Il verbo è l'elemento di maggior carisma addentro all' ordine del discorso: poichè è proprio il verbo che gli conferisce tale ordine, irrompendo sulla scena del discorso per inalberarvi un dominio che gli conferisce una legge ed una direzione.
Il verbo dirompe circoscrivendo l'afflato di una sfera entro la quale effonde il suo pneuma.
E' pertanto un elemento maschile, laddove nella sintassi il suo omologo femminile è dato dalla aggettivazione: è l'aggettivo che si amalgama suasivo alla determinazione che il sostantivo connota, e coronandola di cosmesi e di fulgente bellezza, al massimo del suo prestigio sembra restare ancora un comprimario: la costola del discorso.
Se il verbo denota l' azione poichè
anima il discorso, il sostantivo ne descrive piuttosto la stasi. Il sostantivo grava, il verbo solleva.
Pertanto se io concepisco la parola
potere pensandola come un sostantivo, io resto immoto e non provo alcuna emozione: sono pronto a ritenerlo manipolabile nella sua inerzia, e soggetto alla insolenza dei miei capricci nella sua passività.
Ma se mi sforzo, quando penso alla parola
potere, di osservarla e pensarla come un verbo, ecco che si attiva inpoinatamente qualcosa in me: la sacralità di un mistero spalanca il suo andito, e io mi sento come se fossi propulso da uno slancio, e mi predispongo a nuotare; ed in questo palpito io sono a traino.
Perchè se penso a
potere come ad un
verbo, anzichè su di una stasi mi affaccio su di una visione: ed il verbo è visione, poichè è la luce del discorso: "Ti chiamerò visione, e moltiplicherò le tue prospettive" (Paul Eluard
* ).
Dice Arthur Schopenauer
* che "La filosofia deve indicarci la via che conduce fuori dalla vita".
Soffermiamoci a considerare questa frase: se si qualifica come via ciò che conduce fuori della vita, è evidente che non ci si può riferire alla morte: essa non è una via: è una conclusione. Infatti l'antagonismo della morte con la vita è tanto perspicuo, che non vi sarebbe alcun senso nell' evocarne la necessità della ricerca: se tale è la via, è una via la cui ricerca si conclude non appena intrapresa. Basta pensarla, e la morte è già trovata.
John Donne
* scrisse: "L'
uscita dalla morte è da intendersi al
plurale: tale è infatti nell' originale biblico (...)
Exitus a morte, per mortem, in morte": uscita dalla morte, uscita attraverso la morte, uscita nella morte.
Se vi sono più strade attorno alla morte, ve ne saranno anche più d'una che conducono alla vita, o fuori dalla vita, senza rientrare nella morte.
Dal momento che tali strade andranno a sostituire quella maestra che si conclude nella morte, è evidente che per insediarvisi a pieno titolo dovranno certo eliminarne le doti disintegrative e dissolventi, epperò conservarne il prestigio: il Prestigio della Carica.
Tolto infatti alle Apocalissi il substrato delle ecatombi, ne permane la intensità focale e la vertigine della visione:
«Come al temporale si giunge per la luce del lampo, per il rombo del tuono, per certi sensimenti peregrini, alterazione di cenestesi, anche si arriva al punto di sora morte, attraverso agonia, esanguimenti cerebri e visioni.
Poi sopraggiunge nequizia: e si dice c'è chi dice che nello stato agonico, allucinatamente, l' ago(g)nato comprenda quali stati furono salienti nella trascorsa vita: chi dice, dice di visioni sconfinate, di palizzature di travi alberi abeti, di latitudine sgrondata per onusta neve, di solitudini profuse in un limo di stoppie agrute» (Loris Jacopo Bononi * )La frase di Schopenauer allora implica che per quanto possa essere arduo il percorso che eleva una intuizione individuale alle vette pittoriche del sistema, alla dignità di una rappresentazione interiore corredata di tutti i suoi
dramatist personae che si animano e ne emergono dalle nebbie come Golems, tuttavia questo percorso può essere coperto:
thou mayest.
E qualunque intuizione cresca fino a raggiungere le vestigia di quel fasto, vi troverà anche le autorizzazioni per declamare una parte cotanto alta e forte.
Ma essendo la morte una sola, e le intuizioni rappresentative di essa molte, forse finanche infinite, è un grande insegnamento di democrazia anti dommatica quel che qui s' impartisce.
La terra è una convulsione immane e nouminosa, e gli uomini un dissesto perennemente insonne di fronte ai proprii enigmi, e la storia Universale, se essa è, è la grande cospirazione umana alla risoluzione del dilemma del secolo. Non abbiamo solo Eroi dei nostri Tempi: abbiamo anche Il Problema del nostro Tempo, ed ogni tempo ha il suo - golgota, deposizione e resurrezione.
"L' erotismo è l'affermarsi della vita fin addentro alla morte" dice Georges Bataille
* .
Allora quella dottrina di Schopenauer da dottrina apocalittico escatologica (apocalittica perchè referisce allo stravolgimento irredimibile, ed escatologica perchè è in perpetua eiezione fuori dal contesto corrente) si fa soteriologica.
In questa grandiosa insurrezione e transvalutazione di tutti i valori, si rinviene non una rasegnazione, ma una energia interiore quasi lasciva nel trofismo erotico che la vascolarizza.
La visione la si ha solo in bilico sulle soglie: Come ricorda il Bardo Tos Grol, il liminare di morte coincide con il deflagrare di verità luminose: la morte intesa come
reintegrazione in una gloria divina, ed è di una ricchezza lussureggiante nelle mitologie munifiche cui dà adito.
Re e Popolo sono eguali davanti a due cose: alla Legge ed alla Morte.
Queste verità sono dunque verità sociali, sono Metafisica della Democrazia.
«La vita esige sempre di essere riconquistata da capo. Vi sono certo atteggiamenti collettivi estremamente durevoli che rendono possibili soluzioni tipicizzate dei conflitti. Un atteggiamento collettivo inseriusce senza attriti l' individuo nella società.
Le difficoltà che però la persona incontra consistono nel fatto che il suo dato individuale non si lascia inserire tanto pacificamente in una norma tipicizzata, ma esige una soluzione individuale del conflitto, se si vuole preservare la totalità della personalità.
Nessuna soluzione speculativa puà assolvere questo compito. E non esite nessuna norma collettiva capace di avvicendare senza danno una soluzione individuale.» (Carl Gustav Jung * )Il problema del mondo vuole tante soluzioni quanti sono gli uomini che sfida e oltraggia con lo stesso strale. E dunque nessuno, e nessuna visione, può essere
la visione finale.
«Un filosofo non può pensare di essere il Dalai Lama speculativo, colui che ha divorato tutta la ragione (...) Piuttosto noi dobbiamo conoscere ciò che egli ha conosciuto ritrovando in noi stessi ciò che egli ha trovato.
Ogni dimostrazione non è pertanto una mediazione nel pensiero per la gloria del pensiero, ma una mediazione che si serve del linguaggio tra il pensare per quel tanto che è mio ed il pensare dell' altrto per quel tanto che è suo.
(...) Non è in potere del filosofo dare l' intelletto: esso lo presuppone.
(...) La generazione di nuovi concetti mediante la filosofia non è reale, ma soltanto formale. Non è creazione dal nulla, ma svolgimento di una materia spirituale che giace in me, che è ancora indeterminata, ma che è in grado di ricevere la determinazione.
Il filosofo si limita a portare alla mia coscienza ciò che io sono in grado di sapere (...) Egli non dimostra per dimostrare, ma solo per mostrare: egli si aggancia alla mia potenzialità spirituale.» (Ludwig Feuerbach * )Non è che non si possa tributare un consenso
collettivo ad una visione o ad una politica, ad una politica o ad una visione. E' che tale consenso acquisisce la sua validazione solo
transitando per la analisi individuale attiva. Il carisma non è la apparizione di un uomo o una donna importanti: il carisma è il presentarsi di quella trascendenza che ci consente di fondarci con ancora maggiore chiarezza
proprio su noi stessi:
«L' avere scelto dà all' essere di una persona una solennità, una calma dignità che non viene mai persa del tutto.
V'è molta gente che tiene moltissimo ad avere visto di persona questa o quella personalità straordinaria della storia.
Essi non dimenticano mai più questa impressione che ha dato alla loro anima una immagine ideale che nobilita il loro essere. Eppure anche questo istante, per quanto significativo possa essere, è nulla in confronto al momento della scelta.
Quando tutto è silenzio intorno a noi, quando l'anima si trova da sola in mezzo al mondo, di fronte ad essa appare non un uomo ragguardevole, ma l'eterna Potenza stessa.
Il cielo quasi si spalanca, e l'io sceglie sè stesso.
O piuttosto: riceve sè stesso.
In quell' istante l'anima ha visto l'altezza suprema, ciò che nessun occhio mortale può vedere e ciò che non sarà mai dimenticato, e la personalità riceve lo stendardo del Cavaliere.
Come un erede, se anche fosse erede di tutte le ricchezze del mondo non le riceve prima d'esse maggiorenne, così la più ricca personalità non è nulla prima di avere scelto sè stessa. La grandezza, infatti, non consiste nell' essere questo o quello: ma nel riuscire ad essere sè stesso.» (Soren Kierkegaard * ) Se il carisma politico è espressione di una visione ed è il pinnacolo del potere, e tale vetta non è fuori di noi ma in noi e finchè non la abbiamo attinta noi nulla siamo se non che cembali che suonano, come si chiamerà allora il carisma del sapere? Sapienza.
Il sapere non dovrebbe avere alcunchè di
impersonale.
Il sapere, se lo vuoi davvero, lo devi prendere come prenderesti una offesa:
personale.
Elaborare una teoria significa apprestare le strutture amministrative da fare presiedere ad un vitalissimo dolore. Ciò non allude alla efficacia con cui lo si traveste o lo si narcotizza: questa non sarebbe più una teoria, ma una impostura.
La potenza del sapere sta in questo, che da quel dolore consente di estrarne un significato, che come tale può essere reinvestito per riattivare il gioco. Perchè vi è una grande differenza tra il soffrire senza significato e il soffrire sapendo che c'è uno scopo e che vi è un senso: abomini come Auschwitz non miravano tanto ad infliggere il dolore estremo, quanto a volerlo estremo per renderne più chiara la
insensatezza: era quest' ultima che cercavano d' impartire. Il senso del sadismo è: tu soffri
gratis.
Si potrà disquisire se la teoria estragga un significato obbiettivo dalle miniere del dolore, oppure se ve lo introduca di soppiatto e glielo ascriva; ma trattasi di distinguo pedante, perchè in entrambi i casi avviene la trasmutazione di quel che prima era un veleno in
combustibile.
Il sapere diventa Sapienza quando sta su questo terreno: cioè quando si sottrae ad entomologi, accademici e burocrati. Sono queste categorie che hanno il compito di vampirizzare il carisma, e appuntarne la crisalide svuotata d'ogni senso ad uno spillo che gli assegna la sua teca.
Il burocrate toglie carisma al potere, l'accademico toglie carisma al sapere. Uno è il parassita dello stato, l'altro il parassita della conoscenza.: si cibano dello straordinario, per garantire l'omologazione all' ordinario, e in luogo di quel che hanno ingoiato ti restituiscono quel che han vomitato:
«Perchè sebbene l' istruzione possa fornire innesti su di un limitato numero di conoscenze prese a prestito da altre menti, tuttavia il potere di impiegare queste conoscenze correttamente deve appartenere già all' allievo; e nessuna norma che si possa prescrivere a tale scopo risulta, in assenza di tale requisito, sicura dall' abuso. La deficienza nel giudizio è, propriamente, quel che si dice stupidità; e per tale cosa non vi è rimedio. Una persona ottusa o dalle vedute ristrette, a cui nulla sarebbe carente se non che un grado di comprensione, può essere migliorata a forza di tutoraggio e perfino fino al punto di diventare dotta. Ma siccome tale persona frequentemente s' affanna sotto una deficienza nella facoltà di giudizio, non è insolito trovare persone estremamente colte, le quali nella applicazione della loro scienza tradiscono in deplorevole grado suddetta carenza.» (Immanuel Kant * )La definizione di università è dunque questa: quel posto dove si studiano le cose eccezionali che sono stati capaci di fare uomini e donne che all' università non ci sono mai stati: perchè "è straordinario constatare come nessun uomo di genio sia mai uscito da una Accademia" (Voltaire
* ).
Pensare che per avere una cultura o per studiare è necessario andare alla università e che senza questo framework nè cultura nè studio trovino humus, è la formula perfetta per crescere chirurghi che ti uccidono in nome del protocollo, e per disconoscere che le librerie traboccano di premi Nobel che o alle università proprio non ci sono mai stati, o che ne sono stati cacciati allorquando la loro ingenuità ve li aveva condotti.
Non mi abbasserò a citare il vecchio Einstein bocciato in Matematica: ma da Thomas Hardy a Benjamin Franklin, tu passerai centomila altri nomi,
tutti oggetto di studio ed esame di laurea,
epperò nessuno di loro mai laureatosi.
Curioso.
Se vuoi il lavoro, cercati una raccomandazione. Se invece vuoi la Cultura, allora dalle università sarà bene che tu ti tenga molto, molto lontano: perchè sono i posti dove la cultura la si uccide: "I vostri padri hanno ucciso i Profeti, e voi gli avete eretto i mausolei: per dimostrare che ne siete i
degni figli".
E' quindi per questo che in Italia conferiscono lauree honoris causa anche ai pagliacci: perchè
lo sono.
Quando il sapere conserva la sua luce, non diventa una ragguardevole pergamena: diventa Sapienza e
Illuminismo.
E se il potere nouminoso si chiama carisma, il sapere carismatico si chiama Sapienza: dall' uno deriva il leader politico che rivoluziona il potere, dall' altro il pensatore che rivoluziona il pensare.
Di falsi rivoluzionari se ne trovano molti: di solito o seggono su di una cattedra, o nel mentre che si dichiarano punk, dark, o anarchici, rivendicano titoli di studio o la rispettabilità del loro lavoro che "odiano" epperò continuano a fare.
Insomma: sono
anarchici accademici. Vogliono tenere il vezzo della rivolta senza rinunciare alla sicurezza della ossequiabilità.
Ma un vero rivoluzionario crede nel sapere in quanto sapere carismatico, ovvero commisto al sentimento del potere.
Egli non è mosso verso il sapere da un afflato di mera humanitas pre rinascimentale (o post caricaturale). Egli è mosso dal
presentimento della potenza, dopo avere transitato per la
cognizione del dolore.
I nuclei di potenza sotto la superficie del sapere lo guidano nella sua immersione, orientandolo come farebbero delle masse critiche tramite la estrinsecazione della loro energia gravitazionale. Ed egli è attratto da esse non tanto come il ferro lo sarebbe dalla calamita, o come un pianeta lo è da una stella, ma piuttosto come una "bestia nella giungla" (Henry James
* ) è attratta dal suo stesso olfatto: apparentemente segue il proprio
fiuto, ma essa non è lo strumento del proprio naso ed il suo naso non è il timone della sua mole; al contrario il naso è il suo strumento, al servizio della sua
fame.
Ma le potenze presentite sotto lo specchio del sapere non sono potenze assoggettabili: potenze cioè che possono essere escisse e strumentalizzate, evinte per porle al servizio della propria causa così come la preda può essere gremita per porla a pacificazione del proprio
appetito.
Al contrario, queste potenze derivano il criterio della loro qualificazione da sè stesse: esse esistono e si percepiscono in quanto tracciano aree di influenza sottostanti al sapere, sulle quali insistono e alle quali si attengono senza poterne venire requisite secondo un arbitrio, così come uno stendardo ed una bandiera appartengono ad un paese e una cultura precise e non possono essere impiegati per additarne una altra. Proprio perchè esse definscono dei paesi, lo strano paese, delle territorialità gravitazionali di influenza come i campi in Fisica, in questi paesi bisognerà addentrarsi non con un manuale o delle dispense universitarie fotocopiate e alla mano, ma con un machete in pugno.
Ricordate il film di Kurosawa
* , ove vi era un uomo che ammirava un quadro di
Van Gogh: "Corvi sopra un campo di grano" (
*). E così assorto egli era nella contemplazione, che vi si immedesima senza scarto, e all' improvviso vi precipita qual filo a piombo; e come Alice nel Paese delle Meraviglie, egli penetra fisicamente nel quadro, e infine in tutta una pinacoteca di opere di Van Gogh, addentro alle quali si muove come per osmosi, alla ricerca del
Maestro. Infine, al culmine del sentiero che attraversa il campo di grano, lo
intravede che vi ascende (i Maestri non si
vedono: mai), per subito eclissarsi al di là del dosso, dopodichè dirompono da dietro la collina sciami enormi di corvi gracidanti, apparentemente sorpresi o spaventati da Van Gogh che era intento, di là da quella, a discenderla: ed irrompono e dilagano nel cielo, macchie nere garrule e vive su uno sfondo di porcellana increspato dalle prime tenebre crepuscolari.
La scena, fotografando questo ultimo istante, vi si congela, e ci riconduce con un salto quantico alla alterità obbiettiva e disidentificata dell' uomo che la contempla attonito, immortalata e riprodotta nei pastelli del quadro.
Il rivoluzionario è come una fiera in cui si attiva l'olfatto: egli non si basa su quel che vede, ma su quel che
intravede, sul fatto che ha sottratto con l'inganno una porzione di Potere al Sapere, a insaputa di quest' ultimo.
Potere che, forse, in quanto appena intravisto, "non si può appieno definire, epperò si può chiaramente avvertire" (Edmund Burke
* ).
Questo potere è il
plus valore autentico del sapere, è la moneta del conoscere, ed egli la
reinveste.
E nel sapere reinvestito, e non
annesso, sta l' apogeo del Sapere, il suo Zenith: Hic Sunt Angelos.
E' curioso che coloro che più disprezzano la conoscenza, vogliano dichiararsene i migliori custodi.
E' la grande illusione, la grande
consolatio philosophiae, pensare di poter ricapitolare le nequizie del mondo ascrivendole a dei gruppi specifici o a delle catalogazioni sociali che ce le spiegherebbero sollevandoci dalle responsabilità personali.
Quanti approcci attribuiscono alle induzioni del fantomatico "sistema" del potere e della economia tutti i mali che ci affliggono?
Honore de Balzac scrive un romanzo di grande bellezza, ma nessuno glielo compra.
Van Gogh in vita patisce la fame e prima si brucia una mano per amore di una tal Cornelia e poi si taglia un orecchio pare per
regalarlo ad una mignotta che rifiuta sia lui che l'orecchio, e muore nel 1890 in solitudine, miserabile e disperato, senza sapere che
post mortem quei quadri che non vendeva in vita, nel 1987 glieli avrebbero battuti a
Sotheby's per 49 milioni al pezzo, e se li sarebbero contesi dame di gran "classe" - figuriamoci un pezzo del suo orecchio.
Van Gogh dunque necessitava del capitale per pubblicizzarsi, piuttosti che di mutilarsi. Ed è vero che la qualità non dovrebbe accreditarsi attraverso l'investimento in denaro.
Ma il fatto che lo faccia non definisce, nè dipende come fenomenologia, dalla bontà o dalla cattiveria di un prodotto; e non dipende e definisce nemmeno la bontà o la cattiveria del
capitale: Karl Marx
* sbagliava a pensarlo.
Tutto questo dipende e definisce la bontà o la cattiveria del
pubblico.
Se il pubblico, tanto quello povero quanto quello milionario che compera i Van Gogh che
non capisce, è così rozzo da non sapere distinguere un prodotto mediocre da uno superiore a meno che non gli venga detto dalla
moda cosa dovrebbe piacergli e cosa non, se il pubblico è così puerile che non è in grado di acquistare nemmeno ciò di cui ha bisogno se non gli viene prima prescritto dalla pubblicità, e se quel che desidererebbe il pubblico non lo acquisisce se non viene prima rassicurato ed incoraggiato sulla liceità del proprio giudizio da un
testimonial, quel che si delinea e definisce non è nè la carenza del prodotto nè la carenza del capitale, ma solo la carenza del
genere umano.
E quest' ultima sussiste, prospera e prescinde tanto dal prodotto quanto dal capitale, tanto nello spazio quanto nel tempo: la stupidità non è di classe, e tu non dovresti cercare il male altrove, quando te lo trovi dentro casa.
Karl Marx dice che il sapere è "sovrastrutturale", cioè mero sintomo del sistema economico e sociale che lo partorisce. Per Marx il sapere reinvestito non sarebbe mai messo a frutto, ma solo ad usufrutto.
Perchè che senso vi sarebbe nel mettere a frutto quel che, essendo dichiarato sovrastrutturale non può esser altro che sterile, ovvero
infruttuoso: onde per cui non bisogna attendersene frutti ma solo usufrutti, ovvero quelle
assoggettabilità alla propria speculazione e strumentalizzazione nelle quali sole un sapere inerte ed esanime può rinvenire il suo unico utile e ricapitolare il suo unico ruolo.
In questo senso, quindi, il sapere sarebbe moneta con la sola specificazione cautelativa che è moneta "di scambio", ovvero cedibile solo commisurandola alla pretesa di un corrispettivo o di un voto, così come l' usuraio pianifica tutto in termini di usura e non riconosce altra possibilità di interazione sociale.
Questo costante, ossessivo referire all' esterno, alle "sovrastrutture", questo volersi a viva forza ricondurre tutto nel materialismo storico, genera un sistema di pensiero che, nel mentre che fa ovvia ed implicita eccezione - ma guarda un po' - proprio per sè stesso, ammette il pensiero solo per quel tanto che è esteriorizzabile, volgarizzabile, ovvero nella misura in cui lo si può assoggettare alla morte: la morte, unico e vero criterio balsamico, unico e vero metro quantificatore ammesso da ogni impostazione materialista.
Non una morte intesa come afflato eroicizzante che costella la statura della vita e la fa stagliare meglio tanto sfidandola quanto battendola ("necrofilia" verso "biofilia" direbbe Erich Fromm
* ), ma come de-composizione ovvero
decomponibilità dell' oggettivo - laddove l' apice dell' ideogramma si raggiunge quando la decomposizione riesce a trarre le componenti inorganiche da un insieme dapprima organico, e dichiarare che quell' insieme vivo non era che la somma di quei componenti morti: per quanto, poi, a rimetterli assieme non si riottenga affatto quell' insieme.
In questo furore della oggettivazione a tutti i costi, a costo del sacrificio supremo, sta la prova, ai miei occhi, che qualifica tutte queste persone come: i traditori della rivoluzione.
Perchè la rivoluzione è un idem sentire, non un idem computare. Marx invece computa.
Dice Marx:
«Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono.
Ciò che essi sono, coincide dunque immediatamente con quel che essi producono. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio e nella politica, nelle leggi, nella morale, nella religione, nella metafisica ecc... di un popolo. Ma essi sono gli uomini reali, cioè condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze produttive (...)
Si parte dagli uomini operanti, e sulla base del processo produttivo della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi idegrafici di questo processo di vita.
Anche le indaginbi nebulose che si formano nel cervello dell' uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile, e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale la metafisica ed ogni altra forma ideologica e le forme di coscienza che ad esse corrispondono non conservano oltre la parvenza di autonomia. Esse non hanno storia.»E siccome non basta dire che tutto è sovrastrutturale rispetto al computo economico profitti/perdite ma si arriva curiosamente a dire "Si sviluppa così la divisione del lavoro, che niente altro era in principio se non che la divisione del
lavoro nell' atto sessuale" senza avere alcun supporto antropologico, ne deriva che il computo profitti/perdite si riassumerebbe e riconfluirebbe per Marx, con molta chiarezza, nel computo delle secrezioni e delle
escrezioni.
E' evidente che questa concezione è tale che definirla riduttivismo è farle un complimento.
Il suo scopo infatti è quello di ridurre tutto all'
inorganico (denaro come feci: lo sterco del diavolo), e al rinvenire il computo del valore delle cose solo in quanto, appunto, cose.
Siamo nell' ambito di una corrusca concezione ctonia, non celeste, che rimanda alla
terra e alla sua componente minerale più refrattaria ed inanime.
E siccome, secondo la frase di Marx riportata, tale teorizzazione è riconducibile "in origine" (direi:
ab ovulum), e pertanto secondo termini ancor più primevi e sostanziali, a un costellarsi concettuale di secrezioni ed escrezioni che producono l'agognato inanimato e il computabile
inorganico, il sistema che elettivamente produce tali escrezioni inorganiche è il catabolismo, così come la cataclasi produce il minerale.
Onde per cui non ci sarà difficile rimandare la aspecificità del concetto di inorganico che in tale impostazione si venera, alla specificità altrettanto pertinente del concetto di coprofilia: e per intrattenere la quale non è affatto necessario esibire la coprofagia.
Seguendo questa oggettivazione che trascende nel delirio freudiano, e che fa di Marx un caso clinico oltrechè un brillante polemista, si coltiva un neo marxismo totalitario e segreto che definisco totalitario per quel tanto che esso viene pervasivamente ammesso ed acconsentito, e segreto per quel quanto che esso si fa ascendenza insospettata ed insospettabile di uomini che non sapevano d' esservisi cotanto compromessi.
Che con questo tipo di
records la sinistra
liberal avrebbe guadagnato un monopolio del bel pensare rispetto alla destra o al ramo
conservatore del pensare, sarebbe l'ora o di smettere di pensarlo, o di vergognarsi a pensarlo.
Alla Guicciardini
* : "codesti preti li vorrei vedere tutti o sanza vizi o sanza autorità".
E quando la intelligenza non è molta allora occorre usare quel poco che si ha con generosità piuttosto che con frugalità onde risparmiare le risorse scarse: perchè se basta essere di sinistra per avere cultura e intelligenza, allora si tratta di culture e intelligenze un po' troppo a buon
mercato.
E se invece il sarebbe che chiunque ha cultura e intelligenza diventerebbe di sinistra, allora è un po' troppo un
buon partito quel partito che cerca la
captatio benevolentie propugando surrettiziamente un sillogismo che ogni buon senso, e non solo intelligenza, rifiuterebbe: che tipo di mosche attira questa carta moschicida, quelle
più intelligenti?
Ma d'altra parte si sa, anche nell'
anus mundi di Auschwitz
* ci si dilettava di
belle arti nel mentre che si facevano paralumi in pelle umana, e non era anche codesto dopo tutto
ad majorem gloriam del nazional-
socialismo?
Se non credete a me, credete ad Umberto Eco
* : perchè è stato con il suo libro "Apocalittici e Integrati" che ci ha dimostrato come la cultura cosiddetta pop possa farsi veicolo di intuizioni metafisiche profonde.
Dopo tutto, l' ermeneutica e la esegesi sono la civilizzazione dell' incolto, la cottura del crudo, e "laddove è l' Es dovrà subentrare l' Io".
Così, alcuni d voi forse ricorderanno quella serie televisiva di successo, poi tradottasi anche in successo cinematografico, intitolata:
Mission: Impossible.
L' interpunzione del titolo (i due punti fra
mission ed
impossible) sembra rinviare, per retrospezione, ad una catalogazione nomotetica delle missioni, fra le quali questa ultima sembra proporsi come l'apoteosi. Sembra la missione delle missioni, quella che autorevolmente le ricapitola tutte.
Se la interpunzione fosse stata assente, la "mission impossible", privata di una ascrizione categoriale e categorica, si sarebbe sgretolata in una missione nella cui impossibilità ci si imbatte per un caso preterintenzionale, e non che viene sfidata con premeditazione.
Perchè la intepunzione allude alla classificazione, dunque ad una esperienza e ciclicità storica talmente consumata nei suoi stratagemmi, da ammettere la catalogazione dell' inaudito.
Classificare significa istituire un circuito ove il senso affluisce e si reifica. Dunque insinuando i due punti quel che si sta implicitamente postulando è che si sarebbe pervenuti ad istituzionalizzare e immetter entro l'albo dei contenuti determinabili, il contenuto più incontenibile: l'impossibile: "
Trouble Is My Business", I Guai Sono Il Mio Lavoro, direbbe Raymond Chandler
* .
Deflagra il senso di una pressurizzazione prometeica enorme (etimologico:
extra normas), e si prefigura già,
ante litteram, l' inaudito. Lo si sente martellare e mulinare, inesasuto.
Mission: Impossible: si sta dicendo, col classificarla, che si sarebbe
adusi a portarne a termine.
Se l' interpunzione allude ad un ambito sistemico, ove si snodano i ranghi e i gradi di tutte le missioni (possibili), la missione impossibile ne costituisce il vertice epifanico poichè sfonda il limite prescritto alle altre, e queste ultime sembrano tutte essere null' altro che pargoli pigolanti che alla domanda "cosa vuoi fare da grande?" rispondono: da grande farò la Missione Impossibile.
Includere una missione
impossibile nei cataloghi offerti alla proprie clientele costituisce un espresso invito a pensare lo straordinario come
panem nostrum cotidianum.
E' questa una tossina che inebria, che satura di vertigini, poichè ti lascia scorgere, al di là dell' estremo limite, la accessibilità di una dimensione mitica che ti si offrirebbe.
Si tratta peraltro di accesso non problematizzato, bensì avvolto da un inspiegabile afflato ludico, non solo per l' entusiasmo che suscita, ma perchè la sua catalogazione tipologica allude alla fruibilità di una disciplina idoena tanto a valicarlo quanto ad essere appresa; pur specializzatasi in tutte le malizie e le circospezioni del caso, una siffatta arte non pare promuovere nè la cautela nè la temerarietà, bensì un senso della invincibilità dell' escogitazione e dell' espediente umani - veleggiamo tra il "Musa, quell'uom di multiforme ingegno Dimmi", e la risata olimpica di Mozart che con tanta spontaneità esplode fra gli astanti ammutoliti dallo stupore e quasi inorriditi al vedere tanta complessità fluire con tanta disinvoltura in quella che credevano sarebbe stata solo una serata in più di
musica da camera.
Una dimensione pioneristica subentra al mero affidamento di un compito o d' un impiego - un balzo nella giungla ci raggiunge e ci soprassale.
Se la missione è impossibile. tale qualifica ha già costellato a ritroso un patrimonio di tipologemi, e vi saettano salve di evocazioni, che per virtù propria materializzano la icona dell' uomo o della donna adatti (eroine ed eroi sono qui intercambiabili: le missioni impossibili, notoriamente, non sono sessiste) senza necessità di ulteriori istruzioni o raccomandazioni. Essi si autogenerano, coessenziali allo scopo. Magia.
In questo prodigio sta una allusione che colloca la missione impossibile nell' alveo delle epopee e dei peripli antichi, dove la vitoria dell' eroe, fra tutte quelle subissanti ed insormontabili difficoltà, sembra invece e nonostante tutto già preordinata fin dall' inizio da quella forza cosmica, quel
deus ex machina, che ha fatto e che ha voluto tanto la malia quanto la difficoltà.
La missione impossibile ora appare divenire una allusione trasparente ad una condizione esistenziale, alla vita stessa.
Perchè se la morte è ineludibile, e il tuo
avatar dispone di una vita sola e il gioco comincia con tu che non conosci le regole e sei nudo, allora
questa missione è certamente la missione che sussume tutte le altre missioni per il livello di perizia che richiede e di pericolo che esibisce, e al cui confronto tutte le altre impallidiscono. Pertanto se la
mission: impossible voleva essere l' apice delle missioni possibili, lo voleva in quanto voleva essere la missione impossibile delle missioni impossibili: vivere.
Perchè in realtà c'è una sola ed unica missione, e la sua gloria consiste tutta e proprio nel fatto che è: impossibile.
Vi è una specie di misterioso appello alla farsa: chiaro nella sua presenza, oscuro nella sua essenza.
E' come se l' essere umano fosse al di qua ed al di là ad un tempo solo. Al di qua, perchè il limite è invalicabile. Al di là, proprio perchè scientemente dichiara di non esserne intimidito: si gloria di non avere potuto scegliere di non avere scelta.
Diventa qui anche chiaro perchè nella serie televisiva e nella serie cinematografica di
Mission: Impossible vi era un preciso
topos: il togliersi una maschera perfettamente aderente al viso, utilizzata per compiere la missione avvalendosi di una mimesi.
Il gesto di levarsi questa maschera-pelle viene recitato con una enfasi particolare, quasi che il mero gesto avesse una valenza eroica. La maschera sembra sempre soffermarsi un istante per indugiare in quella deformazione che sta sospesa tra il disvelamento completo di una identità fasulla, e l' imminente rivelazione di quella autentica.
La maschera si allunga e si distende interminabilmente, protesa nella
suspense di un
gap.
La sua arcata è il ponte levatoio sotto i cui ingranaggi sono rimasti intrappolati e impigliati tutti i sensi: è un incanto inesorabile, una stupefazione che va centellinata goccia dopo goccia, millimetro dopo millimetro.
Momento che va delibato in tal modo e cotanto a lungo, perchè esso è una vendetta meticolosa inflitta al fine di confutare punto per punto le arroganze di un teorema falso (quello del "cattivo" del film) e tronfio nelle sue pretese - e che aveva già avuto modo di imperversare fin troppo a lungo.
Tutto si fa inesorabile ad un certo punto, in
Mission Impossible: è come una equazione che arriva a trarre tutte le sue conseguenze; le micce bruciano nei titoli di testa, a significare che miccia innescata non potrà non esaurire il suo tragitto; e le video cassette di istruzione si avviano tutte ad una autodistruzione annunciata, implacabile, inevitabile, e reiterata.
«Sono i bambini quelli che chiedono di sentire non una nuova storia, bensì la storia che conoscono già (...) inventare una situazione che sia diversa dalle precedenti: ma il nostro godimento non si basa che minimamente su queste diversità. Di fatto noi godiamo la reiterazione dello schema di base, la situazione incriminazione dell' innocente - intervento di Mason - fasi del processo - interrogatorio dei testimoni - nequizia del procuratore generale - asso nella manica dell' avvocato del diavolo - scioglimento felice della vicenda con colpo di scena finale» (Umberto Eco - che in tale contesto non citava i bambini in senso derogativo)E non è questa proprio una metafora della vita, una condizione esistenziale, ed il mito di Ulisse in altra forma?
La volontà di avere una teoria del tutto, cioè una ontologia, non ci abbandonerà dice Karl Jaspers
* perchè indistruttibile è in noi la tendenza che ci induce ad impossessarci del vero mediante un sapere unico e solo, compiuto e definitivo, tanto certo quanto senza sbagli.
Il sapere mira alla ontologia, a circoscrivere nel suo recinto una definizione totale della vita, poichè un siffatto risultato potrebbe apparire come la prova più cogente della opportunità del Sapere stesso: sì, egli non si è affaticato invano, non ha tribolato e non si è accanito sull' insostanziale e sull' imponderabile senza un valido motivo: non si è frammentato nei rivoli sterili della erudizione, se è riuscito ad imporsi in modo così autoevidente da sollevarsi sul piano di un sistema del tutto. Egli fa sentire il fiato degli uomini sul collo di Dio.
Ci sono pensieri la cui pertinenza è così acuta, che più che persuadere gli uomini, li arruolano. Hanno il fascino di un Casanova, e non si può resistergli. Kierkegaard dice del Don Giovanni di Mozart che "sapeva parlare con una donna in modo tale che, se anche il diavolo lo avesse portato via, se ne sarebbe liberato se fosse riuscito a parlare con la bisnonna del diavolo".
Don Giovanni il fascinatore, è una versione diversa dello stesso Ulisse, solo che qui si stanzia un modo di vedere dove il libertino viene a confrontarsi con il negromante, e dove Don Giovanni, Ulisse e Faust formano già una ontologia - ed il catalogo è questo.
Il sapere vero ha
fascino, ed è proprio quando lo esercita, che prova di essere vero: perchè è irresistibile. La conoscenza, dopo tutto, è parte del conosciuto e del conoscibile. E finchè il sapere non diventa
bello, vuol dire che non ha esaurito il suo ciclo.
Dice Jaspers:
«Nei grandi pensatori filosofici, pensiero ed essere sono la stessa cosa (...) i successori, non pensando, non erano più in grado di realizzare la stessa comunione di pensiero. Allora le cifre del pensiero non vennero più assunte come cifre, ma come pensieri apodittici ed intelletualmente oggettivati che non si pensano più con tutto sè stesso, ma con il solo intelletto, e a cui non ci si rivolge più con il proprio destino, ma che si trattano come un sapere da ritrasmettere»Il sistema arriva dunque a prescrivere rispettabilità, con le sue accademie e università e scuole, solo al sapere in quanto
ritrasmesso e non in quanto
ripensato.
Fuori dagli atenei, l'uomo che pensa è solo un dilettante da trattare con sussiego, che eserciterebbe in patetici conati una facoltà non intesa a praticarsi negli appartamenti privati ma nelle aule accademiche, e che solo in queste ultime otterrebbe la
patente di piena rispettabilità.
Che poi si trovino persone che perseguono titoli accademici ascrivendovi importanza nè stupisce nè rivaluta il ruolo dei titoli medesimi.
Studenti consenzienti e ben felici di dichiararsi a favore del conseguimento di un titolo se ne troveranno sempre a maggioranze e non a minoranze. Infatti, essendo costoro delle mediocrità assolute, per quale motivo non dovrebbero, avendone tanto l'interesse quanto i vantaggi, sostenere la opportunità di riconoscimenti accademici che al prezzo scontato della lettura di sunti per pochi anni gli conferirà in cambio un pezzo di carta che elogierà la loro pusillanimità per il resto delle loro vite? Allievi di gran soddisfazione per i loro professori, indubbiamente. "Non fanno così anche i Farisei?"
Che differenza intercorre fra il leggere libri per quattro o cinque anni e poi magari (come peraltro quasi sempre accade) non leggere più nulla per il resto dei proprii giorni, e il leggere quegli stessi libri per propria iniziativa personale, e anzi leggerne di più, e per tutta una vita? Quale è la differenza che renderebbe l' ermellino accademico migliore delle sudate carte?
Si intende forse suggerire che la differenza sarebbe che la verifica della avvenuta lettura si possa adesso evincere da un numero scarabocchiato su un foglio e custodito come una icona, piuttosto che dal vederla stampata sul volto, penetrata nella carne e nel sangue e nelle ossa?
Una accademia il più delle volte fa conoscere i libri attraverso quel che di quei libri dicono altri autori; autori autorevolissimi, beninteso: e tutti loro, tutti, sono uomini onorevoli: "Gran traduttor dei traduttor d' Omero" (Ugo Foscolo
* ).
In alternativa, una accademia può costringere a leggere trenta libri di autori russi in versione originale nell' arco di quattro mesi: ma cosa fa credere che il leggerli in quattro mesi sia migliore od equivalente, anzichè peggiore, che il leggerli lo stesso e di propria scelta ma in cinque anni, e dunque avere tempo e modo di meditarli, e magari di piangere sulle loro pagine, e sentirle incarnate nella propria vita e biografia?
Oppure, una accademia può proporre una mescolanza dei due approcci di cui sopra. Ma tanto questi
tour de force quanto l' approccio manualistico per sunti, altro non sono che una medesima bestemmia che raggela e uccide la cultura: perchè sottintende e sussurra che se sei abbastanza veloce ad ingoiare nel più breve tempo possibile tutto quel che ti entra in bocca, allora tu saresti
preparato.
A fare cosa?
Come si fa a recuperare il pensiero pensato e non ritrasmesso, il pensiero
bello?
Ricordandone la valenza iniziatica, penso - e fermo restando che
non sto pensando a valenze massoniche.
Iniziazione significa solo questo: conoscenza della morte.
Un qualsiasi rito iniziatico si distingue da una cerimonia religiosa (e da una cerimonia funebre, visto che la morte la abbiamo chiamata in causa) perchè pone l' iniziando davanti alla oltraggiosità della morte, lasciandovelo esposto senza difese: "io so che non sono un iniziato perchè so che non ho toccato le porte della morte nè le leggi della notte" (Karl Jaspers). E cosa è la morte? E' la negazione dell' essere.
Pertanto il liminare iniziatico, prima del quale non si è iniziati e dopo il quale lo si sarebbe, è quello dove l' essere
tocca il fondo della disperazione perchè il mondo lo fronteggia subissandolo di "no!". E questo, si badi bene,
non fino al punto di affaticarlo o di stordirlo, ma proprio fino al punto di
spezzarlo: "Il demone non mi fa intendere il naufragio: me lo
fa compiere direttamente!" (Karl Jaspers, ancora una volta).
Finchè l'uomo sopporta la disavventura, non è ancora iniziato: è quando ha superato
il punto di rottura, e non quando lo ha solo sfiorato o raggiunto, che egli diventa iniziato. E' per questo che Dio dice "Spezzerò i denti ai giovani leoni": che motivo vi sarebbe, altrimenti, per volerlo fare? Sarebbe solo una crudeltà dettata magari dalla invidia, e invece è che la missione deve essere: impossibile.
Perchè un siffatto oltrepassamento è iniziatico? Perchè "solo chi ha sofferto nella carne ha rotto con il peccato" (San Paolo): la rottura è quella del legame con il male. Il Sapere che seduce, non è la malia di una strega.
Solo chi ha sofferto fino a questo punto arriva ad una reiezione o revisione radicale dei valori consolidati, e li
ripensa. Inizia allora a conoscere in modo più vero, perchè ha pagato con il suo sangue, con le sue lacrime, con la sua disperazione.
A cosa inizia la iniziazione? A un
nuovo corso di vita, perchè quel che essa implica è che l' atteggiamento appena conquistato, verrà
mantenuto - e non sarà nè sciolto nè irretito dalle convenienze o dagli onori o dai disonori o dalle opinioni o dalla fama.
Nel vortice iniziatico si può cedere e, nel contatto con il male, restarne
contaminati. Ma il vero inizato è tale proprio perchè
non ha tradito - dunque in un certo senso la sua virtù iniziatica preesisteva alla sua iniziazione. Il vero iniziato cioè non ha dimostrato solo di superare il punto di rottura, ma di essere capace di farlo sostenendone l' assedio ovvero senza arruolarsi nel male. Ha dunque dimostrato non solo di avere ora un accesso ad una sapienza non effimera, ma anche di avere una forza: la forza e la capacità di sopportare il male
proprio e soprattutto quando tutto cospirava per farti compromettere.
Non esiste alcun sapere senza forza: il sapere non è esangue. Non esiste alcun sapere senza bellezza travolgente: il sapere non è frigido.
Ora ditemi: in quanti sono pronti a
sapere così? Epperò, non v'è altro sapere che
questo.
E' questa la vera ontologia del sapere: non una rassegna stampa od una antologia di nozioni e cognizioni, ma il tutto dato dalla unione fra pensare ed essere.
Questa unione si conquista, paradossalmente, solo passando attraverso una lacerazione, perchè è solo dopo di essa che pensiero, sapere, ed essere tornano ad essere quell'
unicuum che hanno sempre inteso essere nelle condizioni salubri.
Come posso pretendere che qualcuno trovi seducente e bello un sapere conseguito senza partecipazione e senza lotta?
Il motivo per cui vi è qualcosa di sospetto nella professione di professore, è che questa prospettiva nasconde una ambizione da notabili: ritrasmettere il sapere come alibi, anzichè viverlo come destino.
Non si può insegnare il sapere. Perchè alla ignoranza non si può contrapporre un sapere ignorante, quasi a voler mettere la spazzatura sotto un bel tappeto. Ed il sapere insegnato, accademico, è ignorante proprio perchè prescinde dal travaglio che lo rende
vivo prima ancora che
disponibile.
Un professore e la sua accademia sembrano credere che il punto con il sapere sia quello di renderlo ripetibile, mentre il punto è quello di renderlo vivente e
terribile.
Inizio della filosofia è il timore del Signore, e non la fila allo sportello di segreteria.
Lo studente deve partecipare, non studiare. Ma non partecipare alla vita degli altri studenti, che nella maggioranza dei casi sono solo un branco di pecoroni in più, eguali in tutto e per tutto ai pastori che li guidano e che se li meritano tutti: bensì deve partecipare
al travaglio del sapere.
Il sapere va ricreato, vuole essere ricreato: è come la biblica Sapienza che vagola gridando per le strade, che parla al
femminile, e che vuole essere
bramata. E' dunque la
ricreazione la essenza dello studio, ed è su questa soglia che la missione impossibile può farsi ludica.
Voi non potete volere il sapere senza la rivoluzione, nemmeno per il lasso di tempo necessario a prendere un buon voto, senza con ciò stesso uccidere il sapere. Solo un sapere intatto susciterà la passione che l' essere nutre per sè stesso e le proprie problematiche: facendogli capire che tutto è in
gioco, poichè non è affatto questione di passare o di bocciare, ma
di vita o di morte.
Anche ad un pappagallo si può insegnare a menadito a recitare la Divina Commedia, e ci son cani che fan di conto - come direbbe Marziale
* : "profumata così, anche la mia cagna manderebbe un buon odore".
Il sapere
insegnato sarebbe dannoso se non fosse semplicemente inutile; l'unico sapere che vale la pena avere -anzi: essere- è solo quello
imparato.
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