Nota: la principale obiezione mossami a questo scritto è questa: che "in realtà" le cose non stiano così.
"In realtà", cioè, vi sarebbero persone che operano nell' ambito del soccorso senza alcuna cognizione della sacralità della cosa.
Ora, vorrei chiarire questo: lo so benissimo. Li vedo.
Il fatto che delle persone operino controvoglia, o solo al fine di ottenere uno stipendio, o chissà perchè, non sottrae un milligrammo di sacralità alla cosa: la cosa rimane intatta, così come la ho descritta io qui di seguito; toglie solo valore alla persona che non opera tenendo questa sacralità a mente. La sacralità c'è e non viene mai meno: è la persona che la percepisce che svolge il ruolo del caro estinto.Durante il Rinascimento gli alchimisti tentavano di transmutare «il vile piombo in oro».
Se ciò fosse una utopia protoscientifica meritevole solo di essere derisa o se invece parlare di una simile conversione abbia un senso e sia almeno in parte possibile, costituisce occupazione quotidiana di tutti coloro che hanno scelto di operare nell' ambito del soccorso.
Soccorso inteso come lo intende la
Misericordia o le
Ambulanze di St John: soccorso che si dispiega su di un ventaglio a 360 gradi per accogliere ecumenicamente indigenze, disgrazie, miserie ed emergenze tanto individuali quanto collettive.
Se siffatto piombo, tanto greve quanto realissimo, possa essere davvero convertito in oro, costituisce una precipitazione che non si esegue negli alambicchi di un negromante, ma in alambicchi che respirano e che camminano, e che ogni giorno sono sulle strade delle nostre città, tutt' altro che utopici o fiabeschi bensì visibili verissimi e reali, operanti o nella veste (per usare terminologie anglosassoni) di relief, o in quella di FPOS: First Person On Scene, perchè se accade il peggio del peggio saremo proprio noi a saperlo, vederlo, e contrastarlo - per primi.
E non è allora solo un gesto sacerdotale quello di impartire il segno della croce e dire: «ego te absolvo a peccatis tuis»; perchè metaforicamente ogni qual volta un soccorritore porta una goccia di bene laddove dilagavano solo la disgrazia il sangue ed il male, egli ha almeno dissolto -se non assolto- una particella di "peccato".
Perchè questo è quello che facciamo nel Volontariato; questo, e non altro, è quello di cui ci occupiamo; questo è il nostro lavoro, il nostro "job" - sia che ne siamo o che non ne siamo autoconsapevoli.
Possiamo stupircene; ma non dovremmo vederci disproporzione alcuna, quantomeno se ricordiamo il Vangelo di Marco:
«Gesù allora disse al paralitico: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". Ora vi erano lì alcuni scribi che dissero: "Chi è costui che parla in tal modo? Egli bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non che Dio?". Ma Gesù disse: "Perchè pensate questo? Cosa è più facile dire al paralitico: ti sono rimessi i tuoi peccati, oppure: alzati, prendi il tuo lettino, e cammina? Ora, affinchè vediate che il Figlio dell' Uomo ha la facoltà di rimettere i peccati sulla terra, dico a te: alzati, prendi il tuo lettino, e cammina." E quello si alzò e subito prese il suo lettino, e se ne andò».
Certo, noi nel Volontariato non possiamo precisamente dire (benchè ci piacerebbe assai): alzati, e cammina. Al massimo possiamo dire: ti coltriniamo e ti trasportiamo.
Ma è già una trasformazione del male in bene: è già uno "scacciare gli spiriti maligni". E' nostra facoltà.
E se forse non possiamo davvero assolvere i peccati altrui, possiamo però senz'altro assolvere i nostri. Il miracolo di Lazzaro non è solo una taumaturgia su di un paziente che, per quanto ci si possa ingegnare, noi non possiamo fare.
Ma è certamente una taumaturgia su noi stessi quando, dopo una giornata di fatiche, di disillusioni, o di amarezze, ci ricordiamo che il Volontariato ci attende; che il male è sempre lì in attesa di una nuova facile preda, che non fa vacanze, che non guarda alle intemperie; che il dolore e la necessità sono sempre in agguato tanto nelle versioni più catastrofiche cui facciamo fronte con dedizione e fatica quanto in quelle più pedestri davanti a cui talora, magari, ci picchiamo di fingerci infastiditi.
E' allora che il miracolo di Lazzaro si compie di nuovo: ogni qual volta un soccorritore, volontario o dipendente che sia, dice a sè stesso: non importa quanto sono stanco, se mi va o se non mi va, ma "alzati e cammina" che la Misericordia (o quel che sia) potrebbe avere bisogno anche di te oggi.
Una riflessione, questa, peraltro, che sono convinto potrebbe essere di aiuto specie per coloro che svolgono il più particolare dei servizi, cioè quello delle "wake-up calls": il servizio notturno. Essere buttati giù da quei letti non è un inconveniente: è un onore.
E quando tre o quattro confratelli buttati giù dal letto, convergono da diverse porte e si radunano nella penombra e nel silenzio irreale della sede per conoscere dal Servo la loro destinazione, in quella sala vibra sottile, umile e grandioso al contempo, qualcosa della veglia nell' Orto dei Getsemani; già solo l'atto di adunarsi sarebbe una storia da raccontare ai nipotini.
Così, per restare sul tema della chiamata, vorrei aggiungere delle riflessioni ulteriori - specificando che non sono ispirate tanto a esperienze reali quanto a ipotesi e controipotesi fatte nel riflettere sul Servizio. Ad esempio, non accade quasi mai: epperò è bene che il soccorritore, qualora la tentazione lo colga, non si presenti ad una chiamata prima che lo squillo di chiamata sia stato effettivamente udito, magari orecchiando la telefonata che lo precede.
A mio umile modo di vedere, a meno che non si sappia per certo di essere gli unici presenti in sede, sarebbe preferibile non cedere a questo impulso; anche se si sa o si presume che si disporebbe di titolarità e/o prenotazioni formali esclusive.
Questo perchè non si dovrebbe mai dare per scontato che si sarà inviati in servizio: darlo per scontato è un po' come tentare di monopolizzare una cosa la cui natura più profonda ed autentica è appunto quella di servizio, e dunque inserire nel bene un discorso di potere che non deve starci: il discorso del diritto maturato, della priorità professionale, della competenza maggiore.
I servizi che ci vengono assegnati si fanno: si fanno tutti. Se non se ne vogliono fare alcuni, piuttosto si sta a casa e non se ne fa nessuno. Si fanno senza discutere. E si fanno quando il Servo ce li assegna, e non prima.
Certo, è nella natura del buon soccorritore quella di desiderare di essere sempre chiamati, sempre all' opera: nel soccorritore lo zelo è una virtù.
Ma anche la pazienza lo è.
Nel servizio si deve essere umili, non fiscali.
Quando non siamo chiamati al servizio che volevamo, o a cui pensavamo di avere titolarità, la nostra disillusione e il possibile "rancore" ce li terremo per noi: dimostreremo così con i fatti della nostra umiltà, e non con le nostre rimostranze, di esserne degni di vedercelo assegnato quel servizio, piuttosto che di esserne titolari.
E quando penserai o crederai di essere migliore degli altri, pensa anche a questo: che colui che dispone di vera grandezza, non dimostra la propria grandezza e superiorità privando gli altri della loro dignità, sminuendoli o rimproverandoli così da risaltare più grandioso sullo sfondo della loro vilificazione: ma si dimostra vera ed autentica grandezza scendendo dal proprio piedistallo e piazzandosi con disinvoltura al loro livello, e qui insegnandogli. Perchè è insegnando e lasciando che gli altri posano crescere al tuo livello ed andare anche oltre che dai prova, non temendo la loro crescita, di essere davvero "il più grande di tutti" - come Cassius Clay avrebbe potuto dire.
E' in questo senso che anche quando non si è fatto nulla durante le nostre ore di permanenza, e non si è stati mai chiamati, dobbiamo dirci: ho offerto al Signore (comunque lo si voglia intendere, fosse anche il «Al Dio Ignoto» di San Paolo) il sacrificio del mio tempo. Non dobbiamo essere come i farisei, che vogliono sempre stare nelle prime file del tempio, per dire ad alta voce: o Signore ti ringrazio per avermi fatto così bravo; ma dobbiamo invece sapere stare anche nelle ultime file, e ringraziare il Signore di averci dato la possibilità, oggi, di offrire in sacrificio il nostro piccolo orgoglio: perchè senza di esso, forse, domani servirò meglio il mio paziente - pensando di più a lui e di meno a me.
Nè si deve cercare solo i servizi che ci piacciono o di cui si ha meno paura - una tentazione questa ultima che come stracciafoglio si potrebbe avere.
Le disgrazie altrui non possono essere un menu dal quale prescegliere e dire: questo non mi piace non me lo portare, questo sì mi piace porzione doppia, questo mezza porzione, questo non so com'è portamene un dito che lo assaggio. I servizi si fanno tutti, e quanto a quelli che non ci piacciono potrebbe essere una buona idea andarseli a cercare: inclusa la rimozione salme; incluse le mutature, perchè se ci crea problemi pulire un sedere, significa che non siamo ancora pronti a nulla.
La ricompensa della buona azione non sta nel fare quel che ci piace o che ci è più consono. La ricompensa della buona azione, è avere fatto la buona azione.
Si viene appagati da quella. E quando un bambino malato infine ci sorride flebilmente in ambulanza, quando un paziente vede che gli prestiamo attenzione anche nelle cose minute che magari egli reputa gravi e noi non tanto e vediamo che si è accorto che ciò nonostante lo stiamo ascoltando davvero, quando un malato ci stringe la mano, quando una persona paralizzata ci guarda in maniera un po' più intenta e sta per dirci grazie anche se non lo dice, quando un coltrinato ha gli occhi lucidi a vederci sudati e affannati perchè lo abbiamo deposto sul suo letto dopo sei piani di scale strette, quando un paziente incapacitato a parlare da un ictus ci accarezza il volto, quando un assistito ci attende con trepidazione, quello è il nostro vero stipendio; quello è il nostro salario; per quello lavoriamo: è quella la nostra ricompensa, se proprio deve esservene una, quella la nostra paga, quello il nostro rancio.
Non ci sono eroi qui; e quando un paziente muore nessuno è stato bravo ma tutti potevamo fare di più - anche se non potevamo.
O, viceversa, non importa se il paziente non era affatto grave, se c'aveva solo il raffreddore, o se era un barbone, o un tossico che getta via la propria vita: solo i dandies muoiono in letti d'oro, Nostro Signore non aveva "una pietra su cui fare riposare il capo", e intervenire anche sul futile con competenza ed attenzione fa parte del nostro servizio nè più ne meno di tutto il resto. Decidono la vita e la morte chi, che cosa, e come: noi non decidiamo nulla, noi non scegliamo niente, e non giudichiamo nessuno: noi serviamo tutti.
E se una madre troppo ansiosa ci ha chiamati perchè al suo figliolo gli gocciola il naso, così dirottando altrove risorse preziose, noi glielo spiegheremo con educazione e tatto, e poi ci inchineremo, e gli puliremo il moccio: con la stessa meticolosa dedizione ed intenzione di sempre; perchè nessuno di noi è così importante ed indispensabile, da dovere risparmiare i proprii talenti in attesa delle sfide del grandioso; e chi non sa attendere bene al piccolo che si ritrova, tanto meno saprà attendere bene al grande cui anela.
Ed è sempre in questo contesto che può valere osservare che i servizi non si fanno con chi ci piace: i servizi si fanno con chi c'è.
Belli o brutti. Bravi o inetti. Simpatici o antipatici. Si parte in servizio con loro, e la priorità è il paziente, solo il paziente, null' altro che il paziente: punto e basta. Chi c'è, c'è.
Ma l' aspetto più entusiasmante del servizio è, io penso, questo: forse quel che facciamo è poco, forse stiamo solo mettendo delle gocce in un oceano sconfinato, piccole gocce insignificanti e inani che subito verranno diluite nell' immensità di nuovi dolori che sopraggiungono, di nuovi drammi, e di nuovi incidenti.
Ma (ed è un "ma" importante assai) quel poco noi ce lo abbiamo messo davvero: quella goccia, è reale.
Il nostro contributo è stato vero, fattivo. Non sono stati solo teoremi, non sono state solo parole, non sono stati solo discorsi, non sono state solo chiacchere da bar, non sono stati solo articoli di giornale, non sono state solo disquisizioni filosofiche: ma alle parole sono seguiti i fatti e gli Atti. Fatti e Atti reali, realmente accaduti.
Dostoevskij scrisse: "Ho sempre desiderato che non fossero solo parole. Ancora oggi, tutti i giorni, io voglio che non siano solo parole"; nel Volontariato sono fatti. Tutti i giorni.
E se il male continuerà a sopravanzare, tanto peggio tanto meglio poichè ci aiuterà a conservare meticolosità e frugalità nel nostro operato: correndo più veloce e delle nostre ambulanze e delle nostre pause, ci impedirà di soffermarci a popolarle di fatuo autocompiacimento, di vanità delle vanità. Ci si batte, e poi si torna a casa sconosciuti ed in silenzio: perchè tanto domani, come Sisifo, si ricomincia a rammendare la trama vulnerata da nuove ferite, e le luci blu torneranno a lampeggiare contro le mura dei vicoli, le auto delle mutature a snodarsi per i viali, e noi torneremo a solcare la notte, a sfidare "la freccia che vola a mezzogiorno, la peste che imperversa a mezzanotte" (Salmi), e ovunque ci sia bisogno di noi noi ci saremo - per primi, a sostenere l' impatto del peggio.
Una ultima considerazione, giacchè parliamo di «Misericordia» non per caso, la merita l' aspetto religioso: esso non costituisce una complicazione, un inconveniemnte, o un fattore ancillare e sussidiario del soccorso.
Il senso del servizio è quello di essere e farsi missione e conversione, e non solo professione.
Questo aspetto uno potrebbe anche non vedervelo, ma il fatto che non lo si veda non significa che non c'è: significa solo che si serve ad occhi chiusi. Facendo il che, non si attinge affatto al realismo prammatico per rinunciare virilmente alle seduzioni dell' idealismo, ma si infligge a sè medesimi una perdita netta e senza motivo. Come si auspicava la Yourcenar: "entriamo nella morte ad occhi aperti", perchè il soccorritore è proprio colui che deve tenerli ben aperti mentre tutti li chiudono; dunque nemmeno ha senso chiudere gli occhi davanti alla religiosità, durante il servizio.
Non si può avere a che fare con il dolore altrui come dei burocrati del pronto soccorso di malavoglia, nè si può essere primi sulla scena come turisti per caso, o come dei deportati: come dei soccorritori per sbaglio. Se deve essere così, allora cambiamo mestiere se è mestiere, o stiamocene a casa se siamo (e forse sarebbe anche peggio) volontari.
Perdere il senso della missione, significa tanto far venire meno la quintessenza della cosa quanto perdere con esso tutta la professionalità.
Non si soccorrono esseri umani con la stessa negligenza annoiata con cui si riempe un modulo postale: se lo si facesse, significherebbe il contrario della professionalità in questo campo. E non si eseguono su esseri senzienti e sofferenti dei protocolli con lo stesso automatismo con cui si fa la strada di ogni giorno per andare al lavoro: nel servizio e nel soccorso quella strada è nuova e diversa ogni giorno, perchè sono proprio il paziente e le sue sofferenze che la fanno nuova, unica, irripetibile.
Recitare una preghiera a fine di ogni servizio, non è dunque un atto di uomini creduloni, ingenui, oppure bigottamente sottomessi ad un credo unico e fondamentalista.
Innanzi tutto, e a prescindere: perchè non si dovrebbe pregare, o credere in Dio, o in un Dio al di qua e al di là dell' aurora? O perchè si dovrebbe reputare ingenuo chi prega o chi crede? Noi crediamo ai politici, ai sindacalisti, crediamo alle rockstar, alla pubblicità, crediamo a mariti mogli partners e amanti, crediamo al padre alla madre ai fratelli alle sorelle e agli amici, crediamo al gossip, ai telegiornali, ai giornali, alle ideologie, alle serie televisive, agli oroscopi, ai vicini di casa, ai siti web, ai generali e ai colonnelli e ai sergenti, a
chiunque indossi un camice, ai venditori ambulanti, agli sponsor, e ai testimonial televisivi che ci vendono lavatrici - a tutto questo noi crediamo senza esitazione; ma poi, quando vediamo uno che crede in Dio, diciamo "ah no, io sono una persona matura e realista: non credo a queste sciocchezze, io!"...
Recitare una preghiera alla fine di ogni servizio è piuttosto il tentativo di uomini reali, autoconsapevoli e per nulla ingenui, e che si confrontano ogni giorno con drammi grandi e piccoli, di rammentare a sè stessi che in questo circuito dove azioni ripetitive si compiono, disgrazie sopraggiungono, esseri umani vivono e muoiono, girdano soffocano e soffrono, rantolano sanguinano e si divincolano, svengono agonizzano e trapassano, si disperano e gioiscono, piangono affranti dal lutto o guardano avanti speranzosi, non trascorre mai nulla di burocratico; pregare serve a ricodarci che siamo piuttosto in presenza di qualcosa di grandioso la cui ovvia, palese ed evidentissima sacralità ci può sfuggire solo a nostro danno e per mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa. Mia, e di niente e di nessun altro.
E la preghiera, nella fattispecie, per "i nostri frartelli defunti", che noi presto raggiungeremo, ha proprio il senso di ricordarci d' un' altra grandiosità: che qui, proprio su questi asfalti, proprio su queste pietre, proprio lungo queste strade, proprio su questi selciati e questi noti sagrati, si sono avvicendate le generazioni dei soccorritori; e lo hanno fatto, letteralmente e niente affatto enfaticamente, nei secoli dei secoli amen.
E' in questo avvicendamento generazionale che sta il senso più profondo della perpetuità del nostro servizio. Finchè ci sarà il dolore od una sofferenza sola, finchè la morte non avrà perso il suo pungiglione, le nostre schiere saranno qui a battersi, diligenti ed in silenzio, senza fanfare e senza tamburi, al massimo con qualche sirena; e quando la nostra prima linea di oggi cadrà, la seconda di domani semplicemente serrerà i ranghi, sopravanzerà, e ci avvicenderà; e che le disgrazie adesso ci tirino pure addosso tutti gli strali e le frecce e i sassi di cui dispongono: tanto noi restiamo qui, in servizio permanente.
Noi non lasceremo feriti sul campo. Primi sulla scena, ultimi a mollare. E ce ne andremo solo quando anche l'ultimo dei dolori se ne sarà andato. E se l' Apocalisse è per oggi a mezzogiorno, noi ci saremo. Perchè questo è quello che noi facciamo: proprio questo. E lo facciamo davvero, lo facciamo ogni giorno, e lo facciamo sia che se ne sia consapevoli sia che no.
Primi ad arrivare, ultimi ad arrendersi.
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