"Ed è demagogia esaltare il popolo davanti al popolo, e il parlamento davanti al parlamento!" (Francesco Cossiga * , con una frase stupefacente, e retoricamente degna di un pensatore francese d'altri tempi: ha definito cos' è demagogia in una riga.)"Ebbene: quale è stato l'esito di tutto ciò? di questa leva unica e possente, di questa autorità senza limiti? Un regno brillante, poi un regno vergognoso, e finalmente un regno fiacco e una rivoluzione. La ragione di questo inevitabile svolgimento degli avvenimenti è semplice e chiara. Gli istituti che valgono a circoscrivere il potere, valgono nello stesso tempo anche a sostenerlo. Lo guidano nel suo cammino, lo coadiuvano nei suoi sforzi, lo moderano nei suoi accessi di violenza, lo stimolano nei momenti di apatia. Essi gli stringono dattorno il fascio degli interessi delle varie classi"
(Benjamin Constant * )La borghesia è il cuore dello stato, e gli interessi della prima sono il Diritto del secondo.
Questa constatazione banale, che non è dotata di alcuna particolare nequizia epperò che scandalizzò molto i pensatori marxisti, avrebbe dovuto piuttosto ispirarli.
Perchè vi è davvero un motivo ben preciso, "semplice e chiaro", per cui le rivoluzioni borghesi riescono e quelle proletarie falliscono
E' proprio nella spola di siffatte dialettiche che emerge la coessenzialità della borghesia allo Stato, ed il naufragio in cui quest'ultimo incorre quando la prima ne abdica.
Con questo non voglio suggerire che il Diritto può esser tale solo fintantochè costelli e configuri un interesse: perché "chi cerca nella libertà qualcosa di diverso dalla Libertà, è fatto per servire" - non per comandare (Alexis de Tocqueville
* ).
Ma voglio piuttosto sostenere che, se una rivoluzione è efficace solo in quanto borghese, allora anche la borghesia è inattaccabile solo fintantochè rivoluzionaria: cioè fino a quando conserva un rapporto vigile, vitale e vitalizzante, con i suoi interessi. Quando lo perde, si perde anche tutto il resto.
Non c'è dubbio, infatti, che la borghesia possa essere anche una forza reazionaria. Ma quando?
"La differenza a questo riguardo fra la parte ricca e quella comune del genere umano si trova non tanto nel motivo che porta al conservatorismo, quanto nel grado di esposizione alle forze economiche che premono per un cambiamento. I membri della leisure class non cedono all'esigenza di novità semplicemente perché non sono costretti a farlo. (...)
Se una parte o una classe della società è per qualche aspetto essenziale al riparo della azione dell'ambiente, questa parte della comunità tenderà a ritardare il processo della trasformazione sociale. La classe agiata ricca è, rispetto alle forze economiche che operano per il cambiamento e il riequilibrio, in una siffatta posizione protetta (...)
Così la classe ricca non combatte l'innovazione perché abbia un interesse investito, inconfessabile, nel mantenere le condizioni attuali. Non v'è alcun motivo inconfessabile. L'opposizione della classe agiata a ogni cambiamento è istintiva" (Thorstein Veblen * )La borghesia è reazionaria, cioè, quando la "classe agiata vive
del piuttosto che
nel processo" (Thorstein Veblen). E' quando la borghesia si adagia a vivere parassitariamente del suo stesso processo, che essa inizia a
disimpegnarsi dalla sua coessenzialità agli interessi che ella stessa ha suscitato; e vi si distacca proprio perché li vede come qualcosa di autonomizzato, destinato cioè ad autoalimentarsi in una sfera ormai autosufficiente, deputata a dischiudersi solo una volta al mese per lasciarne defluire il tasso d'interesse.
Essa vive altrove; e anzi più che vivere, vi dorme: alla base del suo patrimonio non vi sarebbe più nemmeno un balzachiano crimine, efferato epperò vitale, bensì un
pettegolezzo.
La borghesia rivoluzionaria del profitto e della Frontiera, diventa la borghesia involutiva della rendita, del focolare, del
Billionaire, di Kate Moss
* che più si droga più incassa, e del salotto - che in versione (riesumiamo un lessico da dinosauri) "piccolo-borghese" diventano proprio i
tronisti * e il loro
gossip scritturato.
Tragico malinteso.
Infatti "affinchè una classe - non importa se feudale e nobile oppure borghese e patrizia - possa giungere ad essere resa politicamente utile come aristocrazia, deve poter vivere
per lo stato e non
di esso. E' una grande forma di ignoranza quella di non riuscire a distinguere tra la rendita dei tagliatori di cedole dal capitale che dà profitto" (Max Weber
* ).
E allora si chiarifica che quel che si sottintende nella differenziazione tra "vivere
del piuttosto che
nel processo", è proprio l' inimicizia che intercorre tra
rendita e profitto.
E cioè tra l'auto-estraniarsi dal sistema e l'autoconsapevolezza della propria unione dinamica con esso: unione peraltro non imposta eteronomamente, ma cresciuta e maturata nel seno della storia. Occorre che tutti i cittadini abbiano ben chiaro di "non essere inseriti come condomini nello stato medesimo, ma di essere un popolo di signori, perchè solo un popolo siffatto ha la capacità e il permesso di condurre in generale una politica strategica mondiale" (Max Weber).
Debbo confessarvi che mi spiace di stupirvi, oscillando con tanta spregiudicatezza tra Imperialismo, Proletariato e Borghesia. Probabilmente siete adusi a teoremi politici sufficientemente catastrofici da condurvi all' inferno pur di esibire una inossidabilità tetragona a qualsiasi contaminazione, poichè vi hanno insegnato che è quest' ultima che conterebbe, ed è per questo che sono in grado di condurvi dappertutto: perchè non solo non siete affatto discepoli del
sapere aude, ma soprattutto non osate pensare.
Ma il motivo per cui alcune dottrine poltiche affascinano per alcune parti epperò non funzionano, e quelle avverse affascinano per le altre parti epperò non funzionano lo stesso, risiede proprio nel fatto che non si sa guardarle con altri occhi che quelli ideologici, mentre le parti debbono essere combinate, e la critica politica o è imparziale e piove su tutti, o è partigiana e allora piove da una parte sola.
E' già difficile, per esseri fallibili come noi, capire le dinamiche sociali sforzandosi di essere equanimi - figuriamoci quando questo sforzo non solo non lo facciamo, ma addirittura ci sforziamo di non farlo.
Il collasso di questa autoconsapevolezza porta alle fenomenologie contro-riformiste borghesi: a una "curatocrazia o burocrazia dominante" (Max Weber), oppure ai fascismi e agli isolazionismi. Tutti esiti che ci coinvolgono in contraddizioni che sono simmetriche a quella di pretendersi estraniati dai propri interessi, solo perchè ne sono la diretta filiazione: "non volevano più fare la guerra, ma dovevano farla; perchè i mezzi reali dell'impresa bellica e le provviste di cui avevano bisogno per vivere erano nelle mani di persone che, servendosi di quei mezzi, costringevano i soldati nelle trincee esattamente come il proprietario capitalista dei mezzi di produzione costringe i lavoratori nelle officine e nei pozzi minerarii" (Max Weber).
Di qui si arriva alle contraddizioni di Karl Marx: "Se la Montagna voleva vincere in parlamento, non doveva fare appello alle armi. Se invece faceva appello alle armi in parlamento, non doveva comportarsi in modo parlamentare nella strada.
Se si pensava seriamente a una dimostrazione pacifica, era però sciocco non prevedere ch'essa sarebbe stata accolta bellicosamente.
Se si prevedeva una vera battaglia, era strano deporre le armi con cui doveva essere combattuta. Ma le minacce rivoluzionarie dei piccoli borghesi e dei loro rappresentanti democratici sono semplici tentativi d'intimidire l'avversario": la borghesia alienata dal rapporto con i suoi interessi è Parigi che s'arrende a Hitler, o l'Italia che prima insorge con Bossi e poi capitola con le camice verdi; è veramente la borghesia del 18 Brumaio di Napoleone Bonaparte: la storia si ripresenta due volte, e la seconda volta è una farsa: "si fa la parodia delle antiche rivoluzioni, piuttosto che magnificare le nuove; si sfugge la realizzazione dei compiti che si ponevano, piuttosto che esaltarli; si rimette in circolazione il fantasma d'una rivoluzione, piuttosto che ritrovarne lo spirito". Prassi questa in cui, peraltro, Marx stesso eccelleva.
Questa borghesia, è veramente la borghesia tipologicamente degna di ogni disprezzo:
"la pertinacia delle istituzioni invecchiate nel volersi perpetuare rassomiglia all'ostinazione del profumo rancido nel chiedere insistentemente la vostra capigliatura, alla pretesa del pesce guasto nel voler essere magiato, alla persecuzione dell'abito da bambino nel voler rivestire l'uomo e alla tenerezza dei cadaveri nel ritornare ad abbracciare i vivi. Ingrati, dice l'abito, vi ho protetti nella cattiva stagione; vengo dal mare aperto, dice il pesce; sono stata la rosa, sussurra il profumo: io vi ho amati, mormora il cadavere. Vi ho resi civili, dice un'istituzione obsoleta. A tutto ciò una sola risposta: un tempo. Sognare di prolungare indefinitivamente le cose defunte e di governare gli uomini con l'imbalsamazione, restaurare i dogmi in cattivo stato, rindorare le teche, rintonacare i chiostri, ribenedire i reliquari, riammobiliare le superstizioni, vettovagliare i fanatismi, credere alla salvezza della società con il moltiplicarsi dei parassiti, imporre il passato al presente, tutto ciò sembra strano. Eppure si trovano teorici anche per simili teorie (...). In quanto a noi rispettiamo e soprattutto risparmiano,il passato, purché acconsenta ad essere morto: se vuol essere vivo, l'attacchiamo e cerchiamo di ucciderlo. Superstizioni, bigottismi, bacchettonerie, pregiudizi, queste larve, benché tali, son tenaci a vivere; benché fumo hanno denti, e bisogna stringerle copro a copro e far loro guerra senza tregua, perché è una fatalità del genere umano esser condannata all'eterno duello con i fantasmi, ad un collegio di gufi di fronte alla luce (...) Liberiamo Dio dai bruchi" (Victor Hugo * ).Così, si intuisce perché la rivoluzione borghese ha successo, mentre quella proletaria fallisce.
Quando Marx distingue tra una classe
in sè esortandola a divenire una classe
per sè, segnala certamente l'opportunità di un processo autoindividuativo che conduca ad una presa di coscienza.
Sennonchè tale procedimento dovrebbe avvenire e perfezionarsi già nella fase introvertita della classe in sè. Sospingerlo e situarlo invece sul versante exoterico della classe per sè, non vi aggiunge alcunchè di qualificante, perché una autoconsapevolezza collocata sul versante esplosivo non è affatto qualitativamente differente da una autoconsapevolezza collocata su quello implosivo; al contrario, si insinua qui una procrastinazione che reca un connotato compromissorio.
Infatti la classe
per sè, già a livello semiologico, si propone come contrapposta al sistema contro il quale si solleva: il che non è affatto ovvio. Si può insorgere sia contro il sistema che nel sistema: cioè si può insorgere dentro il sistema oppure fuori da esso. E' perfettamente plausibile: è quel che la borghesia ha fatto.
In tutti i casi, ammettendo sia Hegel che Engels che Marx che "una forma non può essere negata senza lasciare tracce, rovesciata senza conseguenze pratiche. La situazione superata è mantenuta in quella rivoluzionata, perché la visione della nuova coscienza consiste proprio nell'esperienza della separazione rivoluzionaria dalla vecchia coscienza" (Jürgen Habermas
* ), si ammette e si riconosce che l'interruzione che ogni rivoluzione elettivamente infligge alla continuità, deve serbarsi una logica che ne distribuisca le frantumazioni.
Frantumare a caso non è rivoluzione: è dissesto psicotico.
Il che non vuol dire che vi debba o possa essere della premeditazione scientifica, ma che vi deve essere un pneuma che respira della sua vita e che vive di vita propria, e che con tale respiro mantenga le cose in un insieme. Vi deve esser cioè una memoria o un logos sotteso che preservi comunque un'invisibile trama di continuità.
Tale continuità, nel marxismo, è concepita unicamente in termini
controdipendenti: io sono in quanto non sono come loro.
Non è consentita altra continuità se non quella che contraddice (e che infine
si contraddice) continuamente, altrimenti - pare credere Marx - non vi è vera rivoluzione, ma irnitazione.
Ebbene, questo è un errore. Nient'altro che un errore. Uno sbaglio. Vi sono elementi di
continuità empiricamente capaci di suscitare rivoluzioni in modo molto più travolgente che quelli di discontinuità.
E' una semplice osservazione: forse temibile nelle sue simmetrie perché postula il disordine nell'ordine, la criticità autoorganizzata nella normalità eteroorganizzata, la cratoclasi nella cratofanìa: epperò non è questo proprio quel che accade? La continuità contro la continuità, l'apparentemente inopinato dall'opinato.
Vi è una logica che viene da una logica, e non da un
altrove.
Come tale, non è affatto discinta dalla situazione da cui gemma, ed è patente che la inesorabilità di cui è munito un implicito rapporto di continuità è molto più serrata, consequenziale, e deflagrante dell'inesorabilità di cui è munito il disaccordo.
Quindi una rivoluzione riesce quando vi è un accordo implicito fra le sue due fasi: quella da contraddire, e quella che la contraddice; e niente affatto quando l'obiettivo rivoluzionario si ripropone espressamente di elidere tale rapporto.
La classe marxiana
per sè, si pone come tale proprio e solo per quel tanto che addiviene a riconoscersi fuori e, da questo fuori,
contro il sistema.
In tal modo essa si autocostituisce come prodotto di
rifiuto e catabolita del sistema, e come tale si è già condannata ad un futuro che dovrà necessariamente prescindere dal sistema.
Ma esiste questo futuro?
Al contrario la classe borghese si riconosce come metabolita del sistema.
In quest'ultimo caso si conserva l'isomorfismo tra le dimensioni citate da Benjamin Constant: quel che "sostiene è anche ciò che circoscrive", quel che "stimola è anche ciò che modera". E a tal punto si arriva d un climax: quel che ci fonda è anche quel che ci rivoluziona.
Pertanto è questo il motivo per cui solo le Rivoluzioni Borghesi hanno avuto successo: che se le une vanno fuori dal sistema (così tanto lo detestano) queste ultime vanno invece al cuore del sistema (così tanto lo incarnano); e se le une lo perdonoe basta, attaccandolo, queste ultime lo distruggono, ma redimendolo; e così se le une sono dis-integrative in nome di un altrove che non c'è, queste ultime sono integrative in nome di un altrove che già c'è, e che già c'è perché è dentro di loro: ed è dentro di loro perché è sempre lì che è stato.
Sappiamo che esiste, oltre alla Borghesia reazionaria e alla Borghesia rivoluzionaria, anche una Borghesia riformista. Di che si occupa?
Ogni volta che si parla di riformismo, c'è da domandarsi se e dove lo slancio Rivoluzionario si sia arenato.
Le riforme, infatti, sono i palliativi e i succedanei delle rivoluzioni.
Per cui Voi capite che per quanto vi faccian male le orecchie, non ci si può esimere dal ragionare sulle rivoluzioni: "la politica in un'opera letteraria è come un colpo di pistola in mezzo a un concerto: qualcosa di grossolano a cui tuttavia non si può non prestare attenzione" (tendhal
* ).
L'aspirazione riformista è sempre la diretta emanazione e conseguenza di una aspirazione rivoluzionaria frustrata, e ne funge da surrogato, perchè laddove una rivoluzione abbia compiuto sino in fondo il suo rivolgimento, operato la sua drammatica catarsi, e cambiato in profondità l'assetto della proprietà privata così come veniva concepito negli
Ancien Régime (perchè di
Ancien Régime ce n'è più di uno: vedasi i sultanati medio orientali), la questione riformista non si pone più: e non si pone più perchè non ha più motivo di porsi.
L' imperativo riformista sopravanza dalle rivoluzioni incompiute, e si impone nostro malgrado; e ad esso, dunque, non ci si piega per vocazione ma per necessità.
Si è riformisti sempre in via subordinata.
E la causa di questa subordinazione è l' incapacità della borghesia a compiere e concepire la sua rivoluzione.
Certe borghesie sono il
terzo stato più vigliacco del mondo.
E la condiscendenza con la quale certi stati sono accolti nei consessi internazionali, le difficoltà ad essere ammessi nella Comunità Europea in serie cosiddetta A, trovano la loro radice più remota in una borghesia di serie B.
Talora sono i sindacati a promuovere manifestazioni di piazza, talaltra i movimenti fondamentalisti e pauperisti: cioè quelli che la misera non la vogliono superare, ma portare al governo.
Ma quello che manca a questi paesi non è, appunto, la rivoluzione del proletariato, ma quella della
borghesia.
E così come non esiste riforma capace di sostituire una rivoluzione, parimenti non esiste rivoluzione del proletariato che possa subentrare alla latitanza di quella della borghesia, impersonandola senza residui.
Incapacità della borghesia a compiere la sua rivoluzione, significa solamente questo: che la borghesia non ha mai tagliato la testa al re, alla propria stessa dirigenza.
Sono conati patetici quei movimenti rivoluzionari che si limitano ad avvicendare i re: scambiare uno scià per un tiranno non è un buon affare che vale tanto disturbo e tanto tumulto.
E il fatto che voi tremiate pensandolo, non è un'obiezione: è il problema.
Se ciò fosse accaduto, non sorgerebbero mai
nomenklature aduse alla sopraffazione del borghese e del mercato. Infatti cosa sono un re e una coorte per una vera borghesia: "Il trono e l'altare: cosa sono? Quattro assi che noi abbiamo inchiodate e schiodate" (Alfred de Musset
* )
Intimiditi dalla disseminazione di così tanti potentati, con una borghesia irresoluta a travolgerne sia uno che più di uno, il popolo si affianca talora a questi molteplici padroni senza avvicendarli, e gli serve il pasto.
E la politica, essendo null'altro che il divincolarsi tra le sommatorie di potestà incompenetrabili, diventa la politica della malversazione: la capacità di districarsi senza lasciare tracce (finanziarie).
Così una borghesia fallita rivolge perpetuamente i suoi occhi e le sue suppliche ai suoi nuovi padroni, eredi di quelli vecchi ch'essa non ha saputo disciplinare: non riesce a vedere lo Stato come suo.
Diventa allora del tutto inevitabile che i suoi amministratori o i suoi rappresentanti siano dei corrotti: quello alla cui amministrazione vengono preposti non appartiene loro, ma al loro padrone; pertanto non possono che esserne disinteressati alla tutela, perchè se le proprietà non gli spettano, neppure la tutela gli compete.
Il solo vantaggio che gliene resta, è quello che gli viene dalla espoliazione.
Il gioco è fatto, e il vostro portafogli è già vuoto.
Certamente: "L'albero della Libertà ha bisogno d'essere irrigato dal sangue dei patrioti". Ma la rivoluzione non è sanguinaria, perchè in realtà la rivoluzione se mai ha bisogno del sangue, allora gli basta quello di un solo uomo: il re.
Tutto l'altro sangue che si è visto versarsi, non appartiene alla rivoluzione, ma è quello versato per arrivare insino a lui: appartiene al re.
Il vero rivoluzionario non ha nulla a che vedere con la cruenza: non è affatto un sadico sanguinario che tinge i suoi delirii di rosso. Le rivoluzioni si fanno rivolti al fulcro più forte del potere: la vera rivoluzione trae la sua statura interamente dal livello con cui si confronta. Quindi le rivoluzioni non si fanno con la pulizia etnica. Perlomeno, non quelle borghesi. Forse quelle serbo-siriane.
E, senz'altro, il Terrore è stato il più controverso e deprecabile sviluppo della Rivoluzione Francese, una rivoluzione borghese par excellence.
Tuttavia vorrei farvi soffermare sulla coerenza di un elemento di fondo che nel Terrore andava conservandosi pur nel naufragio e nella deriva ch'esso rappresentava: che vi è una differenza tra i campi di sterminio e il Terrore. E cioè che i primi sono per i più deboli uccisi dai più vigliacchi, ma il secondo manteneva almeno quest'elemento: aveva il coraggio di continuare a confrontarsi con ed indirizzarsi solo ai più forti.
Le rivoluzioni borghesi non sono le rivoluzioni di vigliacchi, fatte da vigliacchi per mandare al potere vigliacchi nuovi al posto dei vigliacchi vecchi.
La rivoluzione ha un suo nome tutelare e una sua trascendenza: il conflitto.
Il conflitto rivoluzionario, quando è consumato fino in fondo e senza residui, trasfigura: dunque solo esso è modificativo, solo esso riforma davvero. Infatti esiste un riformismo che non è subordinato: esiste un riformismo originale, capace di avere successo. E se ne volete un esempio, ve lo faccio subito: La Riforma. Quale riforma? Lo ripeto:
La Riforma: Lutero.
Questo riformismo è efficace proprio perchè mantiene un contatto con il suo nume tutelare, con la sua trascendenza: il conflitto.
Riformare, non vuol dire contrattare ma confliggere: e vuol dire confliggere perchè il conflitto non è affatto un modo di scomporre, ma di comporre le tensioni.
Non solo Norberto Bobbio
* arriva a precisare che il Patto Sociale che compone le dispute collettive "non significa il passaggio ad uno stadio non conflittuale, bensì ad uno stato in cui cambia il modo in cui vengono risolti i conflitti"; ma addirittura Ralf Dahrendorf
* arriva a parlare di "democrazia come istituzionalizzazione del conflitto".
I regimi anti-democratici si contraddistinguono in tal senso proprio perchè non ammettono il conflitto, e anzi lo sopprimono brutalmente e lo annientano.
Per questo la rivoluzione deve passare alla Repubblica, e non alla dittatura del proletariato: ma che non sia una Repubblica di Consolazione, una Repubblica di seconda mano.
Per non dover morire di quella stessa ignavia e indolenza di cui troppi popoli vivono; per poter ringraziare Iddio di averci concesso, dopo avere vissuto cento anni di solitudine nel nome di una causa ingiusta, di morire almeno per quella giusta: e non di quella che abbiamo lasciato passivamente consumarsi fino a vederla spegnere per consunzione.
Perché in quest'ultimo caso continueremmo ad essere irrimediabilmente, karmicamente compromessi con essa: i mali non emendati nel passato impongono di reincarnarli per ritentare di emendarli nel futuro, donde un Samsara e una Trasmigrazione delle anime attraverso l'opacume della grande placenta cosmica: un corteo di spiriti non ancora pervenuti alla estinzione del desiderio, ancor legati tramite questo al dolore, ancor avvinti tramite questo alle materializzazioni corporee, in un amalgama apocalittico di corpi contorti, voci ululanti, volti disperanti, respinti con veemenza nell'imbuto che li riconduce alla maledizione del loro eterno ritorno sulla terra, per avvilirla e travagliarla di nuovo con la loro pusillanimità ed ignavia.
Essere rivoluzionari, significa permettere una trasfigurazione in luogo di una reincarnazione.
Se democrazia significa conflitto e non compromesso, diremmo allora che il riformismo originale è un riformismo paradossalmente definibile così: riformismo rivoluzionario.
E' quel riformismo che non promuove visioni totalizzanti della società da imporle (quali il totalitarismo o il consociativismo), bensì una visione integrale del modo di relazionarsi tra le forze politiche: è quasi più un disegno metodologico, che ideologico.
Il conflitto è l'anima della democrazia
E' dunque quel riformismo che ritiene del tutto impossibile e improponibile uscire dall'àlveo democratico: "il fascismo è un modo modo di salvare il capitalismo uscendo dalla democrazia, il comunismo un modo di salvare la democrazia uscendo dal capitalismo" (Norberto Bobbio).
Non si può condurre una rivoluzione fuori da quell'alveo senza con ciò condannarla ad una rovina tanto irreparabile quanto irremissibile ed inescusabile. Le rivoluzioni potranno essere crude, ma non possono essere contro gli Entitlements (i diritti) e/o contro le Provisions (i beni e i profitti): le rivoluzioni si fanno per i diritti e per il benessere, o altrimenti non si fanno; perché per essere dei vili, degli schiavi, o dei miserabili non occorrono le rivoluzioni: basta lasciare tutto così com' è.
Potremmo allora dire che il riformismo rivoluzionario è quel sistema di pensiero perfettamente compatibile con la democrazia intesa come "istituzionalizzazione del conflitto", laddove la Costituzione viene interpretata quale la garanzia che conferisce alla maggioranza la potestà di comandare, alla minoranza quella di disobbedire.
E tra libertà degli antichi e dei moderni, tra conquiste e usurpazioni, che Iddio ci dia sempre la capacità di scorgere la differenza, i coraggio di saperla scegliere nel bene, e la forza di perseverarvi.
L'auspicio sia che un anelito riformista viva nella misura in cui è alimentato e sostenuto da un non rinnegato anelito rivoluzionario così come delineato, ovvero che il Dio della determinazione e della violenza, il Signore degli Eserciti, assista il diritto nella sua lotta perpetua e lacoontica contro la volontà pervicace e omologante del Grande Leviatano.
Ma ci rimane almeno uno scoglio: tra rivoluzione, riforme e reazione, come si distingue il carisma dalla demagogia?
Perchè vale il maggior numero? Si potrebbe rispondere: vale perchè è la maggior porzione di quel che la democrazia considera un valore, cioè la volontà popolare. D'accordo: ma perché deve esser la porzione maggiore che vale? Si dirà: perché visto che ogni volontà vale quanto un'altra, più volontà si adunano da una parte e più il peso di valore si sposta da quella parte.
Il guaio di tutta questa argomentazione, che si potrebbe facilmente tirare per le lunghe, è che ogni volta quel che risolve il discorso è un elemento numerico e quantitativo.
Al che risorge sempre l'obiezione: il valore non è un peso, non si identifica con porzioni maggiori" (Giovanni Sartori * )Sartori sta affermando che la qualità non è parificabile con la quantità. Asserzione non del tutto peregrina, perchè questa problematica consente di discriminare la demagogia dal carisma, giacchè sia il capo carismatico quanto il capo demagogico usufruiscono di una maggioranza: e pertanto si pone la necessità di distinguerli l'uno dall'altro.
Potremmo forse distinguerli trovando una soluzione a quell' altro dilemma?
Ma sia premesso questo: non è possibile che un leader sia e carismatico e demagogico. Se dovesse verificarsi questa conformazione, la risposta è che ci si trova in presenza di un leader demagogico: perché demagogia e carisma sono inconciliabili.
Coniugarli sarebbe cioè una operazione interamente intesa a camuffare il vero intento: far prevalere l'elemento demagogico e tramortire definitivamente quello carismatico; sarebbe come alternare verità a menzogna: lo si fa a tutto vantaggio della menzogna, affinché la verità sembri falsa e la falsità, acquisendo credibilità, si affermi.
Dice Pierre Choderlos de Laclos
* : "La tolleranza a mè è sempre parsa semplice fragilità quando ci induce a guardare con egual favore tanto il vizio quanto la virtù". Un relativismo secondo il quale bene e male eguali sono, occidente e oriente pure, non è affatto relativistico, poichè sta surrettizziamente assegnando un vantaggio netto al
male.
Se il bene tocca il male non lo monda, se il male tocca il bene lo lorda.
Non è una posizione manichea: è un modo per aggiungere una ragione storica contro l'ambivalenza, perchè sia l'ideologia che l'ambiguità, sia il totalitarismo che il consociativismo, lavorano contro gli interessi di un paese.
"Se uno con un lembo del suo vestito sacro tocca del cibo, questo verrà santificato? No, risposero i sacerdoti. Se uno che è contaminato per il contatto con un cadavere tocca del cibo, esso sarà immondo? Sì, risposero i sacerdoti.
E tale è queto popolo, e tale è questa nazione, e tale è ogni lavoro che viene dalle loro mani, per Me" (Bibbia)Ma quale soluzione dà Sartori alla questione quantità-qualità? Ascoltate:
"Il meccanismo ha preso la mano ai macchinisti, e se l'intenzione era di contare per scegliere, le odierne democrazie tendono a funzionare contando molto e scegliendo poco.
Contano i numeri, non contano i valori, confondendo degli espedienti aritmetici con sanzioni di valore. Se la regola viene scambiata per un fine, allora la democrazia diviene solo un sistema sociale e politico che ha rinunziato ad ogni istanza di valore, e che risolve l'esigenza selettiva in una contabilità qualitativa.
La regola del numero porta in alto chi non ha nessuna qualità dirigente, al che consegue quel carattere anonimo, irresponsabile e dilettantesco, cui a ragione si guarda con tanta apprensione. Il pericolo che minaccia gli esperimenti democratici, è la selezione al rovescio dei dirigenti"Questo computare per computare, dimenticando la sua strumentalità alla selezione del
valore, è proprio uno dei risultati più tipici di una borghesia non coessenziale allo stato, cioè di una borghesia che non è rivoluzionaria; che non essendo rivoluzionaria non vive e non sente lo stato come parte del suo organismo; e che come tale si affida all'aritmetica pensando che sia quello il cuore del problema." E anziché a vivere gli insegnarono a contare" (Henry Miller
* ).
Da tutto questo calcolare è soppesare, il valore risulta, alla lunga e inevitabilmente, espulso.
Un manometro può essere visto come un surrogato di un sistema percettivo, ma non dovrebbe essere considerato intercambiabile con quest' ultimo
senza danno.
In entrambi i casi una misurazione ha luogo, e dunque la misurazione riveste un ruolo tanto nel manometro quanto nell' apparato sensorio biologico: potrebbe essere da questo parallelismo che il misurare viene frainteso quale affine al sentire, ed è forse sempre per questo che in tanti confondono la computazione con la visione, ed il calcolo con il sentimento.
Carisma è, appunto, il sinonimo politico di
valore. Il sinonimo politico di misurazione è: votare.
Si penserà che un leader carismatico costituisca un inconveniente ingombrante, destinato a farsi soffocante, e infine autoritario. Ma si vedrà che v'è una differenza tra Mussolini e Mitterandt, tra Hitler e Roosevelt: che gli uni sono diventati dittatori perché non v'era una borghesia che, fondata trasparentemente su sé stessa, li vigilasse e, conoscendo i propri interessi, li inchiodasse e li schiodasse non appena necessario.
Gli altri invece non lo sono diventati, perché una rivoluzione borghese ha creato una borghesia rivoluzionaria, e il re che sbaglia sa che quel che è in gioco è la sua testa. Si dirà: Mussolini l'abbiamo impiccato. No: non l'abbiamo impiccato noi, ma gli alleati. Aiutati da chi, dalla borghesia? No: dai comunisti.
Perchè potremmo anche sfatare una volta per tutte la mitologia che vuole che l ' Italia sarebbe stata liberata dai partigiani e non dagli alleati. Infatti, se l' Italia fu liberata dai partigiani e senza costoro gli alleati poco o nulla avrebbero potuto, ci rimane ancora una domanda irrisolta: chi ha liberato allora la
Germania, dove di partigiani non ce n'erano ma c'eran solo
nazisti?
Allora l'unico motivo per cui si può rinunciare alle leadership carismatiche, è che il paese non possiede alcun carisma da esprimere.
Un paese non viene distrutto da una leadership carismatica, ma da una leadership carismatica o assente o male intesa: cioè nient'affatto intesa.
"E una democrazia dimentica dei valori rischia di valere tanto poco che non ci importa più di perderla. Non facciamoci illusioni: la regola del numero in quanto tale, non vale molto più di quella del caso. Non dimentichiamo, anche se ci torna comodo, quante democrazie già costituite sono cadute in quest'ultimo secolo. Ma non facciamo finta di credere che furono travolte da sinistri complotti di cui caddero vittime.
Sono cadute per la buona ragione che ci voleva poco ad abbatterle, sono cadute quasi da sè, perché non riuscivano a stare in piedi" (Giovanni Sartori)Non riuscivano a stare in piedi su cosa? Su un piedistallo? No: sui proprii piedi.
Il discorso sul valore converge dunque nel discorso sul carisma. Tradizionalmente, il carisma è il "modo in cui la massa cessa di essere inerte e diviene il criterio della verità e la fonte della legittimazione autentica" (
Luciano Cavalli).
La massa inerte, di solito, non è concepita in senso oclocratico: "E benché sieno ignoranti epperò sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero" (Machiavelli). Al contrario la massa è concepita come l'unico, autentico ricettacolo della sovranità: "Sulla validità del carisma decide il riconoscimento spontaneo degli associati" (Max Weber).
E anche quando si aggiunge: "Ma questo nel carisma genuino non costituisce il fondamento della legittimità: piuttosto il riconoscimento è un dovere per coloro che sono chiamati, in virtù dell'appello e della prova, a riconoscere tale qualità" (Max Weber), ebbene anche con queste aggiunte non s'intende svilire i"seguaci" ritenendo il loro entusiasmo un atto dovuto, ma si intende porre l'accento sulla portata dei
segni emblematici con i quali esso si presenta. Il "dovere" non è una costrizione imposta agli associati, ma discende dalla irresistibilità di una risposta preordinata alla vista di suddetti segnied
input.
Si suppone non li si possa simulare - invero, supposizione
perigrosa.
Si confida pertanto sulla capacità innata di discriminarli non sulla base dell'intelletto che ancora non li conosce, bensì dell'istinto, che anche se non li conosce epperò già li premonisce e quasi li guata.
Si tratta dunque di un teorema che, presentando delle
insufficienze, è tuttavia condivisibile nel suo insieme.
Tutti, infatti, sappiamo dire se un uomo ha del magnetismo o del fascino; e tutti siamo un po' fisiognomisti. Ma credo che si possa aggiungere una sfumatura di maggiore pertinenza alla definizione di cos'è carisma.
Leadership significa visione, e visione significa soluzione.
Il senso del carisma sembra essere proprio quello di una irruzione della soluzione individuale ad un dilemma sociale nella omogeneità stereotipata delle soluzioni collettive e del loro stanco protrarsi.
Esso pare tanto intollerabile ed eversivo, e risulta tanto inviso, proprio perchè non si riesce a capacitarsi di come una struttura effimera quale l'individualità, possa accampare pretese credibili per la soluzione di problemi di portata cosmocratica: problemi poderosi che dovrebbero piuttosto subissarne le esigue dimensioni con il loro soverchiante peso.
Ma l'essenza del carisma è
proprio quella del confronto impari. E' Davide contro Golia. Non Golia contro Davide. E neppure "la burocrazia: un potere enorme in mano a un popolo di pigmei" (Honore de Balzac
* ).
Perciò l'obiettivo del carisma consiste proprio nel ribadire questo paradosso, attraverso questa argomentazione: che le leggi della psiche individuale sono tanto diverse da quelle sociali da porvisi quasi in termini antitetici: sono l'intensivo in presenza dell'estensivo.
Ma allora è proprio in virtù di questo che se entro un contesto storico può risultare del tutto impossibile prescindere dai retaggi tradizionali, ed essi estendono la loro influenza fausa od infausta nei secoli e virtualmente per sempre, è invece possibile prescindervi nell'intimo individuale.
Con difficoltà, certo. Con dolore, certo. Ma resta pur sempre che nella psiche soggettiva è possibile qualcosa che altrove non lo è: il mutamento radicale, la metanoia:
"Egli è un uomo divenuto cosciente, che cammina ad occhi aperti, che non è vittima, che non avanza come un animale da fatica, il capo chino sul solco, ma a testa alta contempla un immenso orizzonte aperto a tutte le correnti dello Spirito. Egli sa che niente è semplice, che il gioco non è ancora fatto, e che vi sono volte eventualità capaci o meno di realizzarlo. Sceglie e giudica; non esalta la vittoria, perché ne conosce la precarietà, l'incertezza, e i limiti; ma è anche l'uomo che non può eludere la disfatta e sa dire, quando niente gli è più possibile: no, non si deve cedere, bisogna soffrire con nobiltà, e continuare a sperare" (Henri marrou * )E' per questo allora anche la Storia, in certi momenti e punti più o meno nevralgici, sembra pericolosamente incline ad affidarsi o soggiacere al fascino di un singolo uomo: perché laddove la storia fallisce, può ancora riuscire il singolo.
Laddove il gruppo appare inidoneo ad apportarsi un particolare rivolgimento, allora vi deve provvedere il singolo: che dunque si fa carico di qualcosa di tanto contraddittorio nella sua inverosimiglianza, da sollevarlo talora a più o meno salubri profili apocalittici e messianici.
Abbiamo allora i "figli del secolo".
Denominazione corretta: infatti il carisma assume un ruolo sociale utile e riconosciuto quando esso emana da una risoluzione, nel leader, di problemi lasciati irresoluti, nella storia: Non è immaginabile un Richelieu in un paese come la Francia, senza la necessità di frantumare l'Impero.
In tal modo la storia quasi feconda un singolo del proprio complesso enimmatico affinchè in lui, in quanto singolo, trovi soluzione quel che nel secolo, in quanto storia, non ne trovava alcuna.
Il carisma dunque assume un ruolo sociale riconoscibile, quando coincide con la risoluzione dei coaguli enimmatici irresoluti, che il secolo ha disseminato nelle masse come spore auto-replicatesi. Ovvero lo assume quando le masse avvertono che:
solutum est.
E ciò "perchè il popolo ha in sè essenzialmente come istinti e presentimenti i valori che nel capo carismatico divengono consapevoli" (Luciano Cavalli).
Nell'accertata stringenza della relazione popolo-capo carismatico, non sono i popoli forti, i popoli con una borghesia rivoluzionaria, a dover paventare qualcosa dal capo carismatico: per essi il carisma è anzi un auspicio, quando non una ordinaria amministrazione: la Presidenza americana è infatti istituzionalizzazione di carisma.
Sono i popoli deboli, che possono avere problemi con i capi carismatici.
Primo perché i loro capi carismatici sono solo degli usurpatori di questo titolo, e secondo perchè questi popoli non sono più capaci di sbarazzarsene senza cerimonie: non sanno più come buttarli giù.
Il rapporto di potenza giusto non è quello che vede il popolo rispettare il capo carismatico, ma quello che vede il capo carismatico rispettare il popolo.
Quand'è che il popolo non si fa rispettare? Il problema non è il capo, il problema è la borghesia.
Io non vedo in questi uomini nulla di temerario e non vi ravviso alcuna sproporzione. Essi sono uomini secondo verità, e non vedo cosa ci sia da temere dalla verità.
E poi, cosa si pensa: che essi siano re? Al contrario, sono regicidi.
E nel loro apparire non vedo adombrate sagome arcigne ma ludiche. Non va infatti dimenticato l'
Homo Ludens di Huzinga
* . Il fatto di avere un raccordo con la storia significa che essi fanno le cose così come Montesquieu
* diceva le facessero i francesi nell'ottica della
grandeur: "far le cose frivole come se fossero cose serie, e le cose serie come se fossero frivole".
Non c'è tragedia. Non è una storia che si infrange sulla scogliere del dramma.
"Bisognerebbe fare tante fotografie di un animale, di un paesaggio, di un biotipo, così da poter raccontare una storia. Una storia con un finale quasi spaventoso, che però poi volge al bene. In modo da capire che cosa si è rischiato di perdere" (Konrad Lorenz
* ).
E' una storia che comincia come una tragedia, sembra sfociare nel dramma, e verso la fine, all'improvviso, inopinatamente, volge al bene, e vi si chiude al meglio.
Purchè si ricordi quello che, senza una Borghesia Rivoluzionaria, vi si è rischiato ogni giorno di perdere, e che a tutt' oggi, in così tanto medio oriente, ancora vi si perde, dandone così volentieri la colpa agli Usa.
Ma dopo tutto, una borghesia che non c'è, non può nemmeno avere colpe. Giusto?
Quel che non si capisce, è di che cosa si rallegri nel non averne.
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