English version«La politica, quando è grande politica, è sempre pulita.» (Mikhail Gorbaciov * )
«Fate attenzione a quel giovanotto pieno di tante energie.
Se ricomincia la rivoluzione, quello ci farà ghigliottinare tutti quanti.» (Stendhal * )
«Non è che le persone siano incapaci di perseguire i proprii interessi: è che spesso ne hanno una rappresentazione completamente sbagliata.» (Theodor Adorno * )I pensieri e le azioni potrebbero essere i cataboliti del complesso.
Vi è una realtà sottostante alla coscienza, che è quella dei nuclei complessuali intrapsichici, che non attira a sè i nostri pensieri orientandoli e distorcendoli secondo il suo senso, ma al contrario potrebbe
rilasciarli nell'ambiente a seconda delle sollecitazioni cui il complesso si sottopone nell'evoluire del suo metabolismo privato.
In tal caso il complesso sarebbe qualcosa di inconoscibile ed inavvicinabile, del quale non può darsi alcuna cognizione immediata ma solo mediata: mediata appunto attraverso azioni pensieri e parole.
Certo, un nucleo complessuale così inteso verrebbe a somigliare ad uno
psicoide, sia nel senso che Hans Adolf Eduard Driesch
* ascriveva al termine ovvero di entità vitalistica non ulteriormente definibile od intuibile, sia conservandone il senso psicoanalitico oramai tradizionale di fattore patogenico.
Si manterrebbe dunque e comunque una impostazione squisitamente freudiana; per quanto Freud non individuava una natura patologica nei complessi in quanto ve la ravvisasse senz' altro, ma perchè, in quanto
medico, egli era soprattutto interessato al
trattamento delle condizioni
patologiche, che peraltro sono da sempre la via prediletta dalla scienza per indovinare i comportamenti sani attraverso la analisi di quelli aberranti - un osservazione, quest' ultima, che se fosse stata fatta più spesso avrebbe risparmiato i troppi fraintesi che hanno ingiustamente assediato l'opera Freud.
Se dunque pensieri ed azioni sono
byproducts rilasciati dalle dinamiche intime e private del complesso, la natura complessuale si rivela e si pone quale il motore dell' intero produrre intellettuale (siamo all'
inverso di Marx; magari la storia fosse deterministicamente e positivisticamente
* spiegabile attraverso il mero perseguimento dei proprii interessi materiali: il mondo sarebbe quasi un paradiso di perfetta amministrabilità), ed il nostro organo cognitivo.
In parte eternamente ignoto se non che per i segni e sintomi che concede o che tradisce, svolgerebbe le mansioni tanto di musa ispiratrice quanto di carnefice. Ed il senso finale di questa teorizzazione sarebbe che, se vogliamo mantenere al concetto di complesso la sua potenzialità patogenica nel mentre che lo iscriviamo in questa cornice slargata, allora anche il significato di patologia muta con essa e la sua ragion d'essere viene a risiedere nell'
esser risolta.
Ci ammaliamo
per guarire: è la palingenesi della guarigione quel che la malattia tenterebbe di prestarci. Forse abbiamo bisogno di catarsi tanto quanto di cibo.
Beninteso, qui patologia è intesa in senso psicologico, ovvero tutt' al piu' in quello isterico laddove un fascio complessuale coinvolge il corpo in convulse azioni irrazionali quasi che tutto cio' non fosse che il fratello minore della epilessia fisica
Tuttavia, se l' adattamento attraverso mutazioni genetiche dovesse avvenire anche attraverso i mutamenti nell' ecosistema intellettuale oltrechè ambientale e lo si potesse anche provare, allora uno spiraglio strepitoso si aprirebbe alla psicosomatica, intesa non come negazione della malattia (non si negano dolore e morte: il primo per motivi quantomeno etici, e il secondo perchè, semplicemente, non si lascia negare) ma come sua generabilità molto concreta e molto reale attraverso cause eziologiche mediate da sinergie tra neurotrasmettitori e genoma:
«L' organismo è in grado non solo di tramandare ai suoi discendenti quelle proprietà, quella forma e quel colore, quelle proporzioni che ha ereditato a sua volta dai suoi procreatori; è altresì capace di dare in eredità quelle modificazioni di quelle proprietà nella cui acquisizione esso incorre durante la sua vita per l' azione di fattori esterni, del clima, dell' alimentazione ecc. come pure per l'esercizio (fisico) e l' educazione» Ernst Haeckel * Peraltro, sussiste anche un elemento junghiano ad avvalorare questa teoria sui nuclei complessuali: perchè la persistenza dell'
ombra (junghiana) nella nostra vita onirica, a dispetto di ogni accurato lavoro elaborativo della coscienza, verrebbe a profilarsi come una costante maggiormente spiegabile: l' impostazione complessuale continuerebbe a vivere nonostante la cura, e a profilare analisi tanto terminabili quanto
interminabili, riverberandosi nella insistenza di figure apparentemente nefaste nei nostri sogni, proprio perchè la natura complessuale non è solo un patologema, ma anche la imprescindibile metodologia vitalistica di tutti gli assetti intrapsichici.
I pensieri così immessi nel torrente psichico verrebbero assunti alla coscienza come unità puramente impersonali, rispetto alle quali la coscienza si pone quale ricettacolo passivo, e dove i pensieri si stratificano formando agglomerati concettuali del tutto simmetrici alla fonte complessuale che li emette; epperciò caratterizzati da una totale disfunzionalità egosintonica. La coscienza si limiterebbe a subirli: essi gli s'impongono, ed essa non può che prestarsi a riprodurli pedissequamente in verbalizzazioni o teorizzazioni che crede sue, e che non comprende affatto.
Così accade che:
"500.000 uomini abitano in quella cittadina, che rispetto al numero degli abitanti può essere persino una città molto grande, ma riguardo alla comprensione e al senso che possiede per lo straordinario è una cittadina molto piccola (...)
C'è da ridere e da piangere quando si vede che tutto quel sapere e comprendere non ha nessuna influenza sulla vita degli uomini, la quale non esprime neppure da lontano ciò che essi hanno compreso, ma piuttosto il contrario. Essi non l'hanno compreso, chè se l'avessero compreso in verità, allora la loro vita lo esprimerebbe, allora farebbero ciò che hanno compreso. (...)
Che un uomo stia lì e dica che cosa è giusto, e quindi l'abbia compreso; e poi, quando deve agire, faccia ciò che non è giusto, dimostrando che non l'ha compreso, questo sì che è infinitamente comico." (Soren Kierkegaard * )Perchè questo increscioso fenomeno si verifichi, occorre che il complesso soggiacente continui, nelle sue trasformazioni, a trattenere presso di sè il
quantuum energetico che le accompagna - perche' la biologia è una faccenda tanto di aminoacidi come mattoni quanto di mitocondri
* quali fornitori di energia. Verosimilmente se ne alimenta per perpetuare ulteriori modifiche coessenziali alla sua logica, o se ne avvale per scongiurare e respingere quelle contrastanti (
resistenza), reintroducendo anche queste nella circolazione psichica.
Queste ultime produzioni, soggette a questa eiezione difensiva, costituiscono tutte quelle assunzioni della coscienza che sarebbero sintoniche con le sue esigenze, e che come tali possono parimenti venir verbalizzate, ma non possono essere capite, poichè sprovviste della energia che le anima, ancora intrappolata nel metabolismo complessuale.
Viceversa: ogni trasformazione complessuale, del pari di quelle nucleari, produce una subparticella materiale (nel nostro caso un pensiero), ed una onda energetica; quando quest'ultima non è trattenuta più dal nucleo complessuale che si va elaborando, viene non solo a prodursi un pensiero catabolico, ma ad accompagnarvisi un fotone cognitivo.
La sua irradiazione costituisce un contingente energetico che, contestualizzato al pensiero, consente di riscattarlo dallo stato inanimato catabolico per sollevarlo al piano vivente. Come direbbe Karl Jaspsers
* : "la mera molteplicità delle realtà conoscibili si converte nella profondità dell'esistere".
Si passa così da un piano meramente estensivo ove i pensieri non sono altro che collezioni frigide, al piano intensivo ove i pensieri sprigionano calore proprio.
Il piano intensivo si rivela determinante e prioritario rispetto a quello estensivo: il che non destituisce quest'ultimo di valore, ma afferma che il suo dispiegamento spaziale ha un senso solo se sostenuto dal fondamento intensivo.
Alcuni lo definiscono
trascendenza. Ma a me pare che non si trascenda proprio nulla: al contrario ci si insedia sempre più in profondità nella vera intimità dell'essere.
E con ciò, solo quel che ci fonda ci rivoluziona. Rivoluziona cosa? Il perimetro delle coscienze.
Vi è in questa postazione un nitore nel quale l'essere viene a fondarsi con limpidezza su sè stesso o dove, se lo si preferisce, "l'io si fonda trasparenfemente nella potenza che l'ha posto" (Soren Kierkegaard).
Si creano cioè "quei laghi dove l'acqua è così chiara che bisogna meditare a lungo prima di capire quanto sono profondi" (Andre Gide
* ). Laghi cognitivi.
D'altra parte, non appartiene forse la grandezza della luce alla purezza dell'incantesimo?
E non è, proprio per questo, assai temibile infrangere gli specchi?
«E non è certo l'amore che fa la fortuna dei giovani dotati di un po' di talento: essi si legano indissolubilmente a una consorteria, e quando questa fa fortuna, piovono su di loro i più ambiti onori della società.
Guai all'intellettuale che non appartiene a nessuna consorteria: gli saranno rimproverati anche dei piccoli successi molto incerti, e l'alta virtù trionferà derubandolo.
Eh, signori, un romanzo è uno specchio che va a spasso su una strada maestra. Ora riflette ai vostri occhi l'azzurro del cielo, ora il fango dei pantani» (Stendhal)"Gli specchi, questi dicitori di verità, sono odiati, ed è semplicissimo; ciò non impedisce loro di essere utili" (Victor Hugo
* ).
Siamo, a questo punto, nell'autentico Reame di Camelot: una chimera prende forma davanti ai tuoi occhi.
Questo regno è infatti interamente fatto di trasparenze e di luce.
In esso pertanto la verita' non può più essere un requisito, ma una conseguenza.
A che serve il linguaggio?
Esso dovrebbe connotare, ovvero indicare le qualità tributate ad un oggetto, eppoi denotare, ovvero additare gli oggetti cui le qualità sono attribuite. perciò, in quanto funzionale alla comunicazione, il linguaggio dovrebbe essere usato per rivelarsi. per rivelarsi: non per nascondersi.
La menzogna è un emblema della debolezza.
Platone, attribuendo l'arte oratoria a Ermes, dio della doppiezza per antonomasia dice: "tu sai che il discorso significa tutto (
pan) e circola e gira sempre, ed è doppio, vero e falso. Ebbene, la parte vera di esso è liscia e divina e abita in alto fra gli dei; la parte falsa abita giù tra gli uomini e nella loro moltitudine, ed è scabra e teatrale: qui infatti moltissime sono le favole e le falsità".
Orbene, l'impostazione platonica, che acclude il discorso in una unità circolare che gira ed è composta di due emicicli antitetici e simmetrici, è singolarmente simile al logo del taoismo: il ben noto circolo ruotante ove una metà oscura si amalgama (con foggia analoga alla "superimposizione cosmica" di cui parlava Wilhelm Reich
* ) su una metà chiara, all'interno di ciascuna delle quali è infuso un seme, raffigurato da un punto, della natura contrapposta, onde raffigurare non solo un eterno divenire eracliteo ma anche un eterno ritorno nietzschiano: onde un eterno ritorno la cui ciclicità non è più una prigione, ma è inserita nel divenire: ogni volta che si ritorna al principio opposto, vi si torna situati nella spirale più elevata.
Non è una ciclicità orizzontale che si avvita su sè medesima e collassa in un punto, ma una ciclicità verticale che ascende e si dilata.
Viene pertanto da chiedersi cosa e come un greco potesse sapere di una filosofia cinese, tanto più che il termine taoismo (da
tao, che significa "la via", onde l'idea di "divenire") è complementare al termine greco "tutto" (
pan) che implica l'idea circolare del tao che tutto include e circoscrive.
Il problema odierno non è solo che il Pan-tao non gira, ma che, non girando e non divenendo, si corrompe perchè non si relativizza nella contemperazione dei due emisferi contrapposti.
E' infatti un errore madornale pensare che la menzogna politica sia il frutto di un animo che, conoscendo la relatività delle cose, ne relativizza anche la verità, esitando perciò in una espressività anfibologica.
Al contrario, la menzogna politica riposa interamente su una predilezione integrale ed unitalerale per il lato oscuro del linguaggio: quello usato per nascondersi, non per rivelarsi.
E' realmente una scelta in favore del negativo, non un alternarsi di negativo e positivo. Anche perchè, se talora così possa essere, tale alternanza è sempre funzionalizzata a fare prevalere il ruolo del negativo: in altri termini, il loro alternarsi è finalizzato a confondere e, col confondere, a fare trionfare l'oscurantismo sull'illuminismo.
Ora, siccome Ralf Dahrendorf
* asserisce che la crisi dell'assetto partitico, liberale/conservatore deriva dal fatto che "il mondo non ha più bisogno di liberali o di conservatori, ma di liberali
decisi o di conservatori
illuminati", ne discende immediatamente che qui, per noi, il discorso del
tao si fa particolarmente topico.
Cosa sono infatti liberali e conservatori se non che emisferi contrapposti, e liberali decisi e conservatori illuminati se non che due emisferi contrapposti nei quali si annida
in nuce un principio dell'elemento antitetico?
E' infatti noto che il decisionismo non è categoria liberale bensì conservatrice: e l'lluminismo non è categoria conservatrice, bensì liberale.
E' peraltro consolidato (Giovanni Sartori
* ) che la politica oggi diviene "politica sociale". Il binomio liberale/conservatore che si vuole superare poneva l'accento, per quel che riguarda i liberali, sul termine "sociale"; il conservatore viceversa poneva l'accento sul termine "politico".
Il binomio liberale deciso/conservatore illuminato si pone invece, verso l'oggetto "politica sociale" in termini affatto diversi.
Il liberale deciso, pone sempre l'accento sul sociale, ma, annidando in sè il principio conservatore, lo fa pervaso da un sentimento arcano, esoterico, ed appunto ermetico della politica; quasi una premonizione.
II conservatore illuminato, pone sempre l'accento sul politico, ma, ospitando in sè il principio liberale, lo fa pervaso da un sentimento arcano, esoterico, ed appunto ermetico del "sociale"; quasi un presentimento.
Ne consegue che, per l'uno e per l'altro, il "politico" e il "sociale" si pongono appunto quale intuizione demonica che lampeggia tra un glifo e l'altro.
Ne deriva un indirizzo
palese (il sociale per il liberale, il politico per il conservatore) ed uno
omissivo (viceversa), che è tale perchè corrisponde ad una percezione ermetica o, se si preferisce, ad un risvolto soggettivo (di fronte al tribunale di Dio) piuttosto che oggettivo (di fronte al tribunale degli uomini), secondo il binomio platonico del
pan come per metà tra gli dei e metà tra gli uomini.
Ne deriva cioè un ibrido (<emn>hybris) ove il fattore omissivo si pone quale metro inesausto inappagabile ed indomito di raffronto ideale-deontologico per il fattore palese, scatenando una dynamis interiore.
Se ne concatena che è il risvolto omissivo quello più rilevante, e niente affatto quello palese.
Ma questi non è rilevante nel senso (ed è qui, come si diceva all'inizio, che il tao si corrompe) che esso viene perseguito e l'altro serve solo ad occultarne l'intento.
Piuttosto esso è rilevante perchè, ponendosi come fattispecie arcana, intuita e carpita all'interno di un elemento contrapposto (così come Prometeo carpì il fuoco agli dei per portarlo agli uomini-prototipo di ogni Hybris, e così come Ermes era il dio dei Ladri), essa corrisponde per il liberale e il conservatore, ceteris paribus, al trafugamento dal principio opposto di un elemento che perteneva ed apparteneva a quest'ultimo.
E siccome il principio opposto è, rispetto a chi gli si oppone, trascendente e dunque incomprensibile (ermetico) e divino (elevato), tale sottrazione è esattamente come l'appropriazione prometeica di un fuoco arcano e vivificante dagli dei. Il suo ruolo diviene perciò quello di introdurre nel proprio intimo un fuoco interiore, onde, come ben disse Pascal, ne derivi l'Entusiasmo in ciò che si fa.
E chi potrebbe avere entusiasmo verso qualcosa se non ne avesse la vocazione che lo chiama?
E chi potrebbe avere una vocazione verso qualcosa, se non vi fosse in lui chi lo chiama
E chi potrebbe esser chiamato, se non per andare laddove egli ancora non è?
E chi potrebbe chiamare un uomo con tanta forza se non che un dio, da che chi potrebbe essere altrove rispetto al luogo ove è l'uomo, se non chi lo trascende?
E al tempo stesso come potrebbe l'uomo chiamato avviarsi ed andare dove ancora non è, se non sentendo di appartenere al luogo ove è chiamato e non a quello ove è?
E come potrebbe un uomo sentire d'appartenere a qualcosa di diverso da sè, se non avesse in sè qualcosa che appartiene a quel che lo trascende? Qualcosa di quel che in te è più forte di te?
Il discorso sulla chiarezza del linguaggio e sulla assenza della menzogna è pertanto un discorso sul nitore della propria vocazione e sul suo gradiente.
Il vero politico non sa mentire: ne è
incapace. Perchè un vero politico è vero esattamente e solo nella misura in cui è
vocato.
Sa allora forse mediare, poichè mediare è un po' mentire?
Un'epitome storica della mediazione?
Non Machiavelli, poichè egli fu la medi-azione in teoria; piuttosto Talleyrand, perchè egli fu senz'altro medi-azione in azione.
E sappiamo che cosa Bertrand Russell
* disse di Talleyrand
* : "Egli era un uomo che si faceva corromplere solo per prendere decisioni che avrebbe comunque preso".
E come lo vogliamo definire costui? Un corrotto? Un camaleonte corrotto? Ma il vero corrotto è colui che infrange i proprii voti ad ogni stormir di cartamoneta o di lusinga: come tale, egli non ha alcuna politica perchè la sua politica consiste nel
desistervi.
E a sua volta tale opzione non costella una politica apofatica, cioè una politica ex-adverso, se non che nelle argomentazioni capziose di un ipocrita risoluto a "cavillare sulla quarta parte d'un capello spaccato in quattro" (Shakespeare).
Perciò "mediare" non dovrebbe significare rinunciare ad una linea politica. Lo si acclara anche coniugando la mediazione con la categoria che usualmente vi è reputata meno compatibile: il decisionismo di memoria craxiana
* .
Cos'è il decisionismo?
Si pensa infatti che decisionismo significhi fornire una dimostrazione inequivoca e piuttosto famelica di risolutezza, e che risolutezza significhi propendere perpetuamente verso l'estroversione delle forze: il che, appunto, dovrebbe contrastare con qualsiasi intento mediatico, che mira invece a contenere questo slancio per contemperarlo con le esigenze di altre forze.
Ma decisionismo significa che l'uomo medita profondamente in sè la natura delle cose, e dopo siffatta meditazione introvertita sicuramente ne fuoriesce con l'estroversione: perciò decisionismo non significa abbandono alla irreflessività, bensì solo
immancabile puntualità della estroversione una volta consumata la meditazione.
E' dunque perfettamente plausibile che un decisionista si avvalga della mediazione: quel che ne risulta non è una contraddizione, ma il ritratto di un uomo (o di uno statista) che ad ogni tappa medita, e poi implacabilmente agisce con la mediazione, accanendosi estrovertitamente sul suo perfezionamento, fino a quando non raggiunga esattamente quanto si riprometteva.
Il corrotto
non ha una politica.
Quindi "mediare" non significa rinunciare ad una linea politica inderogabile.
E' piuttosto il farsi corrompere per prendere decisioni che diversamente
non si sarebbe preso, che significa rinunciare ad una linea politica.
Perchè quale linea politica può reclamare colui del quale si sa che, con una banconota, può essere tratto dovunque?
Dunque la corruzione non è l'implicito logos della mediazione; e non è tanto la fine o l'inconveniente, quanto la negazione della politica: poichè in sua presenza le deliberazioni si susseguono indipendentemente da ogni indirizzo coerente.
Dico bene?
Pare di no. Perchè ci si ostina a concepire la mediazione come una modalità imprescindibile ed indistinguibile dal compromesso: e di qui la si percepisce limitrofa alla corruzione, e con essa imparentata, perchè se i fini possono essere
compromessi, probabilmente possono anche essere
corrotti.
Si fraintende a questo punto la parola mediazione con la parola prostituzione, e a tipica tutela di una mediazione così intesa si invoca una pretesa alla maturità del pragmatismo e del positivismo, cioè s'invoca addirittura l'alto patrocinato del "realismo".
«Prima di tutto è una grande stoltezza e significa proprio non comprendere che cosa è spirito e che l' uomo è spirito e non solo una creatura animalesca, pensare che la fede e la sapienza vengano senz' altro con gli anni, come vengono i denti e la barba.
No, a qualunque cosa l'uomo possa senz' altro arrivare, qualunque cosa possa accadergli, una cosa è certa: fede e sapienza non si acquistano fatalmente.
Ma la cosa sta piuttosto così: con gli anni l' uomo, in senso spirituale, non arriva "senz' altro" proprio a nulla.
Invece è molto facile perdere senz' altro qualcosa con gli anni: forse si perde quel po' di passione, di sentimento, di fantasia, quel po' di interiorità che si aveva, e si arriverà senz' altro (qui, infatti, ci si arriva senz' altro) a comprendere la vita secondo le determinazioni della volgarità.
Questo stato "migliorato", che veramente è venuto con gli anni, l' uomo lo considera disperatamente un bene.» (Soren Kierkegaard)Non ci si avvede che a siffatti appelli quel che si presenta non è affatto il realismo, ma una squallida pretestuosità ruffiana, dalla quale non si fa altro che comperare a buon mercato una autorizzazione per corrompere e farsi corrompere della quale si potrebbe anche e più elegantemente
fare a meno, determinando così una sinergia che dovrebbe essere riconosciuta per quello che è e apostrofata per quello che precisamente fa: "Tu, che vendi alle puttane la licenza per peccare" (Shakespeare).
Questo perchè accade?
Perchè la mediazione assurge al rango di feticcio.
"Il feticismo non è la sacralizzazione di questo o quell'oggetto specifici, ma è la sacralizzazione di un sistema in quanto tale che, generalizzando il valore di scambio, neutralizza la natura degli oggetti. Più un sistema si fa sistematico, più il fascino del feticismo si rafforza: non per un ossessione del desiderio, ma per l'impossibilità di accedere all'oggetto senza passare per il valore che il sistema artificialmente gli conferisce.
Giustamente osserva Marx che nel denaro ciò che affascina non è affatto la sua materialità: ma è il fatto che il denaro assicura la circolazione delle merci, cioè la virtualità di questa nnateria di poter sostituire tutti i valori grazie alla loro astrazione definitiva. La sua patologia è simile a quella del collezionista, cui non interessa tanto la natura delle cose raccolte, quanto la sistematicità del ciclo collettivo in cui il passaggio ininterrotto da un termine all'altro garantisce la costituzione di un mondo chiuso e invulnerabile" (Umberto Galimberti * ).Ed ecco dunque il feticismo che, "capace di neutralizzare la natura degli oggetti", nella mediazione neutralizza e vaporizza
la linea politica; ecco il feticismo che, esibente "La virtualità di poter sostituire tutti i valori", nella mediazione sostituisce tutti gli
scopi.
Non c'è nulla di più feticistico di questa "mediazione".
Una mediazione così fraintesa vi si presta in modo particolarmente adatto. Essendo volta alla promiscuità, sprofonda facilmente in un abisso senza fondo.
Essendo abilitata a relazionarsi con tutti gli oggetti, è elettivamente idonea a sfondarne tutti i valori e a stravolgerne tutti i fini, trasformandoli infine in mere unità intercambiabili, impersonalmente intente a sovrapporsi e permutarsi vicendevolmente, senza che alcun dolo venga a potervisi ravvisare, poichè ogni valore ne è già svaporato da un pezzo.
La mediazione diventa allora un inconsapevole gioco di presdigitazione, dove tuttavia nulla è davvero in gioco, perchè l'unico valore corrente è quello di garantire il perpetuarsi della tipologia relazionale feticisticamente venerata.
La mediazione si fa totalitaria, e lo è nella misura in cui impone il sacrificio come una felice necessità.
Gli oggetti divengono fantasmi, le politiche spettri incapaci anche a battere .re colpi, gli obiettivi bolle di sapone soffiate in un sogno sognato da Alice nel Paese delle Meraviglie: una alacrissima attività al servizio reale del Nulla si dispiega, e nel suo vortice tutto sarebbe destinato a corrompersi in perfetta letizia.
Non resterebbe più nulla di cui scandalizzarsi, nè alcunchè di cui vergognarsi, e tantomeno alcunchè cui porre rimedio. Anzi, al contrario: davanti alla sovrabbondanza dei suoi danni occorrerà riconoscere che non sarebbero affatto tali, di qui rasserenarsi, e infine acconsentire a rallegrarsi: "Auguro una buona fine del mondo, Vostra Grazia" (Hofmannsthal
* ).
Il fine giustifica i mezzi, a patto che il saldo sia positivo, e che i mezzi non compromettano il fine.
Parlando di frainteso della mediazione, quel che si è frainteso è proprio il fine con i mezzi. C'è infatti una finalità che preesiste alla mediazione, e che ne è causativa allorquando se ne avvale per autoconseguirsi.
In tal caso, è ovvio che ogni mediazione che abbia sbocco nelle suddette concessioni o compromessi e che rischia così di mutilare la finalità prefissata, non costituisce più l'apoteosi della mediazione bensì ne traccia il fallimento.
La mediazione non mira infatti alla finalità di una verità depauperata, ma alla finalità dell'intento globale.
Le categorie mediatiche appartengono perciò, ed integralmente, alla sfera delle
metodologie e
non a quella dei finalismi.
Mediare non è un fine e non è autorizzato a compromettere alcun fine: non vi è alcuna suscettibilità intrinseca alla corruzione.
Quello che si celebra in una mediazione riuscita non è nè può essere l'ingenza con cui tradisce abilmente il fine che porta, ma bensì l'abilità del metodo con cui lo serve e, servendolo, lo porta dove? A
perfetto compimento.
Se questa è una verità, l'obiezione che ammetterla avvia sulla strada della conflittualità, non può essere impiegata per obliterarla. Infatti - e questo lo affermo assiomaticamente, apoditticamente - non si può rinunciare a quel che è vero, nè tantomeno restituire la verità all'ignoranza, tramite un omicidio.
Pertanto deve sussistere un terreno arcano ma non astruso (le verità infatti possono essere recondite, ma non inintellegibili) dove le verità apparentemente confliggenti s'incontrano pacificandosi senza scarti.
In tal caso la soluzione risiede non solo nel fatto che un "
government by conflict" è possibile e finanche attuato in moltissimi Ordinamenti certamente non assumibili come inevoluti od incivili. Ma risiede soprattutto nel fatto che una mediazione così intesa - e cioè correttamente intesa - non lascia affatto conseguire la inevitabilità di uno scontro costante e destabilizzante.
Pensare che il caos debba necessariamente discendere da una rinuncia alla compromissione e che la polemologia diverrebbe il nostro solo nume tutelare, significa pensare in modo analogo a quello in cui pensava Marx quando idealizzava un mondo "politecnico" ove fosse possibile lavorare e anche andare a pescare; significa, cioè, esporsi al sarcasmo che di rimando gli riporta Raymond Aron
* : "è
perfettamente possibile lavorare al mattino e andare a pesca nel pomeriggio, anche nel regime capitalista".
E' perfettamente possibile battersi e mediare, anche nel regime parlamentare.
Ed è perfettamente possibile mediare e non corrompere nè corrompersi.
Il vero politico, non è
mai un corrotto.
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