo né un cinico, non si era adattato, faceva i conti col passato e i conti non gli tornavano bene: cercava di farli tornare, magari barando un poco. Si poteva chiedere molto di più a un ex-Sa? Il confronto, che tante volte avevo avuto occasione di fare, con altri onesti tedeschi incontrati in spiaggia o in fabbrica, era tutto a suo favore: la sua condanna del nazismo era timida e perifrastica, ma non aveva cercato giustificazioni. Cercava un colloquio: aveva una coscienza, e si arrabattava per mantenerla quieta. Nella sua prima lettera aveva parlato di "superamento del passato", "Bewältigung der Vergangenheit": ho poi saputo che questo è uno stereotipo, un eufemismo della Germania d'oggi, dove è universalmente inteso come "redenzione dal nazismo"; ma la radice "walt" che vi è contenuta compare anche in parole che dicono "dominio", "violenza" e "stupro", e credo che traducendo l'espressione con "distorsione del passato", o "violenza fatta al passato", non si andrebbe molto lontano dal suo senso profondo. Eppure era meglio questo rifugiarsi nei luoghi comuni che non la florida ottusità degli altri tedeschi: i suoi sforzi di superamento erano maldestri, un po' ridicoli, irritanti e tristi, tuttavia decorosi. E non mi aveva fatto avere un paio di scarpe?  
Alla prima domenica libera mi accinsi, pieno di perplessità, a preparare una risposta per quanto possibile sincera, equilibrata e dignitosa. Stesi la minuta: lo ringraziavo per avermi fatto entrare nel laboratorio; mi dichiaravo pronto a perdonare i nemici, e magari anche ad amarli, ma solo quando mostrino segni certi di pentimento, e cioè quando cessino di essere nemici. Nel caso contrario, del nemico che resta tale, che persevera nella sua volontà di creare sofferenza, è certo che non lo si deve perdonare: si può cercare di recuperarlo, si può (si deve!) discutere con lui, ma è nostro dovere giudicarlo, non perdonarlo. Quanto al giudizio specifico sul suo comportamento, che Müller implicitamente domandava, citavo discretamente due casi a me noti di suoi colleghi tedeschi che nei nostri confronti avevano fatto qualcosa di ben più coraggioso di quanto lui rivendicava. Ammettevo che non tutti nascono eroi, e che un mondo in cui tutti fossero come lui, cioè onesti ed inermi, sarebbe tollerabile, ma questo è un mondo irreale. Nel mondo reale gli armati esistono, costruiscono Auschwitz, e gli onesti ed inermi spianano loro la strada; perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi, ogni uomo, e dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi. Dell'incontro in Riviera non feci parola.  
Quella sera stessa Müller mi chiamò al telefono dalla Germania. La comunicazione era disturbata, e del resto ormai non mi è più facile comprendere il tedesco al telefono: la sua voce era faticosa e come rotta, il tono concitato. Mi annunciava che per Pentecoste, entro sei settimane, sarebbe venuto a Finale Ligure: potevamo incontrarci? Preso alla sprovvista, risposi di sì; lo pregai di precisare a suo tempo i particolari del suo arrivo, e misi da parte la minuta ormai superflua.  
Otto giorni dopo ricevetti dalla Signora Müller l'annuncio della morte inaspettata del Dottor Lothar Müller, nel suo sessantesimo anno di età.
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